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Tempo di lettura: 2 min

di Alberto Aleo

La mia macchina, già l’ho detto in altri articoli, è difficile da guidare. Cioè, finché passeggi o affronti morbidamente una strada di campagna tutto sommato non trovi “grandi differenze” con un’auto moderna, a parte il volante un po’ più duro, il cambio manuale da accompagnare e il pedale del freno da spingere con una certa veemenza.

È quando ti serve verve che il “gap generazionale” emerge. Niente controllo di trazione, niente ABS o servomeccanismi a darti una mano. Ruote che scivolano da tutte le parti, frenate che sono da calcolare con cura, imbarcamenti ed impuntamenti di ogni tipo. Se il ritmo sale ancora le variabili da controllare crescono, insieme alle vibrazioni e alle reazioni incontrollate. E i tuoi timori diventano realtà: l’auto sta veramente cercando di sbalzarti fuori. Quando arrivi a quel punto lottare con telaio e motore non serve, devi abbandonarti.

Chi dice che queste macchine hanno personalità, non intende soltanto un carattere fascinoso ed elegante: intende che sono capaci di incazzarsi con chi le guida, trascinando il pilota in una vera e propria lotta per la sopravvivenza, senza regole d’ingaggio e fair play, in cui tutte le tecniche e le strategie di guida non bastano più. Bisogna solo basarsi su istinto, esperienza e buona sorte.

Se resisti al disagio e alla paura, senza rimetterci la pelle, a un certo punto scoprirai di essere in simbiosi con l’automobile, di averne afferrato il DNA, colto il senso delle sue reazioni. Ti accorgerai di aver superato un limite, assunto nuove convinzioni, sperimentato il significato pieno di certi insegnamenti che fino a quel momento parevano solo teorici. Ti ritroverai al centro di una bolla di pace: calma ma dinamica, evolutiva e al tempo stesso rassicurante. Un flusso di benessere che è la mia idea di stato di grazia.

Sto esagerando, lo so. Ma neanche più di tanto. Parlando dell’auto mi sono fatto prendere la mano ed ho iniziato a descrivere ciò che ho capito non solo guidando, ma attraversando questi mesi di turbolenze, in cui ho davvero creduto che ciò che mi circondava – persone e cose – stessero tramando per farmi fuori. Le mie capacità di controllo sono state messe alla prova e, diciamocelo chiaramente, non l’hanno superata. Le “mani sul volante” si sono incrociate, i “piedi sulla pedaliera” pestati tra loro, il “cambio si è impuntato” tanto da non riuscire più a “tenere l’auto in carreggiata”. Allora ho lasciato che andasse, sperando di non sbattere. Quel momento pauroso è stato un punto di rottura, una frattura tra un prima e un dopo.

E proprio quando ho pensato di non avercela fatta mi sono ritrovato dentro quel flusso che descrivevo, sorprendentemente calmo e connesso. In pace.


Ho capito che gli stati di grazia sono come l’occhio di un ciclone: per arrivarci devi attraversare la tempesta. Se ce la fai (il se non è retorico) ne riceverai dei doni, capirai cose di te e della vita, sperimenterai come i muri che ti proteggevano erano pieni di brecce buone per evadere da una prigione auto-costruita.


Altrimenti è meglio fermarsi prima, scegliendo il comfort di un’auto moderna.

| partem claram semper aspice |

Le foto utilizzate – là dove non siano di proprietà della redazione o dei nostri ospiti – sono acquistate su Adobe Stock e IStockPhoto o scaricate da piattaforme come UnSplash o Pexels.

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Passodue, studio di consulenza e formazione, nasce nel 2012 dalla volontà di Alice Alessandri e Alberto Aleo di unire le loro esperienze per dare una svolta alla vita personale e professionale. Il progetto è basato sull’idea di cambiare la forma mentis del mercato rispetto ai concetti di “vendita”, “marketing” e “leadership” dimostrando che fare business eticamente si può e può essere assolutamente efficace.

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