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Tempo di lettura: 7 min

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

“La Speranza è l’ultima a morire” recita un famoso motto. Questo modo di dire fino a poco tempo fa ci era sempre sembrato, più che motivante, leggermente canzonatorio. Una cosa da suggerire a quelli che non hanno più altro da fare se non sperare. Un po’ come dire “aspetta e spera” povero illuso. In momenti come quello che stiamo vivendo – circondati da guerre inutili, narcisisti travestiti da leader, smidollati tecnocrati che giocano con il mondo – il termine speranza sembra essere passato di moda e utilizzabile soltanto per fare dell’ironia su chi “ci crede ancora”.

Eppure la nostra opinione è profondamente cambiata dopo la visita che a metà ottobre abbiamo fatto all’Obama Presidential Center di Chicago. Vi raccontiamo come è andata, quale effetto ha avuto su di noi e sull’idea di leadership che promuoviamo.

Cosa è l’Obama Presidential Center e perché lo abbiamo visitato

Barak e Michelle Obama sono stati rispettivamente il 44° Presidente e la First Lady degli Stati Uniti. Da tradizione ogni Presidente statunitense ha diritto alla costruzione di un centro che ne ricorda l’operato, raccoglie studi e ricerche sul suo periodo al potere e – in un certo senso – ne celebra l’eredità. L’Obama Center è quello dedicato a Barak e a sua moglie Michelle. La prima anomalia è proprio questa: non è focalizzato solo sul Presidente, ma anche alla First Lady e non solo. Dentro l’OPC si parla di diritti delle minoranze, sostenibilità, etica. Inaugurato a giugno del 2026 il centro è già diventato un riferimento sia per la comunità afro-americana, sia per gli studiosi di leadership e in generale per tutti coloro che credono nei valori che la presidenza degli Obama (loro stessi ne parlano al plurale) ha rappresentato.

C’è da dire che il consenso su di loro non è totale. Molti, negli Stati Uniti e fuori, considerano quella presidenza come costosa, inconcludente e sopravvalutata sopratutto se si pensa che Barak ha ricevuto un premio Nobel per la pace proprio mentre conduceva alcune operazioni militari. Hanno però ottenuto risultati incredibili come ad esempio gli accordi storici per l’equilibrio geo-politico del Medioriente (poi in gran parte cancellati dall’attuale amministrazione con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti), le iniziative per la rapida uscita dalla crisi economica mondiale del 2008, la sconfitta di Al Qaida e la riforma sanitaria che ha migliorato le possibilità di cura per le fasce più basse della popolazione.

Che ci piacciano o no, gli Obama sono rimasti tra gli ultimi rappresentanti di una leadership democratica di successo, ispirata ed ispirante, ed infatti con il loro carisma svolgono ancora un ruolo di riferimento nel panorama mondiale delle sinistre. Forse anche per l’assenza di qualcuno che li abbia sostituiti.

Per noi che studiamo Leadership Etica, basata cioè sui valori, potete immaginare come la visita a questo centro e alla fondazione che in esso ha sede, fosse allettante. L’OPC accetta un numero ridotto di visitatori con una lista d’attesa di parecchi mesi ecco perché ci consideriamo particolarmente fortunati nell’essere riusciti a visitarlo.

Leadership Etica: quando il potere è al servizio delle persone

Prima di analizzare più nel dettaglio il messaggio che gli Obama vogliono trasmettere ai visitatori del centro e sopratutto cosa noi abbiamo imparato esplorandone gli 8 piani – concepiti come un vero percorso educativo – è bene fare un passo indietro per spiegare da dove proviene l’idea di leadership di cui Barack e Michelle si sono fatti portavoce.

Essere promossi o eletti al vertice di un’organizzazione – sia che si tratti di fare il Presidente degli USA che il responsabile di un team di vendita – implica l’assunzione di poteri e responsabilità. Entrambi questi concetti sono da analizzare e comprendere fino in fondo se non si vuole scambiare il leader per qualcuno che esercita il proprio ruolo “dall’alto verso il basso”. Secondo i principi della leadership etica, infatti, chi assume una posizione di rilievo lo fa perché le persone che poi dovrà guidare gli riconoscono competenze e capacità per farlo. La sua figura poggia quindi sulla base delle relazioni e del consenso che ha saputo raccogliere, non solo delle competenze. Per spiegare ulteriormente il concetto potremmo fare appello alla nota differenza che esiste tra autorità, nominata dall’alto, e autorevolezza che invece si conquista dal basso.

Chi arriva alla leadership per questa strada assume un potere che potremmo definire di rappresentanza, perché incarna interessi, ambizioni e valori di chi gli ha riconosciuto e assegnato il ruolo. Ha dunque la responsabilità di servire le persone e le istituzioni incarnandone i valori che saranno attualizzati in opere concrete e trasferiti alle future generazioni.


Il ruolo di un leader quindi non è solo esercitare il potere o far funzionare le cose, ma proteggere i valori di una comunità, alimentare il patto sociale, creare le condizioni perché le persone possano esercitare i propri diritti e rispettare i doveri loro assegnati, generare nuovi leader.


Secondo tale visione i leader rappresentano e agiscono il potere, non lo incarnano. Ecco perché chi ha assunto la massima carica nel governo statunitense spesso si riferisce al suo ruolo con la formula “I pledge to serve as President…”. L’idea di servizio è alla base della leadership etica di cui ci occupiamo e non è un concetto nuovo visto che fa riferimento al saggio “The Servant as a Leader” scritto nel 1970 da Robert K. Greenleaf.

A questa visione, già molto caratterizzata, gli Obama hanno aggiunto un tocco personale, che è emerso durante la nostra visita.

Cosa abbiamo imparato dalla visita all’Obama Presidential Center

La nomina di Obama come presidente, per tutta una serie di ragioni a partire dal colore della sua pelle fino al famoso “Yes, we can”, ha rappresentato una grande promessa di cambiamento, dando voce a centinaia di minoranze e persone che nel suo successo hanno ritrovato speranza. Per raccontarvi cosa ci portiamo a casa da questa esperienza dobbiamo appunto partire da tale concetto, tornando all’incipit dell’articolo e alla frase “La speranza è l’ultima a morire”.

Nella mezza giornata che abbiamo passato in compagnia degli Obama abbiamo capito che la speranza, lungi da essere una caratteristica di creduloni ed illusi, è invece una dote degli “eroi” e di coloro che cambiano il mondo. Se essa infatti è “l’ultima a morire” vuole dire che è coraggiosa perché combatte fino alla fine per ciò che crede giusto, restando in piedi mentre vede arrendersi tutti quelli che hanno smesso di credere o sono caduti nel tentativo di difendere i propri valori.


La speranza non è semplicemente coraggiosa: è una delle forme visibili che assume il coraggio di cui condivide il DNA.


Potremmo anzi dire che è la più nobile forma di coraggio, senza la quale esso non può pienamente essere esercitato. Quando pensiamo infatti agli eroi, ricordiamoci che per compiere le loro gesta non hanno dovuto far appello soltanto allo sprezzo del pericolo bensì nutrire dentro se stessi la speranza che quel sacrificio sarebbe servito a qualcosa. Se non in quel preciso momento e a loro, in futuro e a chi ne avrebbe trovato ispirazione.

Ecco, la speranza ispira e ha a che fare molto con la motivazione.

Un eroe, un leader, ci danno speranza ispirandoci ad agire. Capita, è vero, a questi personaggi memorabili di compiere atti importanti, fare azioni utili o addirittura di “salvare il mondo” ma ciò che è fondamentale nel ruolo che giocano dentro l’umanità è ispirare in noi le azioni necessarie a dare il nostro contributo e alimentare la speranza che tutto questo sia ancora possibile.

E quando coraggio, speranza, ispirazione e azione lavorano insieme, contagiandosi, quello che si genera è il cambiamento.


Non sono quindi gli eroi, i leader, i personaggi mitici a cambiare il mondo. A farlo saranno le persone che essi avranno saputo attivare con il loro esempio, restituendo così il potere che gli era stato inizialmente assegnato.


É questo il messaggio potente che ci arriva da Michelle e Barack. Crediamo che sia universale, a-politico, trans-generazionale e sovranazionale. Il fatto che molti non lo comprendano e non lo accettino non c’entra con schieramenti o idee. Non si giustifica con pragmatismo e altre argomentazioni pseudo razionali. Semmai il problema è che spesso abbiamo speranze piccole, individualistiche, di basso profilo. Sogniamo ad una scala ridotta, definendo obiettivi realizzabili nel breve più che speranze, e non perché sia nella natura umana far così ma perché ci manca il coraggio di osare. Invece bisogna sperare in grande, anche a rischio di rimanere delusi: l’unico modo di evolvere come singoli e come società.

Speranze e desideri si assomigliano, entrambi ci portano a guardare in alto verso gli astri (de-sidus in latino significa contemplare le stelle). Si guarda alle stelle non come esercizio fine a se stesso ma per tracciare una rotta, con i nostri leader a far da cannocchiali.

“We may have different stories but we hold common hopes”
B.H. Obama

| partem claram semper aspice |

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Passodue, studio di consulenza e formazione, nasce nel 2012 dalla volontà di Alice Alessandri e Alberto Aleo di unire le loro esperienze per dare una svolta alla vita personale e professionale. Il progetto è basato sull’idea di cambiare la forma mentis del mercato rispetto ai concetti di “vendita”, “marketing” e “leadership” dimostrando che fare business eticamente si può e può essere assolutamente efficace.

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