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Tempo di lettura: 5 min
di Mauro Vedovello
Scopri come la filosofia in azienda può dare senso, etica e orientamento al lavoro quotidiano. Tre domande filosofiche per trasformare il fare in pensare.
In questo articolo esploro il valore della filosofia all’interno dell’azienda, spesso percepita come disciplina astratta e priva di utilità pratica. Attraverso esempi concreti tratti dal mondo imprenditoriale, metterò a confronto il “fare” e il “pensare” e mostrerò come la filosofia possa diventare uno strumento capace di dare senso e orientamento al lavoro quotidiano. Insieme ci porremo tre fondamentali domande filosofiche da introdurre in azienda – sul perché, sul come si impara e sul fine ultimo del fare – che spero aiuteranno a trasformare il lavoro da semplice esecuzione tecnica in un’attività dotata di significato, responsabilità ed etica condivisa.
Fare vs. pensare
Renato è un amico ed un imprenditore. Lavora dal mattino presto alla sera tardi, da quarant’anni e forse più. È dotato di una grande forza, protegge i suoi collaboratori, la famiglia e gli amici. È generoso, tranne quando ritiene che gli sia stato fatto un torto.
Ho sempre ammirato gli imprenditori Italiani come Renato (sono figlio di uno di loro) per alcune peculiari caratteristiche tra le quali: la capacità di sopportare grandi carichi di lavoro, lo spirito di sacrificio, la forza e la determinazione.
Renato è indubbiamente un “uomo del fare” come ce ne sono molti e sono certo che se a lui chiedessi “a che cosa serve la filosofia in azienda?” mi risponderebbe in modo franco: a niente!
Parlare di filosofia in collegamento con l’azienda è un tema difficile perché lo stereotipo che pesa sulla filosofia è quello di una scienza che non produce nulla di concreto. E la riprova di questo pregiudizio è leggibile negli occhi, pieni di apprensione, di genitori e parenti quando qualcuno in famiglia annuncia che si è iscritto alla Facoltà di Filosofia. Ad uno sguardo tra preoccupato e compassionevole spesso segue la frase “ma dopo la laurea come farai a trovare lavoro? Al massimo potrai fare il concorso da docente”.
Da diversi secoli, è più precisamente da quella che si chiama l’età moderna (che si fa di solito coincidere con il pensiero di Cartesio) si è perso il legame che ha sempre tenuto insieme le scienze. In passato, le arti liberali come il Quadrivio (aritmetica, geometria, musica e astronomia) erano studiate in modo armonico ed erano considerate l’anticamera per poi poter accedere alle discipline superiori rappresentate dalla Filosofia e dalla Teologia.
Perché la filosofia in azienda è utile
La società contemporanea, dominata dalla tecnologia (prodotto delle cosiddette scienze dure) è ossessionata dalle osservazioni empiriche e dalla formulazione di ipotesi verificabili, pertanto il discorso filosofico classico (quello che cerca le cause e i principi universali) fa fatica a penetrare nella quotidianità per via dell’apparente assenza di un utilizzo che possa essere pratico. Ma è veramente così?
Sono filosofo e lavoro in azienda, per di più in un’azienda manifatturiera, e sebbene sia consapevole che conoscere il pensiero di Aristotele non serva a produrre un freno a disco e nemmeno a leggere un bilancio, sono certo che
portare la filosofia in azienda può essere l’elemento che indirizza il “fare” verso un significato diverso e di maggior soddisfazione per chi vi lavora.
Per vincere i pregiudizi, possiamo partire dalla considerazione che il termine filosofia altro non sia che l’amore (filia) per la conoscenza (sofia) e questo già ci mostra come siamo tutti filosofi se attratti da un moto di conoscenza che non sia solo dominato dall’opinione (doxa) ma che cerchi di andare oltre l’apparenza delle cose.
Un piccolo manuale di filosofia aziendale
Ho pensato a tre “semplici” domande che se portate in azienda possono smuovere nuove visioni e orientamenti:
- La prima domanda filosofica da portare in azienda è:
Perché faccio quello che faccio?
Nell’antica Grecia il filosofo Socrate era uso andare in giro per la città interrogando i suoi concittadini allo scopo di farli riflettere sulle ragioni del proprio agire. La prima forma del sapere diceva Socrate è “saper fare”, ovvero dominare la tecnica (téchne) che il nostro ruolo richiede. Un generale (strategós) per essere tale non basta che sia “uno che comanda” ma deve conoscere l’arte militare così come un venditore deve padroneggiare l’arte della negoziazione, l’arte dell’ascolto e l’arte della comunicazione. - La seconda domanda filosofica da portare in azienda è:
Quello che faccio l’ho imparato conoscendone la scienza o l’ho imparato per imitazione?
L’imitazione è la modalità di apprendimento che tutti abbiamo adottato sin da bambini, scimmiottando mamma o papà nei loro comportamenti ma che poi spesso crescendo abbiamo esteso imitando modelli di riferimento esterni a noi. Fare un mestiere per imitazione è quella che Socrate chiamava “praticaccia” perché l’imitazione non porta a prenderci cura di noi e delle nostre reali motivazioni, dei nostri bisogni e delle nostre vere vocazioni. Conoscere il nostro mestiere secondo scienza significa sapere motivare le cause prime che sempre sottendono gli aspetti materiali e visibili della nostra opera. Un esempio pratico è la differenza tra l’architetto e il muratore dove quest’ultimo sa costruire un arco (domina la tecnica) ma il primo conosce le leggi che governano la costruzione dell’arco (domina la scienza). Vi è qui una evidente gerarchia nella quale gli aspetti filosofici della conoscenza sono quelli che determinano il fare. - La terza domanda filosofica da portare in azienda è:
A che scopo serve quello che faccio? Quale bene genera?
Se la prima domanda punta a indagare sul “perché” e la seconda sul “come” la terza domanda mira a interrogarsi sugli scopi del fare. Non basta sapere eseguire un compito né padroneggiarne la scienza: occorre domandarsi a quale fine ultimo orientiamo il nostro lavoro. Aristotele ricordava che ogni azione tende a un fine, e che i fini non sono tutti uguali: alcuni sono puramente strumentali, altri riguardano il bene e la felicità delle persone. In azienda, questo significa chiedersi non solo se facciamo bene il nostro mestiere, ma per chi e per cosa lo facciamo. Il prodotto del nostro lavoro non è solo un oggetto o un’azione: porta con sé valori, impatti sociali, responsabilità o, se preferiamo usare un’unica espressione, ci richiama a un’etica. La filosofia, in questo senso, diventa la bussola che collega il “fare” al “perché” e al “per cosa”.
Conclusione: filosofia come risorsa strategica
La filosofia in azienda, se portata con giusto metodo, può essere di grande supporto alle organizzazioni perché pone delle domande le cui risposte, indagate nel tempo, ci avvicinano a ciò che è la nostra ragione d’essere quella che orienta e dà senso al fare.
La ricerca filosofica motiva, istruisce, indirizza e, in ultima analisi, rende più produttiva l’azione.
La prossima volta quindi che in azienda si candida un laureato o una laureata in filosofia, non snobbateli, chiamateli a colloquio e fatevi dire per quali ragioni voi dovreste assumerli. Le risposte potrebbero stupirvi.
| partem claram semper aspice |
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