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di Alberto Aleo e Alice Alessandri

Prima di tutto chiariamo in che cosa consiste il sogno americano. L’american dream, almeno nella sua versione originale, è basato sulla credenza che se hai delle qualità e ti impegni per metterle a frutto, potrai ottenere il successo.

La società americana è strutturata quindi in modo da fornire a tutti pari opportunità per esprimere i propri talenti ed il proprio valore, sempre che ci sia la volontà di impegnarsi per farlo.

A noi europei piace ricordare solo la seconda parte di questa credenza ovvero “puoi sempre farcela” senza però completarla con l’altra – ben più importante per gli americani – cioè “se hai talento e sei disponibile ad impegnarti”. Questa artificiosa separazione ci serve per bollare come ingenuo il loro modo di pensare, ma stando qui qualche giorno ci si accorge che la struttura della società statunitense è davvero pensata per offrire a tutti pari opportunità di riuscita e in una certa qual misura premia sempre l’impegno.

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Pari opportunità di riuscita, non parità di risultati, quelli dipendono da quanto impegno si è profuso nello sviluppare il proprio talento o la propria idea.

E’ questa la grossa differenza fra gli europei e gli americani: noi pensiamo che una società giusta debba assicurare condizioni simili per tutti, loro pensano che una società giusta debba offrire opportunità simili a tutti. Noi guardiamo al risultato, loro guardano al percorso per raggiungerlo.

Che cosa resta del sogno americano

Sulla scorta di questo “credo” la società statunitense ha tollerato livelli di disparità sociale in europa poco accettabili. L’idea alla base di questa tolleranza è “Noi ti abbiamo dato le opportunità, tu non hai voluto o saputo sfruttarle quindi ci sta che tu sia più povero e infelice di me”. Il ragionamento, se pur spietato, eticamente non farebbe una piega se non fosse stato contraddetto dagli scandali conseguenti alla crisi del 2008 i quali hanno reso evidente che – a prescindere dai meriti (o demeriti) personali – alcuni dei responsabili di frodi e collassi economici non hanno pagato per le loro malefatte, mentre innocenti privati cittadini si sono visti svuotate le tasche dalle banche.

Che cosa è successo allora nel cuore dell’americano medio? Cosa accade ad una società basata sulla meritocrazia quando si spezza il rapporto premi-meriti? In altre parole gli americani ci credono ancora nel loro “national dream”?

La risposta è si, anzi assolutamente si! E non perché sono ingenui, ma perché hanno imparato ad occuparsi delle cose che possono controllare, lasciandosi dietro le spalle quelle che non rientrano nel loro potere d’azione. L’americano medio davanti ad un problema sembra chiedersi “Posso farci qualcosa? Che potere ho sulla sua soluzione?” Se la risposta è “Nulla”, allora non se ne occupa, se la risposta è “Qualcosa” allora si rimbocca le maniche e lavora su quel “Qualcosa”.

La motivazione infatti passa per gran parte dalla nostra capacità di controllare e gestire le cose in cui siamo coinvolti: più pensiamo che grazie al nostro impegno è davvero possibile raggiungere un risultato, più siamo motivati ad agire in tal senso. Più sentiamo invece che nonostante il nostro impegno sarà comunque impossibile ottenere certi risultati, più sentiremo il peso dell’inutilità del nostro agire e quindi la nostra motivazione scemerà. Gli americani lo sanno e per questa ragione scelgono di ridurre i problemi sempre alla loro scala. Anche le tecniche di negoziazione ricalcano questa idea: se sanno di vendere un prodotto dalle caratteristiche non realmente differenzianti (un dato di fatto immodificabile direttamente dal venditore) gli americani non focalizzano la trattativa su quelle. Si concentrano piuttosto sugli elementi intangibili del loro sistema d’offerta che sanno di poter controllare, come la comunicazione, il servizio e altri aspetti relazionali del rapporto con il cliente.

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Fai il meglio che puoi, farai comunque la differenza per te stesso e per gli altri e occupati delle cose che puoi gestire perché sono le uniche dove puoi spendere le tue competenze e le tue capacità.

Ecco quello che “resta” del sogno americano!

Dimenticavamo di dirvi che le più prestigiose Università di Boston, dal MIT ad Harvard passando per la Babson e la Boston University, hanno inserito almeno un corso di Business Ethics all’interno dei loro programmi. A quanto pare è stata una richiesta diretta di Wallstreet che si è resa conto che per far ripartire i mercati è necessario ricostruire la fiducia e con essa il sogno americano nella sua versione originale.

Nota: lo “street piano” ritratto nella foto, è un pianoforte messo a disposizione dal Comune di Boston nel parco dove si svolge il festival musicale estivo. Chiunque può sedersi a suonare e non si sa mai che qualcuno ti noti e ti dia un’opportunità. Come vedete c’è la fila fuori per provare…

| partem claram semper aspice |

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Alberto Aleo

Un percorso accademico non convenzionale insieme ad una carriera manageriale che è durata più di un decennio nel ruolo di responsabile marketing e di direttore vendite per note aziende italiane, mi hanno trasformato in un “architetto” di strategie di mercato. Nel 2011 ho fondato insieme a mia moglie Alice lo studio di consulenza e formazione Passodue il che mi ha permesso di poter mettere a disposizione dei clienti un bagaglio di esperienze e conoscenze molto vario, che spazia dall’economia, al marketing, alla gestione di reti commerciali.

Questo articolo ha 6 commenti
  1. Condivido il tuo stimolo a focalizzare i nostri sforzi sulle cose su cui abbiamo la possibilità di incidere.
    Racconto un episodio ed una riflessione su cui mi è capitato di scrivere molto vicino alle cose da te sostenute.

    Qualche giorno fa ho partecipato ad una riunione di un’ associazione di categoria. Era presente un Ministro, che, in risposta ad un intervento che rilevava la differenza di imposizione fiscale tra un’azienda con sede a Imola e una sua gemella con sede a Monaco, ha ricordato che il nostro bilancio potrebbe anche consentire politiche di investimenti ,se non fossimo gravati dai circa 90 miliardi di interessi sul debito pubblico, da pagare ogni anno.

    Ti viene voglia di alzarti ed andartene.
    Ti sembra di non aver alcuna possibilità di fare qualcosa di costruttivo !

    Per uscire dal loop depressivo che accompagna i dibattiti su crescita e sviluppo dobbiamo osservare il “fenomeno impresa”, al di fuori delle coppia problematica innovazione&finanza, che affolla i dibattiti dei nostri convegni. Per crescere dobbiamo innovare, ma siccome non abbiamo soldi per sostenere gli investimenti, non possiamo innovare… una cantilena che spesso ho sentito anche all’interno della mura delle imprese.

    Allora la domanda è: come mai nonostante la crisi qualcuno riesce ad intraprendere percorsi di crescita interessanti? La guida è migliore? Le singole persone sono migliori? Chissa!
    Dal mio piccolo osservatorio, ho notato che le imprese che navigano con sicurezza sono quelle che sono riuscite nei momenti di difficoltà a far convergere le forze disponibili:
    – che riescono a fare leva sui valori che uniscono piuttosto che su quelli che dividono;
    – che individuano regole di comportamento comuni;
    – che battono il tempo perché tutta l’orchestra trovi sostegno nell’esecuzione della melodia.

    Solo attraverso una volontà e determinazione condivisa è possibile navigare con consapevolezza in mare aperto.
    Forse dovremo aumentare la formazione e le competenze di tutta la nostra classe dirigente, sia quella politica che quella imprenditoriale ? Che sia giunto anche per la classe imprenditoriale, come per quella politica, il momento di un ricambio ?

    1. Alessandro, grazie per il tuo interessantissimo commento. Credo che la mancanza di visione, che non sia solo quella utilitaristica di breve termine intendo, sia il dramma che affligge imprenditori, politici e società italiana tutta. E’ chiaro che è anche un problema di cultura di management in senso ampio e non so quanto ci sia la volontà in Italia di incrementarla questa cultura: io credo che il mantenimento dell’ignoranza sia una strategia. Quello che possiamo fare è prima di tutto essere consapevoli, poi scegliere di essere diversi. Ti faccio i complimenti per il tuo blog, è bello!

      1. Grazie Alberto,
        condivido tutto ..in particolare: .”essere consapevoli, poi scegliere di essere diversi”.
        Alla prossima.
        Alessandro

  2. Bell’articolo ed interessante scambio di commenti!

    Nel mio ambito professionale la scelta di verticalizzare le competenze (mie e dei miei collaboratori) è stata vincente, così come la trasparenza e l’onestà di offrire il proprio supporto solo dove si può portare reale valore aggiunto…

    In questo senso anche il mercato privato italiano inizia a premiare chi dimostra talento ed impegno, forse anche a causa del periodo storico, perché c’è la necessità di spendere il giusto per risultati concreti.

    Nel Pubblico questo cambiamento purtroppo sarà molto più lento e farraginoso, ma prima o poi anche i politici saranno costretti ad invertire il senso di marcia..

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