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L’Italia, si sa, è il paese della creatività: design, moda e idee che poi hanno spopolato in tutto il mondo spesso sono nate qua.

Andando più indietro nella storia si scopre che l’idea dell’artista di carriera, al soldo del mecenate di turno, è un’invenzione tutta italiana.

Ci si chiede perché, allora, vendere la creatività nel nostro paese sia così difficile. Architetti alla fame, designer disoccupati ed agenzie di creativi che davanti all’obiezione “ho un amico che me lo fa per la metà” non sanno che argomenti usare. Non sappiamo vendere la creatività perché non abbiamo strumenti per argomentarla davanti ad un interlocutore disponibile a valutare solo gli aspetti “materiali” del nostro lavoro. Eppure la creatività è l’elemento in grado di sancire il valore differenziale dei nostri prodotti difendendoli dalla mera competizione “al prezzo più basso”. Ovviamente questo difetto di argomenti si genera solo in casa nostra, visto che all’estero la creatività è riconosciuta e apprezzata. Lavorare da creativi in Italia è invece un mestiere che prevede una lunga gavetta, necessaria ad accumulare referenze, l’unico modo misurabile di certificare la qualità del nostro lavoro. Ma se sei un creativo alle prime armi, talentuosissimo ma fuori dal gotha dei grandi committenti, stai pur tranquillo che l’obiezione “mio cugino me lo fa gratis e sa pure usare photo shop” prima o poi te la sentirai rivolgere. Siamo il paese dei titoli, allora ecco nascere lauree in Design, Associazioni di professionisti a numero chiuso, Enti che certificano ecc…

creatività

Il concetto di qualità però, quando si applica alla categoria della creatività, sfugge o meglio si manifesta in modo velato e comprensibile solo a quei pochi che hanno gli strumenti giusti per decodificarlo.

Sto tentando di dire che la capacità di lettura della qualità del lavoro creativo va educata e parte di questo compito spetta forse ai creativi stessi. I vostri clienti devono entrare di più nei processi, i servizi di progettazione devono diventare più trasparenti e svelare ciò che gli addetti ai lavori della creatività sanno da tempo:

per essere creativi è necessaria molta disciplina e molto impegno.

Questo è ancora più vero oggi che il rapporto tra tecnologia e creatività si è rinforzato e fatto più evidente. Chi conosce la storia dell’arte sa che la fortuna dei nostri artisti nel mondo è stata anche merito di alcune “invenzioni tecniche” che hanno differenziato la loro produzione: cose come la prospettiva, i mezzi toni o il perfezionamento della tecnica dell’olio su tela (invero non inventata in Italia ma portata ad eccellenza nella Firenze Rinascimentale). Ad un certo punto della storia dell’arte però il binomio tecnica-creatività è sembrato spezzarsi e negli anni della “individual art” o della “pop art” la produzione artistica è stata popolata da manufatti che apparentemente chiunque, con poca perizia, sarebbe stato in grado di realizzare.

Internet ed il mondo della comunicazione digitale hanno però prepotentemente rinsaldato il legame tra tecnologia e creatività.

Oggi la contaminazione è tanto spinta che a volte i pesi si invertono e se da un lato l’uso della tecnologia applicata alla creatività ci da l’opportunità – in un certo senso – di misurarla, il rischio all’eccesso è di trasformare la tecnologia da strumento in fine, sostituendo i bravi creativi con buoni tecnici. C’è un altro elemento che complica ulteriormente la valutazione del lavoro creativo ed è legato al concetto tutto italiano di ricchezza e guadagno.

Per fare i soldi bisogna fare fatica o altrimenti stai fregando qualcuno.

I creativi invece amano il loro lavoro, nel farlo si divertono anche, figuriamoci il fare fatica. Allora viene da pensare “ma perchè dovrei pagarti per fare qualcosa che faresti comunque?”.  Questa è per me la base e il nocciolo della difficoltà di vendere il lavoro creativo. Qui sta la vera sfida di alfabetizzazione che i nostri creativi dovrebbero raccogliere, qui la vera domanda che dobbiamo rivolgere a noi stessi e ai nostri interlocutori: è possibile concepire il successo senza fatica o meglio, ci è data la possibilità di sostituire l’idea di fatica con quella di impegno?

Se la risposta è affermativa la prospettiva cambia completamente perchè il rapporto soldi – impegno non esclude il divertimento ed il piacere, salvando così il ruolo sociale dei creativi e concedendo ai committenti la libertà di giudicare il loro lavoro per quello che realmente è: un prodotto di genio ed invenzione, capace di creare vera innovazione proprio la dove è più necessario farlo cioè dentro di noi. E’ anche questo parte del nuovo Rinascimento di cui il nostro paese ha bisogno.

Alberto Aleo

Un percorso accademico non convenzionale insieme ad una carriera manageriale che è durata più di un decennio nel ruolo di responsabile marketing e di direttore vendite per note aziende italiane, mi hanno trasformato in un “architetto” di strategie di mercato. Nel 2011 ho fondato insieme a mia moglie Alice lo studio di consulenza e formazione Passodue il che mi ha permesso di poter mettere a disposizione dei clienti un bagaglio di esperienze e conoscenze molto vario, che spazia dall’economia, al marketing, alla gestione di reti commerciali.

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