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Tempo di lettura: 6 min
di Lorenzo Stabile
Scopri come applicare il product thinking alla vita personale: dal focus sugli outcome alla chiarezza degli obiettivi, per creare cambiamento e impatto reale.
In un mondo ricco di opportunità, saper distinguere tra output e outcome è fondamentale per ottenere risultati concreti e soddisfacenti.
Nei workshop di design thinking e product management che organizzo in azienda, uno degli obiettivi principali è consolidare questo approccio: concentrarsi sull’impatto che vogliamo creare (outcome) piuttosto che sulla soluzione finale (output).
È facile cadere nella trappola di voler risolvere subito un problema, sul lavoro o nella vita. Nel contesto dello sviluppo di un prodotto, ad esempio, senza comprendere a fondo l’utente a cui vogliamo rivolgerci e il problema che lo influenza, partire dalla soluzione può essere controproducente.
Immaginiamo ora di applicare lo stesso approccio alla nostra vita: cosa succederebbe se la trattassimo come un prodotto da sviluppare e ci rivolgessimo a noi stessi come agli utenti da soddisfare? Spostare l’attenzione sull’outcome piuttosto che sull’output potrebbe avere lo stesso impatto che porta in un contesto aziendale, forse anche migliore!
Prima di addentrarci in questo concetto, vorrei portare un paio di esempi iconici per spiegare meglio la differenza tra soluzione e impatto.
Nokia e la corsa agli smartphone
All’inizio degli anni 2000, Nokia dominava il mercato mobile con oltre il 40% di quota globale. Tuttavia, le metriche dell’azienda venivano misurate in output: numero di cellulari venduti, nuovi modelli lanciati ogni anno, espansione della gamma di prodotti.
Quando nel 2007 Apple lanciò l’iPhone e Google Android nel 2008, l’attenzione si era già spostata su come creare un reale valore, un impatto nell’esperienza e nella vita dell’utente. Nonostante ciò Nokia continuò a lanciare modelli e a concentrarsi sulle vendite delle unità, senza soddisfare le nuove aspettative dei consumatori e senza dare importanza alla percezione del valore da parte degli utenti.
L’epilogo fu che nel 2013 Nokia dovette vendere la divisione mobile a Microsoft. Sarò sempre grato a Nokia per l’invenzione del 3310 perché fu amore a primo… cellulare.
Il successo numerico (output) non si tradusse in un impatto reale (outcome) per gli utenti, causando il crollo della leadership globale.
Creare impatto investigando il bisogno dell’utente
Un altro degli esempi che mi piace sempre raccontare di come si possa dare più importanza all’outcome piuttosto che all’output riguarda il prelievo del contante dagli sportelli automatici.
Fino a non molto tempo fa, capitava spesso che gli utenti, dopo aver preso i soldi, se ne andassero dimenticando la carta nel bancomat. Se siete della mia generazione, vi sarà successo almeno una volta. A me, confesso, due.
Il processo che porta a raggiungere l’outcome parte da una profonda investigazione e conoscenza del problema e dei bisogni degli utenti. E il problema non è mai da attribuire all’utente – in questo caso specifico verrebbe da dire che l’utente fosse “distratto”, “stupido” o “di fretta”.
Analizzando l’esperienza dell’utente, si capì che il bisogno primario dell’utente che va a prelevare è semplicemente ottenere il denaro: una volta raggiunto il suo obiettivo, il percorso poteva considerarsi concluso.
La soluzione fu, come ben sapete, porre l’obiettivo dell’utente – ritirare il denaro – alla fine del percorso, così da costringerlo a compiere tutte le operazioni precedenti, incluso ritirare la carta.
Il lavoro come mezzo per raggiungere l’esperienza che conta
Per fornire un metodo che facesse da guida nelle scelte, ho provato ad applicare il concetto di output vs outcome alla nostra vita.
Come scrivo nel mio libro Storia Zero, la sfida che viviamo oggi risiede nel vivere in un mondo interconnesso e ricco di opportunità che può essere un grande stimolo all’azione, ma anche un fardello complicato da sostenere. Le strade che possiamo intraprendere sono infinite, a qualsiasi età.
In questa abbondanza di opzioni non è facile prendere decisioni. Più possibilità abbiamo, più scegliere può apparire complicato, quasi spaventoso, alimentando un sentimento di incertezza nei confronti del futuro. Decidere, e pertanto imboccare una direzione precisa, può significare, a primo impatto, un addio a tutte le altre opportunità considerate.
E così, per paura di intraprendere l’opportunità “sbagliata”, spesso scegliamo di non scegliere rimanendo immobili anche se dentro abbiamo un fuoco che ha bisogno di essere sprigionato.
Avere interessi chiari o una solida consapevolezza della propria identità aiuta ad affrontare il futuro con maggiore positività e sicurezza.
Ma queste ipotetiche convinzioni sono basate su output o su outcome?
Non partire dal “cosa fare” ma da “chi vogliamo essere”
Se chiedessimo a un/a ragazzo/a “Cosa ti piacerebbe fare da grande?”, la risposta probabilmente sarebbe un mestiere: “il medico”, “il giornalista”, “il calciatore”. Anche noi, da piccoli (e spesso anche da adulti), rispondiamo così. Ci identifichiamo, influenzati da cultura e società, nella ricerca del lavoro, quando potremmo sforzarci per raggiungere qualcosa di più elevato.
In questo contesto, per me il lavoro rappresenta l’output – una delle tante opportunità che abbiamo a disposizione, un risultato tangibile della nostra scelta – mentre le emozioni e le esperienze che viviamo costituiscono l’outcome, l’impatto che vogliamo creare nella nostra vita, e perché no, magari anche nelle vite altrui.
Siamo noi gli utenti di queste esperienze. Siamo il “target audience” della nostra vita!
Perché allora dare più importanza all’output, quando ciò che davvero conta è l’impatto sull’esperienza che desideriamo vivere?
Se investissimo il nostro tempo nel comprendere che tipo di impatto vogliamo creare nella nostra vita – il nostro outcome – avremmo poi a disposizione moltissimi output tra cui scegliere, delineando una direzione ben precisa. Come creare una “Stella Polare” personale.
Se ad esempio arrivassimo a capire che l’impatto che vogliamo creare nella nostra vita è viaggiare nel mondo, a quel punto potremmo individuare le soluzioni (gli output) che ci permettono di raggiungere quell’outcome: potremmo diventare traduttori, piloti, consulenti, blogger, chef e tanto altro ancora. Tutti lavori, ruoli, mestieri, o, concettualmente parlando, percorsi che ci permetterebbero di vivere quella esperienza.
Scegliere quel lavoro non sarebbe come pescare una caramella da un barattolo senza prestare troppa attenzione a cosa “tiriamo su” ma dovremmo chiaramente investire tempo ed energie nel capire il mestiere che più si adatta ai nostri interessi e alle nostre caratteristiche.
La ricerca spasmodica di “cosa vogliamo fare nella vita”, partendo dal concepimento dell’outcome, ci sembrerà meno incompleta, meno frammentata, meno isolata. L’identificazione di un lavoro resta sicuramente importante per assicurarci un’esperienza felice nella quotidianità, ma diventa molto più semplice quando abbiamo chiaro il perché che la guida.
Come capire l’outcome che vogliamo raggiungere
Nel mio libro Storia Zero, accompagno il lettore in un percorso di esplorazione personale e consapevolezza, un viaggio che invita a riscoprire se stessi per comprendere quale impatto vogliamo davvero creare nella nostra vita.
Per chi, come me in passato, non ha ancora le idee chiare, il primo passo è proprio quello di intraprendere un percorso alla scoperta di sé: esplorare interessi, abilità ed emozioni, uscire dalla propria comfort zone e provare più cose possibili per creare esperienza e arricchire conoscenze.
Non si tratta solo di fissare obiettivi o definire traguardi, ma di imparare a conoscersi attraverso le esperienze e costruire un’identità più autentica e una direzione più chiara.
Attraverso esempi concreti, storie comuni e consigli pratici, Storia Zero propone una mentalità che aiuta a trasformare l’incertezza in scoperta e l’azione in crescita.
È un invito a vivere con consapevolezza, ad accogliere il cambiamento come opportunità e a costruire, passo dopo passo, un impatto reale nella propria vita.
| partem claram semper aspice |
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