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Quando la vita è un Triathlon: impegno, sfida e disciplina

di Alice Alessandri con la collaborazione di Giovanna Rossi

noi di passodue con giovanna e gabrieleCi conosciamo da una vita, più precisamente dal periodo degli scout, quando le nostre giornate trascorrevano tra zaini, campeggi e canti davanti al fuoco di un bivacco. Gli anni ci hanno portato a vivere in due città lontane ma i legami veri e profondi, quelli che nascono dell’aver vissuto insieme momenti significativi, si mantengono per sempre. Così siamo rimaste in contatto, grazie anche ai social e alla reciproca passione per lo scrivere, raccontandosi attraverso un blog. Ma non è solo l’amicizia che ci ha convinto a pubblicare l’intervista che segue: c’è anche la voglia di condividere con i nostri lettori un’avventura fatta di passione professionale e amore. Quello che segue è infatti il racconto di una donna e di un uomo che, come noi, condividono lavoro e vita mettendo se stessi a servizio di un progetto che potremmo riassumere in tre parole: impegno, sfida e disciplina. Non resta che svelarvi di chi e di cosa si tratta!

Impegno: prendere in mano la propria vita

giovanna rossiLei è Giovanna Rossi, consulente di comunicazione e social network attiva nel mondo dello sport. Potete conoscerla meglio visitando il blog di cui è autrice 46percento nome legato all’indice di invalidità di cui Giovanna è portatrice a causa della sua schiena più volte operata. 46percento è uno spazio editoriale che trasuda passione, lucidità di pensiero, empatia e grande consapevolezza, le stesse qualità che si sprigionano dallo sguardo azzurrissimo di Giovanna.

Lui è Gabriele Torcianti, allenatore e preparatore atletico che ha militato nella massima serie della Pallavolo italiana. Uomo asciutto, diretto e concreto che ha scelto di mettere la sua esperienza e competenza a servizio di tutti quegli sportivi costretti a fare i conti con una “macchina biologica” non perfettamente funzionante.

gabriele torciantiDue mondi diversi quindi che però, ad un certo punto, si sono incontrati e riconosciuti, capendo quasi subito che insieme avrebbero potuto fare un salto in avanti nella loro evoluzione come persone e professionisti! Così, con tutto l’impegno e il coraggio  richiesti da una scelta del genere, si sono rimboccati le maniche e hanno messo insieme due case, tre figli e un cane. Compenetrato le loro vite e iniziando insieme un nuovo viaggio.  

La sfida di lavorare in coppia e la ricerca dell’autenticità

Giovanna e Gabriele, da bravi sportivi quali sono, hanno colto subito l’essenza della sfida del lavorare in coppia che ha consiste nel trovare un nuovo equilibrio professionale e personale.

“Lui è compagno, collega e allenatore e quando siamo davanti al gruppo non è sempre facile relazionarsi, in questi casi ci è utile ricordare a noi stessi il senso del progetto che ci unisce” dice Giovanna!

triathlonInsieme hanno scelto di stimolare le persone a vivere con più consapevolezza e allenarsi al cambiamento attraverso la potente metafora dello sport. Con questo scopo è nata la loro scuola di triathlon, cosi come un’offerta di corsi aziendali sul tema del benessere nel posto di lavoro.

“La nostra idea di collaborazione nasce pura, i progetti prendono forma dal nostro vissuto e da animate discussioni sul valore profondo di quello che facciamo. Il business è una conseguenza!”

Giovanna e Gabriele ci raccontano del desiderio di una vita autentica, di un lavoro basato su dinamiche nuove, vicine a quelle che anche noi di Passodue sentiamo di condividere.

La scelta di una vita più libera porta con sé un grande impegno, richiede enorme fiducia nella coppia e nelle proprie capacità individuali, coerenza tra chi si è e cosa si fa perché, quando ci sono autenticità e passione, la fatica prende un gusto diverso!”

Ma come si fa a condividere un progetto professionale restando anche una coppia affiatata? Come organizzare tempo del lavoro e tempo libero,  dando spazio ai propri bisogni? La risposta per i nostri amici è una sola: disciplina. Solo grazie ad essa si potrà continuare a dar spazio alle cose essenziali, trovando dentro se stessi e con l’altro il giusto ritmo per ogni cosa.

Disciplina: trasformare il limite in possibilità

“La disciplina è la base di partenza per ottenere qualsiasi obiettivo.” 

#primadituttoGiovanna e Gabriele la mettono in pratica quotidianamente, declinandola nei numerosi progetti a cui hanno dato vita, in particolare nella gestione del team #primaditutto, un gruppo di “atleti fragili” composto da uomini e donne affetti da diverse patologie (oncologiche, cardiache, di invalidità…) che insieme si preparano a vincere sfide sportive ma non solo. Ognuno si allena secondo le proprie possibilità, in sicurezza, attraverso allenamenti collettivi settimanali cui si affiancano incontri sui temi della prevenzione, dello sport, del benessere.

Come ci raconta Giovanna “Quando arriva qualcosa di pesante ti chiedi: che cosa viene  prima di tutto? la malattia ti fa cambiare le risposte ai grandi perché della vita, ti mette davanti ai limiti, alle difficoltà e alle scelte. Ti costringere a ri-settare le tue priorità, partendo proprio dalle tue debolezze. Un percorso che chiunque, malato o no, può intraprendere perché in ognuno si nasconde un atleta fragile che prima o poi nella vita ha dovuto fare i contri con il dolore.”

Lo sport diventa così mezzo per cercare risposte profonde e riscoprire la propria umanità, potendola poi donare agli altri!

“Chiunque ha un limite che ogni mattina deve saper superare per vivere a pieno la sua giornata. Il primo passo per riuscire in questa impresa è rendersene consapevoli”

La chiacchierata con Giovanna e Gabriele ci lascia un senso di pienezza: due professionisti che si impegnano in prima persona per attivare negli altri un processo evolutivo senza manuale d’istruzioni e nessuna scorciatoia, ma fatto di tanto impegno e disciplina per vincere ogni giorno una nuova sfida.

impegno, sfida e disciplina“Certo, a tratti non è facile. Quando non vedi
ancora i risultati per andare avanti ci vuole
enorme fiducia nel tuo allenatore e in te stesso! Sei nel tuo dolore e al buio: solo la fede ti darà la certezza di sapere che arriverà il momento in cui la fatica si trasformerà in successo. Sono sopravvissuta a tutti gli ostacoli che la vita mi ha posto davanti perché sapevo che sarebbe finita! Infatti poi ho incontrato Gabriele.”

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Compiti per le vacanze: Risolvere l’equazione “Essere, Dare, Avere“

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

estateQuante volte ci siamo chiesti “Chi sono io?”. Nei momenti in cui il fluire della vita si fa più intenso e le emozioni prendono il sopravvento, questa domanda emerge con più forza. L’estate è per sua natura la stagione della libertà e dei desideri, in cui sperimentiamo la bellezza di sentirci vivi e attivi. Ecco perché è un buon periodo per indagare il rapporto tra essere, dare, avere ed ecco perché proprio questo tipo d’indagine farà parte dei compiti per le vacanze che abbiamo deciso di assegnare ad ognuno di voi!

Invertire i termini dell’equazione

Il mondo moderno sembra suggerire un modello standardizzato per dare un senso alla propria esistenza: guarda attorno a te per individuare cosa puoi prendere, o pretendere, così da ottenere ciò che desideri e placare la spinta dell’ambizione; quando finalmente avrai soddisfatto il tuo ego potrai pensare di dare a chi ti sta vicino e in questo modo, alla fine dei tuoi giorni, forse otterrai la saggezza necessaria per scoprire chi sei veramente! E’ l’iter seguito da spietati miliardari che ad un certo punto si scoprono filantropi e poi ancora presunti guru dispensatori di facili consigli sulla felicità. Molti di noi legano l’essere all’avere dimenticandosi che:

“Per avere è necessario prima ricevere, per ricevere serve prima dare e per dare prima di tutto dobbiamo essere consapevoli dei nostri doni.”

I termini della faccenda sono quindi inversi: cominciate quindi i vostri compiti per le vacanze chiedendovi “Quali talenti posso offrire al mondo? Cosa ho da dare?”.

Integralismo positivo

Trovare una risposta alla domanda precedente è un viaggio dentro la consapevolezza di sé, a volte lungo e complesso, sicuramente molto personale. Vi diamo un suggerimento per iniziarlo: partite dalle vostre radici. IMG_3274Significa riprendere contatto con il proprio “bambino interiore”, con i luoghi, le persone e le emozioni che hanno caratterizzato la vostra crescita, anche quando non sono stati del tutto piacevoli. Rileggete con orgoglio e compassione la vostra storia personale, accettatevi ed esaltate le peculiarità di ciò che avete vissuto. Siate integralisti nel senso più positivo del termine e cioè essere integralmente voi stessi e saper integrare le vostre differenze con quelle degli altri. Come ci ha ricordato recentemente Massimo Franceschetti, la natura esalta le differenze grazie alle quali evolve e impara, creando. Seguitene quindi le regole, fissando le vostre radici nel terreno di ciò che siete e incrociando i vostri rami con quelli di chi incontrerete lungo il cammino. Proseguite i vostri compiti per le vacanze chiedevi “In cosa sono diverso dagli altri e gli altri da me? Come possiamo integrare queste differenze?”.

Accettare e meritare

La nonna di Alberto sosteneva che “chi non accetta non merita”, una saggia considerazione che ci aiuta ad introdurre l’ultimo passaggio per risolvere l’equazione essere, dare, avere. Spesso quello che ci impedisce di raccogliere i frutti del nostro agire è l’incapacità di ricevere. Sembra assurdo ma ci sono molte più persone che non sanno tendere le mani per prendere rispetto a quelle che non sanno donare. Prendere è infatti un atto di fiducia molto difficile perché implica accettazione, umiltà e – ancora una volta- consapevolezza. Rispetto a cosa? Ai doni che raccoglierete! La capacità di ricevere è connessa alla capacità di esprimere gratitudine. Essere grati significa riconoscere ciò che abbiamo: un atto molto difficile perché ogni volta che lo compiamo ci prendiamo una grande responsabilità.

Quando qualcuno dice “ho ricevuto questo dono” dentro di sé sa che dovrà poi utilizzarlo, dovrà farlo fruttare, che tocca a lui, e a nessun altro, trarre il meglio dai mezzi e dai “talenti” che gli sono stati regalati. 

E’ questa la ragione per cui spesso giriamo la testa, ritiriamo le mani e ci rifiutiamo di ricevere. Non accettiamo di essere felici e la grande responsabilità che ne deriva. Per completare i vostri compiti per le vacanze chiedetevi da ultimo “Cosa sto ricevendo? Cosa mi rifiuto di accettare? Di cosa posso essere grato?”.

compiti per le vacanzeL’estate è magica, come recitano molte poesie e canzoni. Se ci pensate è piena di riti che celebrano il nostro rapporto con la natura e le sue leggi: non è forse questo il significato profondo di un falò sulla spiaggia, delle passeggiate in montagna circondati da vette maestose o di una cena sotto un cielo di stelle? Vi auguriamo che l’esoterismo nascosto nei bei momenti che vivrete in questa stagione vi aiuti a comprendere ciò che vi circonda, a conoscervi di più rinforzando il rapporto tra essere, dare, avere grazie anche ai compiti per le vacanze che vi abbiamo assegnato. Se ci riuscirete, provate a donare la vostra evoluzione agli altri, contribuendo a sviluppare quella coscienza universale che tutti ci lega; ne riceverete in cambio un rinnovato e profondo benessere che vi permetterà di partite con slancio al rientro. Buona estate.

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Soul Manager: prendersi cura dell’anima dell’azienda

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

soul managerLe consulenze One to One sono spesso occasione per i nostri clienti di parlare dei loro sogni. In questi intimi momenti di “verità” vengono alla luce stimoli e idee potenzialmente rivoluzionari. È il caso di una manager che qualche tempo fa ci ha confessato il desiderio di occuparsi della crescita personale dei suoi colleghi e dell’evoluzione spirituale dell’organizzazione per cui lavora. È convinta, infatti, che questo incrementerà l’armonia e il clima interno, contribuendo alla crescita dei risultati. Che esista un legame tra ambiente di lavoro e performance non è certo una novità ma che possa esistere in azienda una figura professionale che si prenda cura dell’anima della gente si! Stiamo parlando di un nuovo ruolo con grande potenziale strategico: il soul manager. Da come ci alimentiamo, agli spazi in cui lavoriamo, alle azioni che compiamo, tutto incide sul benessere e di conseguenza sui risultati.

Solo adottando una visione olistica del professionista e della persona, potremmo sperare di avere collaboratori centrati che siano una vera risorsa”. 

Corpo, testa, cuore

corpo testa cuoreCome esseri umani siamo composti di molte parti. Ubbidiamo ad istinti animali, ad emozioni profonde e, solo limitatamente, alla nostra razionalità. Le relazioni con i nostri simili sollecitano sopratutto quelle componenti che sono meno sotto il controllo della mente. Se pensiamo che ognuno di noi spende a contatto con colleghi e clienti almeno il 50% della sua giornata, ci rendiamo immediatamente conto di come corpo e cuore, cui gli istinti e le emozioni fanno riferimento, giochino un’enorme importanza anche nella nostra professione. Tutti, almeno una volta, abbiamo fatto esperienza di come compiere un’azione contraria al nostro istinto possa essere pericoloso o avventurarsi in una sfida che non ci appassiona possa condurre a risultati negativi. Allenando corpo e cuore ad agire in accordo con la nostra testa, il soul manager ci aiuterà a migliorare le performance consentendoci di esprimere al meglio le nostre capacità e competenze, così da mettere a servizio della mission e della vision aziendali ben di più che la nostra mente.

Dal dire al fare

È ormai evidente che, nei mercati maturi, la componente immateriale del sistema d’offerta è quella davvero in grado di fare la differenza. L’attenzione del cliente è sempre più spesso concentrata su valori e identità, piuttosto che prodotti e servizi. Ma come si fa a dare concretezza all’immateriale? La risposta è solo apparentemente semplice: attraverso lo stile d’interazione ovvero la relazione. Le nostre dichiarazioni di intenti rimarranno tali se non si tradurranno in comportamenti verso clienti e colleghi. Le aziende, che attraverso il marketing hanno imparato a lanciare succulenti promesse, hanno adesso bisogno di trasformarle in fatti e per farlo devono servirsi di persone in grado di costruire relazioni coerenti con i principi espressi dall’organizzazione. Stiamo dicendo che tra il dire e il fare c’è lo stesso rapporto che esiste tra sinapsi, cuore e muscoli. Sarà il soul manager a curare il loro coordinamento, verificando che i valori siano compresi, condivisi nel profondo e quindi tradotti in azioni. Non soltanto un brand manager esperto d’identità aziendale, ma qualcuno che sappia legare quest’ultima ai comportamenti e alla crescita del singolo.

Identità collettiva e leadership condivisa

Le aziende in questi anni sono profondamente mutate. Da organizzazioni piramidali, in alcuni casi padronali, all’interno delle quali una o poche identità emergevano, sono diventate strutture reticolari: sistemi all’interno dei quali potere, conoscenze e, a volte, funzioni sono condivise. Questa trasversalità e democratizzazione, se non gestita, può portare ad un indebolimento di carattere. Se l’azienda piramidale infatti si identificava con il suo vertice, l’azienda orizzontale ha bisogno di un’identità e una leadership condivise. Ma come si fa a costruire uno spazio nel quale si riconoscano e raccolgano le varie anime da cui è formata un’organizzazione? Guidando le persone attraverso un percorso comune di consapevolezza ed evoluzione. Ancora una volta esattamente ciò di cui un soul manager dovrebbe occuparsi.
polizia canadese yoga

Qualche tempo fa è girata sui social un’immagine che ritraeva alcuni agenti della polizia canadese impegnati in una lezione di yoga: sicuramente un’idea inusuale di gestire un dipartimento di polizia. Anche Niccolò Branca nel suo libro “Per fare un manager ci vuole un fiore” ci ha parlato chiaramente del ruolo che ha avuto la meditazione nella gestione dell’azienda di cui è presidente. Noi crediamo che il futuro del business passi anche attraverso prassi che sappiano unire mente, corpo e cuore. In questa visione, per prosperare le aziende dovranno diventare luoghi in cui fondere obiettivi personali e professionali ed avranno bisogno di soul manager che aiutino le persone a superare il conflitto d’identità che separa chi sono da cosa fanno.

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Come lo spazio di lavoro migliora relazioni e risultati

di Alice Alessandri e Marzia Mazzi

spazio di lavoroLa spazio di lavoro, la nostra postazione, lo studio che abbiamo in casa, come incidono sulla produttività e sulla qualità delle nostre relazioni?

Ci siamo confrontati con l’amica ed esperta di architettura del benessere Marzia Mazzi che ci ha confermato la relazione biunivoca che lega ambiente e dinamiche relazionali, riassumibile in due punti fondamentali:

  1. lo spazio di lavoro enfatizza le modalità di relazione attive tra le persone che lo vivono.
  2. le relazioni possono essere modificate attraverso interventi specifici sullo spazio.

Approfondiamo quindi per capire come creare uno spazio di lavoro a sostegno dei nostri obiettivi.

Indagine sul proprio spazio di lavoro

La prima domanda che Marzia invita a farsi è molto semplice “Che cosa voglio ottenere dal luogo in cui lavoro? Concentrarmi maggiormente e focalizzarmi o controllare quello che avviene attorno a me interagendo con altri?”. Le azioni da intraprendere, infatti, dipendono dalle risposte che daremo, dal momento che la posizione che occupiamo nello spazio definisce il ruolo che abbiamo e la qualità delle relazioni che gestiamo.

Una regola importante per tutti è assicurarsi di avere le spalle coperte, niente porte aperte o grandi finestre dietro la schiena quindi. Il nostro istinto di mammiferi registra se siamo in una situazione di massima sicurezza (senza possibilità di “agguati alle spalle”) permettendoci così di dedicare tutte le energie a quello che stiamo facendo. La posizione del leader dovrà essere quella più sostenuta dall’ambiente: spalle coperte, lontana dalla porta ma con piena visibilità per garantire sicurezza e controllo. A questo proposito potete rileggervi l’articolo dedicato alle sale riunione.

Se l’obiettivo del gruppo è collaborare meglio che le scrivanie consentano il contatto visivo; il colore verde su alcune pareti o nei dettagli dell’arredamento supporta lo scambio e favorisce la progettualità ricordandoci gli stimoli della natura dove tutto è proteso alla crescita e all’espansione. Anche l’idea di open space va vista in un’ottica più ampia di interazione e produttività: alcune pareti mobili o trasparenti (ma oscurabili) possono aiutare a creare zone di maggiore privacy per facilitare concentrazione e lavoro in piccoli gruppi.

Come scegliere lo spazio di lavoro in casa

scegliere-spazio-lavoroI sistemi di comunicazione -internet, smartphone, pc portatili – hanno cambiato le dinamiche del lavoro e di conseguenza anche gli spazi ad esso dedicati. Cosa dire a chi ha scelto di lavorare da casa, ai tanti freelance che fanno della loro attività un’identità e una missione?

Anche a loro Marzia suggerisce di farsi una domanda la cui risposta fungerà da guida per le scelte ambientali: “Nello studio accolgo clienti/collaboratori o lavoro da solo?”.

Chi svolge la propria attività in autonomia è sicuramente più libero di scegliere anche di lavorare sul divano o sul tavolo della cucina, ma ricordiamoci che avere uno spazio dedicato aiuta a darsi ritmo, a “staccare” e a delimitare le aree.

Chi invece prevede di accogliere dei clienti o collaboratori dovrà predisporre in casa uno spazio dedicato, non prima di essersi chiarito circa la disponibilità a mostrare la propria vita privata. Chi sente il bisogno di proteggere la sua intimità può scegliere un’area vicina all’ingresso che non preveda l’attraversamento degli spazi famigliari.

Marzia invita a scegliere, per quanto possibile, uno spazio adeguato e non seminterrati, soffitte poco illuminate o stanze umide. Due sono le caratteristiche fondamentali che deve avere lo spazio di lavoro: luce naturale e interazione visiva con l’esterno per stimolare la connessione con il mondo (e il mercato).

Noi di Passodue, ad esempio, abbiamo scelto di avere lo studio in casa proprio perché crediamo nel valore dell’accogliere i clienti nel nostro ambiente famigliare e lasciar vivere in pienezza “chi siamo e cosa facciamo”. Analizzando i due spazi di lavoro che abbiamo realizzato è facile comprendere i diversi momenti di ciò che facciamo: uno studio con finestre piccole, un grande camino, caldo e avvolgente per quando scriviamo, studiamo e progettiamo i nostri interventi. Una sala più piccola ma luminosa e informale per tutte quelle attività che si rivolgono all’esterno e ci mettono in connessione con il mondo.

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Organizzare lo spazio per facilitare la comunicazione

E come comportarsi quando incontriamo un cliente, un fornitore o un candidato per un colloquio? Marzia ci ricorda l’importanza di creare le condizioni per facilitare il processo di scambio e comunicazione.

Cercate di mettervi sempre in una posizione sostenuta e di controllo riservando per l’altro uno spazio favorevole al dialogo, che gli consenta di tirar fuori il meglio di sé: no spalle alla porta aperta o alla parete trasparente magari con persone che passano dietro. Sconsigliato anche l’ “effetto commissione” con molte persone da una parte del tavolo e l’altra lasciata da sola su un lato.

Se la sala che utilizzate ha un chiaro riferimento all’identità dell’azienda – logo, mission, fotografie – ciò aiuterà i vostri ospiti a comprendere più facilmente lo spirito del vostro lavoro e sentirsi coinvolti come ci ha raccontato sempre Marzia nell’articolo dedicato a marketing e spazio di lavoro.

Aiuta moltissimo anche l’informazione e lo stimolo che passa attraverso il colore. In una stanza tutta rossa si diventa facilmente nervosi dal momento che il nostro intuito connette il rosso al pericolo. Se introdotto in piccole quantità o in complementi di arredo, esso invece stimola positivamente all’azione. Da evitare il bianco integrale che rimanda all’idea di un ambiente con forte controllo e assenza di vita; il bianco trasmette al corpo la sensazione di freddo portandolo istintivamente a contrarsi e rendendo così più difficile l’apertura alle relazioni e la comunicazione.

Lavorare in un ambiente bello, curato, che parli di noi, ci sostenga e ci rilassi permettendoci di dare il meglio, consentirà di sfruttare a pieno le nostre competenze e capacità. Nei prossimi giorni provate qualche piccolo esperimento e sentire le vostre emozioni rispetto allo spazio. Solo sapendo ascoltare i messaggi che ci arrivano dall’ambiente saremo in grado di apportare quei cambiamenti necessari al nostro spazio di lavoro che ci aiuteranno ad incrementare risultati e benessere!

PS: Vi aspettiamo in aula nella scuola di Marzia il 25 e 26 giugno per un corso dedicato ai liberi professionisti e freelance “Definire e presentare il prezzo dei propri servizi in modo etico ed efficace “.

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“Imprenditori per conto di Dio”: quando il successo è a servizio del bene

di Alberto Aleo
Blues BrothersVi ricordate la scena del film The Blues Brothers in cui John Belushi dichiara “siamo in missione per conto di Dio” per descrivere il suo progetto di mettere insieme una band? Fa sorridere ma un po’ anche riflettere suggerendo l’idea che anche il talento più “strano” possa essere messo a servizio di una causa superiore. Prendendo spunto da questa battuta leggendaria vorrei capire insieme a voi se esiste un rapporto tra la nostra spiritualità (cui è legato il senso etico) e la possibilità di ottenere successo e ricchezza nella vita. In particolare è possibile essere abili imprenditori rimanendo brave persone? O ancora è possibile che proprio perché si è brave persone si possano ottenere successo e ricchezza?

“E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago…”

Chi non conosce questa metafora utilizzata da Gesù? Nel corso dei secoli il suo significato è stato fuorviato e qualche cattivo interprete, dagli interessi più bolscevichi che religiosi, l’ha posta alla base dell’eterno conflitto tra successo e salvezza che angustia la nostra società da generazioni. Più o meno direttamente ci è infatti stato insegnato sin da bambini che nella vita è necessario scegliere: o essere etici e rimanere poveri ma onesti oppure provare a scalare la vetta del successo nella certezza però che diventando ricchi perderemo la nostra anima. Un bivio che ci pone davanti ad una rinuncia grave, contrapponendo benessere materiale a benessere interiore. Questa dicotomia oltretutto ha l’effetto di autorizzare le “brave” persone ad essere rinunciatarie e a guardare in cagnesco chi invece ottiene risultati, il quale a sua volta si ritiene legittimato a comportarsi in modo poco etico, tanto il “regno dei cieli” gli sarà comunque precluso. E’ in rapporto a questa frattura sociale, questo negare lo scopo comunitario del ruolo della ricchezza, che Max Webber evidenziò nel suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, i limiti dell’approccio cattolico all’economia.

Far fruttare i nostri “Talenti”

coltivareIl riferimento è all’altra nota parabola dei Vangeli nella quale il padrone rimprovera il servo che non ha dimostrato iniziativa e creatività nel mettere a frutto quanto gli era stato dato. Che fare allora se in dono abbiamo ricevuto il “talento” per fare soldi? Dovremmo seguire la nostra inclinazione e metterla al servizio della comunità o seppellirla per paura di restare fuori dal regno dei cieli? Per rispondere a queste domande dobbiamo guardare con attenzione al ruolo positivo dell’economia, del profitto e della ricchezza nelle nostre società. Lo sviluppo economico sano ha permesso l’evoluzione dell’umanità, consentendoci di raggiungere conquiste altrimenti impensabili. Il profitto però non può essere considerato solo materiale, lo stesso vale per la ricchezza e il benessere che ne derivano. Solo allargandone il significato chi ha il talento di generarli potrà ricoprire un ruolo sociale fondamentale e potrà fare del bene a se e agli altri. E’ chiaro che anche il processo di produzione della ricchezza deve essere virtuoso ed etico, soprattutto l’imprenditore non deve dimenticare il senso ultimo del suo agire che appunto è il benessere condiviso e non il bene-avere egoistico. Per capire i vantaggi di questo cambio di visione strategica vi invito a rileggere il bell’articolo di Paolo Celli ed Elisabetta Casali dedicato alla Buona Causa.

Dare e Ricevere

Se ci pensate l’essenza stessa dell’attività economica ci obbliga a concentrarci principalmente e in modo prioritario sul dare e poi sul ricevere. Come ricordato nell’articolo Investimenti e Ricavi una delle leggi base del mercato dichiara che i ricavi seguono e non anticipano gli investimenti. Concentrarsi sui ricavi, cioè sul ricevere, senza prima aver progettato adeguati investimenti, quindi il dare, significa dunque tradire i principi base del mercato e assumere una visione egoistica e opportunistica che non solo è sbagliata in termini morali ma è anche antieconomica. Sembra allora che morale ed economia abbiano più di un punto di contatto e che il talento di “far soldi” consista nel saper mettere a frutto la propria capacità di dare prima ed in anticipo qualcosa a qualcuno che poi saprà trasformarlo in benessere e ricchezza anche per noi. Nel business plan quindi concentrare l’attenzione su ciò che si dà e su ciò che i clienti e la società riceveranno è il modo migliore e più sicuro, oltre che etico, per raggiungere buoni risultati!

happinessE’ venuto il momento per il nostro paese di riabilitare il ruolo della ricchezza e del successo, evitando di contrapporre questi due termini ad etica e spiritualità. Solo integrandoli e dando la possibilità ai ricchi e agli imprenditori con idee di “entrare nel regno dei cieli” potremo sperare di averli al nostro fianco nella costruzione di una vera economia del benessere condiviso. L’alternativa è escluderli per sempre e a priori, condannandoli, e in un certo senso autorizzandoli, ad essere egoisti e immorali. E’ difficile sì ma fede e dedizione ci verranno senz’altro in aiuto.

NOTA: Durante la nostra esperienza abbiamo raccolto molte storie di imprenditori e professionisti che hanno saputo conciliare etica e successo. Alcune ve le abbiamo raccontate nella rubrica Storie di Etica, altre sono entrate a far parte del documentario FIL – Felicità Interna Lorda nel quale anche noi siamo protagonisti, ma ce ne sono certamente molte ancora che varrebbe la pena raccontare. Se vuoi segnalarcele scrivici qui

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LeggenDO per il diario: “ Il gusto di lavorare” di Warr & Clapperton

NZOdi Dolores Carnemolla

Cari amici di LeggenDo e di Diario di un consulente, ben ritrovati dopo la pausa estiva! Settembre si presta ad essere il mese dedicato al rinnovamento dei buoni propositi e alla ripresa del lavoro che, dopo anche solo qualche giorno di intervallo, non è mai semplice. Serve un incoraggiamento a partire con una marcia in più e può darvelo, come l’ha dato a me, questo libro scritto da Peter Warr e Guy Clapperton: Il gusto di lavorare. Soddisfazione, felicità e lavoro (il Mulino).

La dimensione positiva del lavoro

Cercando un titolo che racchiudesse un concetto positivo accanto a quello dei lavoro sono stata coinvolta, con grande curiosità, nella lettura di queste pagine. Come è dichiarato in quarta di copertina questo volume evidenzia la dimensione positiva dell’esperienza lavorativa quotidiana. Gli autori mettono in risalto i fattori situazionali e individuali in grado di potenziare la capacità delle persone di progettare e realizzare una vita lavorativa orientata al benessere, rafforzandone la resilienza, valorizzando il ruolo delle esperienze positive e delle interazioni sociali costruttive. Un tema assai rilevante non solo per i lavoratori ma anche per le organizzazioni e per il sistema sociale nel suo complesso. Gli stessi autori suggeriscono di utilizzare il testo come esercizio di auto-riflessione.

L’importanza delle emozioni

La novità di quanto teorizzato e dimostrato nel libro sta nel riconoscere l’importanza delle emozioni positive e negative nel contesto lavorativo: parlare di gioia, felicità, passione, imbarazzo, gelosia, vergogna, implica una forte apertura verso aspetti della vita lavorativa che sono stati per troppi anni assai marginali nella riflessione e nella ricerca ad essa relativa. Le emozioni rappresentano una sorta di tessuto connettivo che lega gli scopi organizzativi alle persone e ai gruppi, influenzandone le prestazioni. Secondo gli autori, investire nella competenza emozionale dei manager costituisce un arricchimento dei ruoli dirigenziali, con risultati positivi anche rispetto alla ricerca di un equilibrio tra esperienza lavorativa e vita privata.

Cambiare per migliorare 

Il libro è una sorta di mappa che aiuta il lettore ad orientarsi in un percorso di cambiamento e di miglioramento: affronta il tema della motivazione, della felicità nel suo complesso, fornisce uno sguardo sulle caratteristiche quotidiane che sono fondamentali per lo stato di benessere o malessere ed i capitoli finali convertono i temi chiave affrontati in possibili azioni.

Gli autori esortano il lettore a confrontare il proprio lavoro con i propri desideri, ad osservare se stesso, ad individuare i suoi stili di pensiero e i possibili cambiamenti al modo di pensare, ad interrogarsi sui modi per migliorare il proprio lavoro e sui modi per ampliare la propria prospettiva. Pongono l’attenzione sulla considerazione che probabilmente si sta peggio se si pensa costantemente ad altre persone che sono in una posizione migliore della nostra, se si continua a rimuginare su quanto le cose sarebbero potute andare meglio, o se si parte con aspettative irrealistiche o eccesive. Le persone felici spesso fanno l’opposto: pensano a quanto gli altri stiano peggio di loro, a come le cose sarebbero potute andare in maniera più spiacevole e hanno aspettative moderate ma stimolanti. Così due persone nella stessa situazione di lavoro possono sentirsi rispetto ad essa in modo differente: hanno stili di pensiero diverso ed interpretano lo stesso mondo in modi differenti.

Cosa si può fare per sentirsi più felici sul lavoro? Prima di tutto si può cominciare a leggere questo libro!

Warr Peter – Clapperton Guy, Il gusto di lavorare. Soddisfazione, felicità e lavoro, Il Mulino

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Gli autori |Peter Warr è professore emerito nell’istituto di Psicologia del Lavoro dell’Università di Sheffield. Guy Clapperton, giornalista, è scrittore e divulgatore scientifico nel campo dell’economia, delle tecnologie e dei media.

Storie di etica: Marco Conti e “l’imprenditoria cooperativa”

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

Genitori001Si possono integrare crescita professionale e umana, imprenditoria e scopi sociali? Alla cooperativa Paolo Babini, che si occupa di sostenere famiglie e minori in difficoltà, ci riescono con successo; per capire come fanno abbiamo incontrato Marco Conti, vice presidente e membro del comitato di direzione. La sua storia personale è intrecciata con quella della cooperativa ed entrambe mettono insieme etica e affari, felicità e successo. Marco, che è laureato in ingegneria meccanica, all’inizio della sua carriera si occupava di acquisti in un’azienda poi, come lui stesso racconta, “mi sono chiesto se fosse proprio quello che volevo farecosì ridefinisce la sua carriera e approda nel sociale…

Che cosa cerchi nella tua professione e quali talenti metti in gioco praticandola? 

Cerco di mantenere allineato “quello che sono” con “quello che faccio”, ho infatti bisogno di dare un senso alla mia attività professionale. 15 anni fa ho scelto di cercare nella mia professione il significato profondo della vita: forse inizialmente è stata “una via di fuga” da un lavoro che non amavo ma quando ho smesso di scappare ho capito che potevo trovare una direzione professionale che andava incontro ai miei valori. Per riuscirci ho dovuto usare competenze e capacità, intelligenza cognitiva e emotiva, ingegneria e didattica (Marco è anche laurato in Pedagogia n.d.r.). Questa diversità d’approccio è forse il mio vero talento.

Che cosa dai agli altri attraverso il tuo lavoro e come? 

Dò sicurezza perché di fronte ai problemi ho l’aria di uno che non si spaventa. Certo a volte sono in ansia internamente ma penso sempre a come accompagnare il cambiamento in modo morbido. In generale sono una persona serena e credo che anche le crisi più grosse agendo con motivazione, metodo e competenze, prima o poi si risolvano.

posa-della-prima-pietra-di-piada52-1_405_720Che rapporto c’è per te tra felicità e successo

Sono entrambe due categorie molto soggettive, il cui rapporto non è sempre chiaramente definito. Per me ad esempio la felicità è fatta anche d’insuccessi perché è il percorso che mi da gioia e non solo il risultato. Guardando indietro, agli insuccessi della mia vita spesso è corrisposto un aumento di felicità. Quando ad esempio le cose non sono andate come volevo o pensavo, poi il risultato in termini di esperienza è stato migliore.

L’economia classica ci ha insegnato che per raggiungere il benessere è necessario perseguire solo l’interesse personale, è così anche per te e che spazio dai all’etica nei tuoi rapporti di lavoro? 

In Paolo Babini puntiamo moltissimo sul benessere perché il nostro lavoro è mirare allo sviluppo e all’innovazione personale dei nostri utenti e dei nostri soci. Il modello cooperativo in questo ci avvantaggia perché cooperare significa qualcosa di più di collaborare: noi non mettiamo insieme solo gli strumenti ma condividiamo anche una visione fatta di bene comune. Nel nostro ultimo progetto Piada 52 (una piadineria che ha lo scopo di inserire i giovani nel mondo del lavoro e riqualificare il parco forlivese dove sorge n.d.r.) ad esempio gli utili realizzati generano benessere per il parco e la comunità.

Tutti parlano di crisi, ma come è davvero cambiata la tua professione in questi anni e che lezione hai imparato per migliorarti? 

La crisi nel nostro settore è arrivata come un colpo di coda, più in ritardo rispetto alle dinamiche del mercato tradizionale. La lezione che abbiamo dovuto imparare è la consapevolezza che alcune cose che si davano per sicure, certe e intoccabili come ad esempio i finanziamenti pubblici, i rapporti con comuni e ASL, non lo sono più e dobbiamo innovare ed essere creativi per sostituirle con qualcos’altro. In termini assoluti quello che facciamo è uguale, ma cambiano le modalità. Ad esempio per l’inserimento lavorativo oggi usiamo progetti come Piada 52 e non più soldi pubblici. Spesso nel nostro settore la crisi coincide con l’incapacità di rispondere al cambiamento e affrontare il mercato che di per sé è una grande opportunità.

marco contiQuale suggerimento vuoi dare ai lettori in base a quello che hai vissuto? 

Agite con ottimismo e speranza perché queste sono alleate, se non addirittura coincidenti, con l’idea di felicità. Dalla mia cultura cattolica ho imparato che è proprio nei momenti di fragilità che si costruisce la propria forza. Don Amedeo, uno dei fondatori della nostra cooperativa, in un momento di sconforto personale e professionale mi disse “è una benedizione perché ti restituisce il senso della tua umanità: la forza più grande cui ognuno di noi può fare appello”.

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Un nuova idea di benessere cambia il modello di business

di Alberto Aleo

IMG_0397Premetto che le seguenti riflessioni sono state ispirate dalla lettura del saggio “Increasing Returns and New Word of Business” scritto dal Prof. W. Brian Arthur della Standford University, al quale vi rimando per ulteriori approfondimenti.

Brian sostiene che il modello economico prevalente, cui si conformano gran parte delle strategie di business, è progettato per mercati caratterizzati da scarsità di risorse e limitati dimensionalmente. Se ad esempio ho un’azienda che produce e vende arredamenti, nel mio processo produttivo dovrò avere accesso a delle risorse, consumando tempo e denaro per produrre. Dovrò poi offrire i miei prodotti al mercato nazionale o esportarli (con ulteriori costi ed impiego di risorse logistiche) su mercati esteri. Questa “finitezza” di risorse e mercati innesca competizione per accapararsi le une e gli altri la quale produce due effetti: riduce nel tempo le marginalità (perchè dovrò spendere di più per accaparrarmi più risorse o abbassare i prezzi per conquistare nuovi mercati) e spinge le aziende a perseguire atteggiamenti opportunistici nei confronti dei clienti e degli altri attori sul mercato (come dire che siccome le risorse sono scarse ed i mercati sono limitati sarà necessario sgomitare per sopravvivere).

Ma adottare questo comportamento competitivo è corretto per tutti i mercati? Le risorse scarse e la finitezza dimensionale sono caratteristiche applicabili ad ogni business?

Secondo il Professore americano no. Brian distingue tra i mercati basati sullo scambio materico – quelli quindi dove si vendono e si comprano merci – e mercati basati sullo scambio di informazioni, conoscenze, idee. Per i primi è possibile perseguire una strategia di massimizzazione dei profitti che porti ad un sostanziale equilibrio tra ciò che propongo al mercato (offerta) e ciò che il mercato mi da in cambio (domanda). Nel secondo caso invece persiste un sostanziale disequilibrio a sfavore di chi “produce” idee, informazioni e conoscenza, generato dal fatto che questo particolare tipo di scambio spesso non è adeguatamente remunerato nel breve e comunque è difficilmente misurabile perchè poco “materico”.

Le Aziende che competono in questi mercati come possono allora assicurarsi marginalità, senza vedersi schiacciate dal disequilibrio che le penalizza?

Secondo Brian la domanda, posta in questi termini, è ancora viziata dalla vecchia credenza che dimensioni e risorse limitino il margine messo a disposizione in ogni mercato. Se così fosse infatti, difficilmente un’azienda che fa della creazione di conoscenza, idee e informazioni il suo business potrebbe sopravvivere. Nella nostra esperienza invece sappiamo che molte delle aziende in questi ultimi anni hanno basato la loro leadership sulla vendita di componenti molto poco materiche del loro sistema d’offerta (basti pensare a Facebook o più in generale ai servizi). Come ci sono riuscite allora?

Ci sono riuscite perché esistono mercati che hanno ben pochi limiti dimensionali (il Web primo di tutti) e non hanno un rapporto diretto con le risorse scarse: se vendo idee e creatività l’unico limite di “materia prima” necessaria a produrre è la mia capacità di immaginare!

In questi mercati non è quindi necessario essere opportunisti e succhiare subito al nostro cliente l’ultimo penny che ha in tasca; non dobbiamo sgomitare con i nostri concorrenti per farci spazio dentro un mercato sempre più stretto e affollato. Se nei mercati tradizionali si lotta per conquistare e difendere il margine (perennemente attaccato dalla scarsità delle risorse e dalla ipercompetitività), nei nuovi mercati si lavora per svilupparlo partendo dal presupposto che così come esistono meno vincoli per il mercato ne esistono pochi anche per il margine che può crescere più liberamente. Più che di management (gestione) bisognerebbe quindi parlare di development (sviluppo) nel descrivere i processi necessari ad assicurare successo a questo tipo di aziende.

Quali sono quindi le qualità per eccellere in mercati così fatti? Brian ne elenca alcune, che qui vi propongo reinterpretate dal sottoscritto:

  • Ragionare nell’ottica del Network – Il successo di una nuova idea o l’introduzione di un prodotto fortemente innovativo, dipende dalla comunità di utilizzatori che lo adotta. Siano essi clienti, partner, fornitori o addirittura potenziali concorrenti, in una fase iniziale del nostro lavoro dovremmo coinvolgerli e supportali, cooperando con loro perchè la nostra offerta sia accettata più velocemente possibile, trasformandosi così da novità originale a piattaforma largamente condivisa e conosciuta.
  • Investire sul rapporto con il consumatore – Se vogliamo che percepiscano il nostro valore, comprendendo ogni aspetto differenziale della nostra offerta, dobbiamo dedicare ai nostri clienti il tempo e le energie necessarie a trasformarli in “esperti” del nostro prodotto/servizio. Saranno poi loro i principali testimonial della nostra azienda.
  • Strutturare bene gli obiettivi – Se nei mercati tradizionali lo sforzo strategico più consistente è dedicato all’ottimizzazione (concentrandosi quindi su attività come la pianificazione ed il controllo dei processi), nei nuovi mercati è fondamentale chiarire bene quali siano i nostri obiettivi, i nostri valori e la nostra visione. Mission e Vision sono quindi fondamentali per mantenere salda la rotta in mercati in perenne espansione e per attirare sempre nuove persone all’interno del nostro network.
  • Pensare in orizzontale e non solo in verticale – Non tentare subito di capitalizzare ogni singola interazione nel breve. Se vendiamo le nostre idee e la nostra visione (e non solo i nostri prodotti) non siamo legati alla scarsità di risorse e mercati, perchè la nostra offerta è più relazionale che materica. Questo significa che non dobbiamo difendere il margine in un mercato piccolo e competitivo ma che stiamo cavalcando verso un mercato in espansione nel quale il margine si allarga insieme alle nuove opportunità che il rapporto con il nostro network ci offrirà.
  • Dare Valore alle componenti intangibili del sistema di offerta – Vendere innovazione, idee e creatività significa prima di tutto vendere relazione. Saper comunicare e offrire contenuti validi e originali è quindi fondamentale; è questa caratteristica più di ogni altra che ci permette di allargare i limiti fisici del mercato e di sganciarci dall’uso di risorse scarse.

L’articolo ovviamente è molto più complesso e strutturato della mia semplice interpretazione, ma ciò che spero sia chiaro è che per aver successo nei nuovi mercati bisogna basare la propria strategia su nuove dinamiche di cooperazione più che di competizione, gestire le relazioni nel medio-lungo termine piuttosto che perseguire risultati immediati, avere obiettivi condivisibili e una visione che possa inspirare un ampio numero di persone. Se infatti i precedenti modelli di business facevano leva sul concetto di ben-avere, un nuovo stile di consumo si sta affermando nel quale le relazioni, le idee e la conoscenza sono il vero valore aggiunto e il ben-essere non è solo centrato sugli aspetti materiali.

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