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Tempo di lettura: 7 min

di Alice Alessandri e Alberto Aleo
Integrazione vita lavoro: dalla Svezia tre riflessioni su sopravvivenza, progetti condivisi e impegno per trasformare settembre in un nuovo inizio.

Abbiamo trascorso l’estate in Svezia. É stato un tempo dedicato al lavoro di ricerca, alla progettazione delle prossime attività, al convegno internazionale Society for Business Ethics cui abbiamo partecipato, ma anche alle vacanze propriamente dette fatte di scoperte, natura, mare che non ti aspetti, amici che ci sono venuti a trovare ed anche relax.

Le nostre giornate scandinave sono state animate anche dalle riflessioni che il vissuto quotidiano ci ha stimolato. Ad esempio in una delle serie TV che stiamo seguendo (“Il giovane Wallander” ambientata neanche a dirlo a Malmö,) la collega del protagonista ad un certo punto dice “non prendertela troppo, in fondo è solo lavoro”. Ecco, questa frase ha acceso un dialogo di cui vi condividiamo i punti salienti, nella speranza che vi siano utili per affrontare la ripartenza di settembre.

Integrare l’ambito del lavoro nella “vita vera”

Qualche tempo fa una partecipante ad uno dei nostri corsi, dopo aver analizzato il proprio stile di comunicazione, commentò dicendo “questo è corretto qui in ufficio, poi io nella vita vera mi comporto diversamente!”. Di questa affermazione il concetto sul quale vogliamo soffermarci è proprio quello di “vita vera” che ha come portato l’idea che nell’ambito lavorativo vada in scena una “vita finta”. Secondo questa visione frammentata si finisce per “vivere veramente” negli interstizi di tempo che restano. Se fosse così per tutti sarebbe davvero preoccupante perché il tempo che trascorriamo a lavoro è tantissimo e viverlo in modo dissociato da se stessi è una vera e propria condanna.

E se invece il lavoro diventasse un’occasione per esprimere le proprie qualità individuali e realizzare le abilità che ci contraddistinguono (manuali, intellettuali, creative, …) mettendole a servizio? 

Da questa nuova prospettiva il lavoro diventa uno degli ambiti, insieme a quelli della famiglia, delle amicizie, dello sport, …, in cui la vita si dipana e i nostri talenti si manifestano … ma come si fa a trovare una professione nella quale esprimere davvero chi siamo?

La risposta a questa domanda prende tre direzioni diverse, che affronteremo in altrettanti paragrafi.

1. Rivalutare il concetto di “sopravvivenza”

Quando si affronta il tema del rapporto con il proprio lavoro bisogna mettere in conto di dover analizzare l’idea di sopravvivenza. Molte persone, infatti, hanno un rapporto funzionale con la professione per la necessità di assicurarsi le entrate per mantenere se stessi e la propria famiglia. Attenzione però perché, come abbiamo ricordato in un articolo di qualche tempo fa rivolto alle aziende, “Non si vive di solo profitto”. La stessa cosa possiamo dirla rivolgendoci a chi lavora: non si vive di solo stipendio.


La nostra “sopravvivenza” infatti non è detto che sia garantita se, nel tentativo di assicurarcela, ignoriamo o addirittura contraddiciamo l’essenza che ci caratterizza, sacrificando talenti e aspirazioni.


Come scriveva il sommo poeta “Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” il che tradotto ai giorni nostri significa dare spazio, anche in ambito lavorativo, alla poesia e all’umanità che abbiamo dentro. Farlo non solo ci consentirà di riallineare cosa facciamo con chi siamo, ma ci assicurerà anche maggiori chance di sopravvivenza: le persone motivate e felici producono di più e raggiungono risultati più elevati. L’Università di Oxford ha scoperto che la produttività incrementa almeno del 13%. Ecco perché le aziende scandinave, risaputamene tra le più produttive, sono promotrici di questa integrazione vita-lavoro ed hanno da tempo introdotto i concetti di crescita professionale sostenibile e flexicurity.

Ma c’è un’altra ragione per la quale dovremmo includere nella nostra idea di sopravvivenza anche il bisogno di sentirsi esseri umani completi ed è l’imminente massivo ingresso dell’AI in azienda. Tutti coloro i quali svolgono un lavoro meccanico, seriale, senza l’apporto di un vero contributo personale ed umano, rischiano di essere “replicati” quindi sostituiti da un algoritmo!


Quando pensate al vostro interesse personale, ai vostri bisogni immediati, alla vostra sopravvivenza, è bene di questi tempi adottare una prospettiva più ampia.


E tu che concetto hai di sopravvivenza?

2. Passare dagli obiettivi individuali ai progetti comuni

Si dice che viviamo tempi in cui gli spiriti nazionalistici imperversano e la maggior parte degli osservatori basa questo fenomeno su un dilagante individualismo. A nostro avviso ciò che affligge questa epoca è piuttosto una mancanza di progettualità. L’individualismo (e il suo fratello maggiore nazionalismo) implicherebbero la capacità di coltivare i propri interessi, di pensare al bene per se stessi. Puntare al proprio benessere significherebbe però anche pensare al futuro, non soltanto cercare soddisfazione immediata effettuando scelte che lo comprometteranno.


Quando la furbizia sostituisce l’intelligenza a rimetterci è prima di tutto la persona che perde la capacità di curare i propri interessi progettando a medio lungo termine.


Ciò che contraddistingue le società scandinave non sono il senso civico, l’idea di comunità, il rispetto per le regole sociali. Tutte queste sono conseguenze di una sola grande capacità: saper progettare!

Superando la logica dei singoli obiettivi (usualmente da fissare nel breve), dei KPI (ormai sostituiti dai più attuali OKR) e adottando la visione progettuale a livello individuale, sociale e lavorativo accadono moltissime cose positive. Prima di tutto un progetto, molto più di un obiettivo o di un indicatore, è in grado di dare senso e significato alla nostra attività. Ogni progetto è infatti inspirato dall’idea di costruire qualcosa, realizzare una visione, lasciare un’eredita che sopravviverà anche dopo di noi. Sono i progetti a tirarci giù da letto, a farci interagire con gli altri facendoci sentire parte di qualcosa di più grande. In Scandinavia non soltanto sono ancora di moda i piani quinquennali, i progetti di sviluppo sociale e le politiche attive, ma questa capacità di pensare in modo pluridimensionale, allargato, inclusivo la senti nelle parole di chiunque. Dialogando con un bambino Svedese, figlio di amici, appassionato di calcio è venuto fuori come il suo scopo fosse quello di impegnarsi a diventare bravo così da dare al team più alternative e non doversi affidare sempre agli stessi, concedendo anche a loro la possibilità di riposarsi senza avere costantemente addosso la responsabilità del successo.


Per riappropriarsi della capacità progettuale e della creatività che ad essa si lega, servono due cose: consapevolezza del proprio talento e sicurezza psicologica. Conoscersi, quindi apprezzarsi, e sentire intorno che l’ambiente favorisce l’espressione delle nostre qualità.


La tua azione professionale a quale progetto contribuisce?

3. Fare pace con l’impegno e la fatica

Veniamo all’ultimo punto, forse il più importante per smettere di vivere frammentati. Molti valutano come negative quelle attività che comportano impegno o vera e propria fatica. Il fatto che in alcuni dialetti la parola lavoro si traduca letteralmente in “fatica” ce la dice lunga sul rapporto tra questi due termini. Eppure come ci ricorda un bel discorso Giorgio Armani, recentemente scomparso, non si ottengono risultati duraturi senza impegnarsi. La tendenza a perseguire obiettivi nel breve, a voler capitalizzare subito o provare a prendere scorciatoie, sono la contropartita sia della mancata capacità di ragionare in termini di progetto, sia della scarsa motivazione.

Senza queste due condizioni di base, cioè senza scopi e senza spinte interiori a perseguirli, ogni passo diventa una tortura. La carenza sistematica di elementi a supporto dell’impegno ci ha letteralmente disabituati ad esso, rendendoci poco resistenti ed allenati alla fatica, alla pazienza o per dirla alla romagnola a “tener botta”! 

Non tutti sanno che gli Svedesi hanno una vera e propria venerazione per il mare. Giovanissimi e anziani, praticamente a tutte le latitudini e in tutte le stagioni dell’anno, indossano il loro accappatoio e si dirigono verso la spiaggia più vicina per immergersi in quelle che per noi sono acque ghiacciate. Avendo trascorso gli ultimi giorni in un capanno sulla spiaggia, abbiamo preso anche noi l’abitudine di immergerci nel Baltico. All’inizio anche pochi secondi ci sembravano insopportabili, poi con l’abitudine siamo arrivati a goderci questa sferzata di vita dentro ad un mare pulitissimo, circondati da paesaggi incontaminati: un’esperienza davvero unica.

Tendiamo a dimenticarci che il gioco della vita prevede coraggio e impegno, che nessun talento ce la fa ad emergere senza allenamento e che il gap tra utopia, sogno, desiderio e realtà può essere colmato solo dai nostri passi, uno davanti all’altro. Oltre al bias della visione troppo corta ce ne sono altri che possono portarci a frustrazione, desiderio di mollare o cambiare strada prima del tempo, facendoci erroneamente credere che ogni volta che facciamo fatica quell’attività non sia buona per noi. Chiamatelo eccesso di fiducia nelle proprie capacità, che ci fa dire “ok ce la farò con poco sforzo”, oppure fallacia nella pianificazione che ci fa sottostimare le azioni necessarie per realizzare qualcosa, fatto sta che l’unico modo per superare questi limiti cognitivi è allenarsi, provare, accettare di sbagliare e saper ricominciare senza arrendersi al primo ostacolo.

Dopo che avrete trasformati l’idea di sopravvivenza nella vostra missione professionale e definito il progetto sul quale impegnarvi chiedetevi quale sarà il primo passo?

Rispondere alle tre domande che vi abbiamo suggerito vi aiuterà a superare la bulimia di buoni propositi settembrini dispersi nella mancanza di impegno a perseguirli e vi supporterà nel tenere fede ad almeno un buon progetto per questi prossimi mesi.

“Mi piace settembre.

Comincia con un sapore malinconico.

Ma poi sa di rivoluzione.

Di Rinnovamento.

Più della prinavera”

Angelo De Pascalis

| partem claram semper aspice |

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Passodue, studio di consulenza e formazione, nasce nel 2012 dalla volontà di Alice Alessandri e Alberto Aleo di unire le loro esperienze per dare una svolta alla vita personale e professionale. Il progetto è basato sull’idea di cambiare la forma mentis del mercato rispetto ai concetti di “vendita”, “marketing” e “leadership” dimostrando che fare business eticamente si può e può essere assolutamente efficace.

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