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Tempo di lettura: 2 min
Uso la mia spider anche per i viaggi di lavoro, ma quando vado a Roma preferisco risparmiarle la fatica. Troppo traffico, troppo caos. Roma è una città che va attraversata a piedi, rinunciando in partenza a vederla tutta – sarebbe impossibile – ma scegliendo un’area, magari lontana dai grandi flussi turistici, all’ombra dei monumenti più noti.
Io e Alice, quando siamo lì per una formazione o una consulenza, cerchiamo sempre di ritagliarci almeno un pomeriggio per esplorare.
Abbiamo così scoperto: un allestimento di sculture dentro un’ex centrale elettrica; una casa patrizia straordinariamente preservata, dove la voce dell’audioguida è quella di Piero Angela; l’interno barocco di un palazzo nobiliare abitato da secoli dalla stessa famiglia, che mescola quadri di epoche diverse con arredi le cui stratificazioni raccontano l’evoluzione del lusso attraverso il tempo per fare solo alcuni esempi.
È proprio durante una di queste scorribande nei vicoli della capitale che mi sono imbattuto in una massima anonima, scolpita su una lapide in un luogo altrimenti insignificante:
“In Libertate Venustas, In Venustate Libertas.”
In italiano suona più o meno come: “Nella libertà la bellezza, nella bellezza la libertà.”
Non so spiegare perché, ma trovo questa frase profonda e rappresentativa di alcuni dei valori che più sento miei. Provo a raccontare perché.
La libertà genera bellezza?
Ne sono convinto, per almeno due ragioni. La prima è che senza la capacità di liberarci da pregiudizi e convinzioni limitanti non possiamo davvero pienamente apprezzare la bellezza. La libertà attiva i sensi, acuisce la vista, amplifica il gusto, affina l’udito e rende la pelle più sensibile al tatto. Vediamo, sentiamo e intuiamo ciò che altrimenti ci sfuggirebbe, aprendoci a vibrazioni del bello più alte e sottili.
La seconda ragione è che la libertà è, di per sé, bella. Quella vertigine che ci attraversa quando ci sentiamo liberi è impagabile. Non credo di essere l’unico a commuoversi davanti a un panorama infinito, a un’alba mozzafiato o a una lunga strada da esplorare. Non è solo l’immagine davanti a noi che muove il cuore, ma la potenzialità che rappresenta: il senso di libertà che la rende bella.
E la bellezza genera libertà?
Qui la risposta è più complessa e parte da un presupposto: la libertà è prima di tutto una condizione interiore.
Anche chi è limitato nell’esercizio della propria libertà personale, quando entra in contatto con la bellezza – un’opera d’arte, un libro, un dipinto – può trascendere i confini della sua condizione. Per qualche istante riconquista lo status di essere umano libero di esprimere il proprio potenziale, di elevarsi ed evolvere.
La bellezza educa, crea conoscenza, amplia la nostra capacità di comprensione e interpretazione della realtà. In questo senso, ancora una volta, ci libera. Ci rende capaci di cose nuove, di accogliere e integrare punti di vista che altrimenti ci sfuggirebbero.
Quindi sì: la bellezza genera libertà.
Mio padre, appassionato di latino, ha dato di questa frase una traduzione non letterale ma interpretativa che forse riassume tutto:
La vera bellezza fiorisce in una condizione di libertà; e la bellezza, a sua volta, dona alla vita un inestinguibile bisogno di libertà.
Tornando a casa, ho aperto il garage e ho trovato la mia vecchia spider ad aspettarmi. Bella e apparentemente pacifica.
Mi è venuta voglia di accenderla e uscire senza meta, solo per il gusto di guidare libero, sperimentando sulla mia pelle che non c’è discontinuità tra bellezza e libertà: due concetti che vivono insieme, in modo simbiotico, come dentro quest’auto.
| partem claram semper aspice |
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