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Tempo di lettura: 3 min

di Alberto Aleo

Ultimamente, quando guido quest’auto, non posso fare a meno di pensare che mi sopravviverà. Non è soltanto che abbia molti meno acciacchi di me, ma la ragione che mi fa credere che continuerà a sfrecciare su strade sempre nuove, anche quando io avrò da tempo raggiunto la destinazione finale, è legata al fatto che sia un oggetto fascinoso, rappresentativo e significante di qualcosa, quindi da preservare. 

Di questo extra time, se non proprio immortalità, che si sarà saputa conquistare le invidio due cose: continuare a poter viaggiare e saper traghettare significati da una generazione all’altra. Ragionandoci credo che siano queste le due qualità che, se abbiamo la fortuna di possedere e saper coltivare, ci avvicinano all’essere immortali.

Da giovane, come tanti, mi sentivo invincibile. Il pensiero di morire non solo nemmeno mi sfiorava ma anzi mi affascinava la sfida con la “cupa mietitrice”. Molti di coloro che sono stati ragazzi come me negli anni ’70 e ’80 si considerano dei sopravvissuti: dalle corse in motorino senza casco, all’abuso di merendine tossiche, tutto sembrava voler dire alla signora incappucciata “prova a prendermi se ne sei capace!”. Immagino sia proprio il desiderio di immortalità a spingere chi è all’inizio della sua vita a sperimentarne i limiti, in modi più o meno spericolati. Quello che mi manca di quegli anni è il senso di possibilità, anzi di potenzialità, che ne derivava.


Dietro ogni cosa che vivevo da ragazzo mi sembrava si celasse un mondo di alternative e realtà potenziali. Come se cento vite, non soltanto una, fossero lì pronte ad essere vissute.


Sarebbe bastato solo trovare il coraggio di osare per trascendere lo spazio e il tempo, superandone i limiti.

Mi torna l’immagine di un viaggio fatto in Russia con il mio amico Bizio. Erano i primi anni ’90, l’URSS era collassata politicamente da pochissimo, lasciando il paese attonito. Per ragioni che sarebbe lungo spiegare ci ritrovammo, poco più che ventenni, a San Pietroburgo in pieno inverno. Ho nella memoria questo fotogramma di me che cammino al buio lungo la prospettiva Nevski, infreddolito e spaventato ma con il cuore pieno del senso di possibilità e affascinato dall’improbabilità della situazione in cui mi trovavo. 

Crescendo le nostre vite diventano lineari, prevedibili, pianificate e – senza quasi accorgercene – perdiamo la voglia di sfidare lo status quo, di aprire gli orizzonti, di credere che la realtà potenziale sia più viva e vera di quella che appare osservando da un unico punto di vista. Il ritorno a dimensioni finite e conosciute ci fa perdere la capacità di vivere molte vite e, quindi in un certo senso, di sentirci “larger than life”, un po’ immortali. 

Se invecchiando l’orizzonte sembra stringersi, la nostra ricerca d’immortalità invece non si placa, cambia solo strategia. Proviamo allora a costruire o a renderci partecipi di qualcosa che ci sopravviva: un progetto, una missione, un’impresa, un’idea.


Abbiamo bisogno di lasciare un’eredità, spirituale o materiale, pur di essere ricordati, pur di sentire che le nostre vite proseguiranno il viaggio – almeno in parte – attraverso gli altri, nel loro ricordo o nelle loro azioni. È così che la ricerca d’immortalità, con l’avanzare degli anni, si traveste da ricerca di senso.


Anch’io da qualche tempo ho iniziato ad applicare questa formula, provando – attraverso il mio lavoro, le cose che scrivo, l’impronta che vorrei lasciare negli altri – di assicurarmi che qualcosa di me resti. Non so quanto di tutto questo supererà la prova del tempo, ma anche se dovessi fallire sono certo che ad assicurarmi un posto nel futuro ci sarà la mia vecchia spider. Spero che chi la guiderà tra 50 e più anni, osservandone i segni sulla pelle dei sedili, i graffi sul legno del volante, le piccole imperfezioni che il tempo avrà lasciato qua e là, si chieda chi e cosa le ha generate, le avventure e le speranze di chi l’hanno segnata. E chissà che questo interrogarsi su ciò che è stato, indagando la complessità del passato, non possa aiutare il nuovo proprietario a chiedersi cosa potrebbe ancora essere guardando al futuro in modo più ampio. L’immortalità non allunga la vita, la fa circolare

| partem claram semper aspice |

Le foto utilizzate – là dove non siano di proprietà della redazione o dei nostri ospiti – sono acquistate su Adobe Stock e IStockPhoto o scaricate da piattaforme come UnSplash o Pexels.

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Passodue, studio di consulenza e formazione, nasce nel 2012 dalla volontà di Alice Alessandri e Alberto Aleo di unire le loro esperienze per dare una svolta alla vita personale e professionale. Il progetto è basato sull’idea di cambiare la forma mentis del mercato rispetto ai concetti di “vendita”, “marketing” e “leadership” dimostrando che fare business eticamente si può e può essere assolutamente efficace.

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