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Tempo di lettura: 7 min

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

Eccoci giunti al secondo appuntamento della nostra guida per parlare in pubblico. Se nel primo articolo abbiamo compreso come organizzare i contenuti, questa volta capiremo come comunicare anche quando non diciamo una parola, cioè attraverso il linguaggio non verbale. 

Chi si trova davanti una platea non dovrebbe semplicemente “far passare delle informazioni” asettiche ma comunicare nel senso più proprio della parola, mettere in comune, coinvolgere, creare consenso, suscitare stati emotivi, mobilitare energia. Per riuscirci è fondamentale non solo cosa diciamo ma come lo facciamo. Le forme non-verbali di comunicazione sono molto più antiche delle parole e vengono quindi percepite da strati più profondi e ancestrali del nostro cervello, là dove risiedono emozioni e stati d’animo.


Il linguaggio non verbale non è solo più diretto e coinvolgente, ma anche meno controllabile ecco perché vi sarà particolarmente utile tenere a mente alcuni dei suggerimenti che trovate in questo articolo.


Quando, Come e Cosa davvero comunicano il corpo e la voce

Per non verbale intendiamo tutte le forme di comunicazione che passano attraverso il corpo e la voce come ad esempio i gesti, le variazioni di volume, la posizione che occupate nello spazio, le pause e i silenzi. Se dovessimo fare un elenco degli elementi che concorrono ad arricchire, compromettere o ribaltare ciò che state cercando di trasmettere sarebbe talmente lungo da risultare inutilizzabile, ecco perché ci focalizzeremo su alcuni fattori principali. Ma prima di tutto capiamo quando il non verbale diventa particolarmente rilevante e cosa è in grado di fare rispetto ai contenuti che ci siamo prefissati di trasferire. 

Partiamo dal QUANDO. In generale sono le fasi iniziali di un discorso quelle in cui il pubblico darà maggiore attenzione a ciò che il vostro corpo trasmette. La prima impressione visiva che generate in chi vi sta di fronte influenzerà il suo livello di ascolto e le opinioni che si farà dei contenuti. Anche la voce dà il suo contributo, che però sarà spalmato più equamente durante tutto l’arco dell’intervento, contribuendo in modo significativo a tenere alto il pathos e l’attenzione. Sempre al corpo saranno affidati gli effetti scenici di chiusura così come i ricordi. Le immagini supportano la comunicazione non verbale che può essere amplificata e arricchita da presentazioni tipo Power Point di cui abbiamo parlato in un altro articolo ad esse dedicato.

Passando al COSA trasmettono voce e corpo, essi parlano un linguaggio semplice, che possiamo riassumere in modo binario: mi piace/mi interessa o non mi piace/non mi interessa. Il nostro scopo sarà mantenere l’onda positiva del messaggio, tranne che la “reazione di rigetto” non sia voluta, funzionale ad esempio a orientare l’opinione di chi ascolta in senso opposto. Ma entriamo più nello specifico.

Il linguaggio del corpo nel public speaking

“Body talk” cantavano gli Immagination ed è proprio così. Il linguaggio che parla il nostro corpo è prevalentemente emozionale e pur assumendo varie gamme e sfumature nell’essenza è positivo o negativo, cioè suscita emozioni piacevoli oppure sgradevoli. 

Come parla il corpo? Abbiamo già dedicato un articolo agli elementi che costituiscono il linguaggio del corpo e le sue estensioni, qui ci soffermeremo sui principali:

  • l’abbigliamento (ed eventualmente il trucco)
  • la postura
  • la distanza e più in generale la posizione che si occupa nello spazio
  • la gestualità, i movimenti e il tocco
  • le espressioni del viso compresi i movimenti oculari.

Partiamo dal primo punto che è forse il più controverso. Abbiamo tutti sentito dire che “L’abito non fa il monaco” ma le prime impressioni visive sono affidate proprio agli aspetti più evidenti come abbigliamento e trucco (per chi ne fa uso). Quando salite su un palco o prendete la parola durante una riunione, gli occhi del pubblico si attiveranno prima ancora delle loro orecchie. Le persone di fronte a voi cercheranno di capire chi siete anche dagli abiti che indossate facendosi tendenzialmente una sola domanda: è una di noi oppure no? Tranne quindi che non vogliate essere “disruptive” vestitevi in modo coerente con l’ambiente e con ciò che volete comunicare per creare un legame con chi ascolta. 

La distanza dal pubblico, la cosiddetta prossemica, è strettamente correlata all’uso dello spazio e ai movimenti al suo interno. Ricordatevi che spostarsi eccessivamente, dondolare, stare in un angolo dal quale è difficile osservarvi o assumere posture che rimandano chiusura e rigidità sono tutte condizioni che fanno fare fatica a chi vi ascolta trasferendo una sensazione di disagio. Muovetevi con consapevolezza e a ritmo con le cose che dite, se guardate qualcuno sorridetegli, avvicinatevi con calma a chi vi ha rivolto una domanda e usate gli oggetti solo se servono per spiegare o ancorare un concetto: tenere il contratto in mano mentre ne illustrate le condizioni aiuta, premere incessantemente il pulsante a scatto di una penna invece trasmette stress.

La voce come strumento di relazione con l’altro

Per lavoro ci è capitato spesso di intervenire in convegni utilizzando il nostro inglese intriso di accento italiano. All’inizio vivevamo questa cosa come un problema tanto da prendere lezioni per migliorare la pronuncia. Dopo qualche anno una nostra amica docente universitaria statunitense ci chiese “ma cosa avete fatto al vostro meraviglioso accento italiano?”. Dimenticate le voci perfette degli attori di teatro, dall’avvento dei podcast in poi piacciono gli eloqui naturali, sporcati dai localismi che li rendono più veri. Ognuno ha un timbro personale e una dizione che ne racconta le radici, snaturarli non vi renderà oratori più efficaci. Ci sono però alcuni elementi cui dovrete stare attenti ed in particolare 3:

  1. il volume che utilizzate
  2. la velocità con cui parlare
  3. le variazioni di tono e di ritmo insieme a pause e silenzi.

Per parlare è necessario emettere aria dalla bocca, quindi la voce è connessa al respiro che a sua volta è legato al battito e al bioritmo corporeo. Il cervello lo sa, ecco perché usa naturalmente l’ascolto delle qualità vocali dell’altro per capire cosa sta avvenendo dentro il suo corpo. Se parlate in modo veloce, con un volume eccessivo, probabilmente il vostro cuore pompa molto sangue e il tasso adrenalinico sarà elevato, tutti segnali di tensione se non addirittura di aggressività. Al contrario, se il ritmo cala eccessivamente sarà la serotonina a prendere il sopravvento con il rischio di assopire o annoiare.

Velocità e volume, se giostrati con maestria, possono rendere molto coinvolgente il parlato, sottolineando parole o frasi, lasciando una scia di silenzio pensoso intorno ai concetti più importanti, creando suspence o incalzando il ritmo dove serve verve. Considerate questi “cambi di stato” fondamentali per coinvolgere il pubblico, rafforzandoli con passaggi di postura e quindi con l’uso appropriato del corpo. Tutto questo va fatto prediligendo sempre la chiarezza nella dizione e nell’esposizione dunque non masticate o non sussurrate le parole.

Parlare ad un pubblico in webinar

Chiaramente tutto quello che abbiamo detto in precedenza vale anche quando il vostro pubblico è al di là dello schermo insieme ad ulteriori precauzioni specifiche. Prima di tutto sarà importante tenere la telecamera accesa invitando tutti i partecipanti a fare lo stesso. Cercate una modalità di visualizzazione che vi consenta di osservare i volti di tutti, chiedendo anche che i nomi siano inseriti correttamente così da utilizzarli se necessario. Dove possibile cercate di stimolare l’attenzione e il coinvolgimento – resi più difficili dalla distanza – attraverso domande dirette, quesiti posti in chat o altre attività interattive che il media vi consentirà. 

Evitate di usare fondali artificiali per la vostra inquadratura – trasmettono infatti un senso di “finzione” – ma preferite l’effetto sfocatura se ritenete non adeguata la stanza in cui vi trovate. Poiché sarà impossibile usare appieno tutto il corpo cercate un taglio di 3/4 che lascia intravedere qualche vostro gesto e cambio di postura. 

Sconsigliamo la lettura di un testo, subito riconoscibile sia dal tono monotono della voce che dallo sguardo fermo, e tutte le distrazioni che possono derivare da tenere aperte più finestre sul computer mentre parlate (casella di posta, chat, …). 

Concludiamo questa serie di articoli dedicati al parlare in pubblico con un consiglio tratto dal mondo del Jiu Jitsu, disciplina di cui siamo appassionati. Si tratta di un’arte marziale improntata alla difesa dolce che usa l’energia dell’altro per incanalarla verso una direzione atta a ridurre conflitti e tensioni. Alcune volte, quando siamo chiamati a parlare in pubblico, lo scopo è proprio quello: incanalare energie comuni, ridurre conflitti, costruire ed unire piuttosto che allontanare e dividere. Il Jiu Jitsu insegna una cosa semplice: tarare il proprio livello di energia appena sotto quello dell’altro così da consentirgli di scegliere ritmo e intensità del confronto. Che sia attraverso il corpo o la voce, inizialmente adeguatevi a chi ascolta. Solo dopo aver acquistato la sua fiducia potrete modificare il ritmo per guidare la comunicazione verso una direzione comune. 

| partem claram semper aspice |

Le foto utilizzate – là dove non siano di proprietà della redazione o dei nostri ospiti – sono acquistate su Adobe Stock e IStockPhoto o scaricate da piattaforme come UnSplash o Pexels.

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Passodue, studio di consulenza e formazione, nasce nel 2012 dalla volontà di Alice Alessandri e Alberto Aleo di unire le loro esperienze per dare una svolta alla vita personale e professionale. Il progetto è basato sull’idea di cambiare la forma mentis del mercato rispetto ai concetti di “vendita”, “marketing” e “leadership” dimostrando che fare business eticamente si può e può essere assolutamente efficace.

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