Archivio della categoria: Storie di etica

Le nostre interviste ai protagonisti della società.

Quando la vita è un Triathlon: impegno, sfida e disciplina

di Alice Alessandri con la collaborazione di Giovanna Rossi

noi di passodue con giovanna e gabrieleCi conosciamo da una vita, più precisamente dal periodo degli scout, quando le nostre giornate trascorrevano tra zaini, campeggi e canti davanti al fuoco di un bivacco. Gli anni ci hanno portato a vivere in due città lontane ma i legami veri e profondi, quelli che nascono dell’aver vissuto insieme momenti significativi, si mantengono per sempre. Così siamo rimaste in contatto, grazie anche ai social e alla reciproca passione per lo scrivere, raccontandosi attraverso un blog. Ma non è solo l’amicizia che ci ha convinto a pubblicare l’intervista che segue: c’è anche la voglia di condividere con i nostri lettori un’avventura fatta di passione professionale e amore. Quello che segue è infatti il racconto di una donna e di un uomo che, come noi, condividono lavoro e vita mettendo se stessi a servizio di un progetto che potremmo riassumere in tre parole: impegno, sfida e disciplina. Non resta che svelarvi di chi e di cosa si tratta!

Impegno: prendere in mano la propria vita

giovanna rossiLei è Giovanna Rossi, consulente di comunicazione e social network attiva nel mondo dello sport. Potete conoscerla meglio visitando il blog di cui è autrice 46percento nome legato all’indice di invalidità di cui Giovanna è portatrice a causa della sua schiena più volte operata. 46percento è uno spazio editoriale che trasuda passione, lucidità di pensiero, empatia e grande consapevolezza, le stesse qualità che si sprigionano dallo sguardo azzurrissimo di Giovanna.

Lui è Gabriele Torcianti, allenatore e preparatore atletico che ha militato nella massima serie della Pallavolo italiana. Uomo asciutto, diretto e concreto che ha scelto di mettere la sua esperienza e competenza a servizio di tutti quegli sportivi costretti a fare i conti con una “macchina biologica” non perfettamente funzionante.

gabriele torciantiDue mondi diversi quindi che però, ad un certo punto, si sono incontrati e riconosciuti, capendo quasi subito che insieme avrebbero potuto fare un salto in avanti nella loro evoluzione come persone e professionisti! Così, con tutto l’impegno e il coraggio  richiesti da una scelta del genere, si sono rimboccati le maniche e hanno messo insieme due case, tre figli e un cane. Compenetrato le loro vite e iniziando insieme un nuovo viaggio.  

La sfida di lavorare in coppia e la ricerca dell’autenticità

Giovanna e Gabriele, da bravi sportivi quali sono, hanno colto subito l’essenza della sfida del lavorare in coppia che ha consiste nel trovare un nuovo equilibrio professionale e personale.

“Lui è compagno, collega e allenatore e quando siamo davanti al gruppo non è sempre facile relazionarsi, in questi casi ci è utile ricordare a noi stessi il senso del progetto che ci unisce” dice Giovanna!

triathlonInsieme hanno scelto di stimolare le persone a vivere con più consapevolezza e allenarsi al cambiamento attraverso la potente metafora dello sport. Con questo scopo è nata la loro scuola di triathlon, cosi come un’offerta di corsi aziendali sul tema del benessere nel posto di lavoro.

“La nostra idea di collaborazione nasce pura, i progetti prendono forma dal nostro vissuto e da animate discussioni sul valore profondo di quello che facciamo. Il business è una conseguenza!”

Giovanna e Gabriele ci raccontano del desiderio di una vita autentica, di un lavoro basato su dinamiche nuove, vicine a quelle che anche noi di Passodue sentiamo di condividere.

La scelta di una vita più libera porta con sé un grande impegno, richiede enorme fiducia nella coppia e nelle proprie capacità individuali, coerenza tra chi si è e cosa si fa perché, quando ci sono autenticità e passione, la fatica prende un gusto diverso!”

Ma come si fa a condividere un progetto professionale restando anche una coppia affiatata? Come organizzare tempo del lavoro e tempo libero,  dando spazio ai propri bisogni? La risposta per i nostri amici è una sola: disciplina. Solo grazie ad essa si potrà continuare a dar spazio alle cose essenziali, trovando dentro se stessi e con l’altro il giusto ritmo per ogni cosa.

Disciplina: trasformare il limite in possibilità

“La disciplina è la base di partenza per ottenere qualsiasi obiettivo.” 

#primadituttoGiovanna e Gabriele la mettono in pratica quotidianamente, declinandola nei numerosi progetti a cui hanno dato vita, in particolare nella gestione del team #primaditutto, un gruppo di “atleti fragili” composto da uomini e donne affetti da diverse patologie (oncologiche, cardiache, di invalidità…) che insieme si preparano a vincere sfide sportive ma non solo. Ognuno si allena secondo le proprie possibilità, in sicurezza, attraverso allenamenti collettivi settimanali cui si affiancano incontri sui temi della prevenzione, dello sport, del benessere.

Come ci raconta Giovanna “Quando arriva qualcosa di pesante ti chiedi: che cosa viene  prima di tutto? la malattia ti fa cambiare le risposte ai grandi perché della vita, ti mette davanti ai limiti, alle difficoltà e alle scelte. Ti costringere a ri-settare le tue priorità, partendo proprio dalle tue debolezze. Un percorso che chiunque, malato o no, può intraprendere perché in ognuno si nasconde un atleta fragile che prima o poi nella vita ha dovuto fare i contri con il dolore.”

Lo sport diventa così mezzo per cercare risposte profonde e riscoprire la propria umanità, potendola poi donare agli altri!

“Chiunque ha un limite che ogni mattina deve saper superare per vivere a pieno la sua giornata. Il primo passo per riuscire in questa impresa è rendersene consapevoli”

La chiacchierata con Giovanna e Gabriele ci lascia un senso di pienezza: due professionisti che si impegnano in prima persona per attivare negli altri un processo evolutivo senza manuale d’istruzioni e nessuna scorciatoia, ma fatto di tanto impegno e disciplina per vincere ogni giorno una nuova sfida.

impegno, sfida e disciplina“Certo, a tratti non è facile. Quando non vedi
ancora i risultati per andare avanti ci vuole
enorme fiducia nel tuo allenatore e in te stesso! Sei nel tuo dolore e al buio: solo la fede ti darà la certezza di sapere che arriverà il momento in cui la fatica si trasformerà in successo. Sono sopravvissuta a tutti gli ostacoli che la vita mi ha posto davanti perché sapevo che sarebbe finita! Infatti poi ho incontrato Gabriele.”

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Ricchezza e Fede: il Vangelo come strumento per la ricerca del benessere

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

la via dell'amore perfettoIn Passodue ci siamo dati l’obiettivo di dimostrare che è possibile rimanere fedeli ai propri principi morali ed etici, pur non di meno, ottenere successo. Anzi, a dirla tutta, vorremmo dimostrare che grazie all’etica si ottengono migliori risultati. Questo “credo” è però contrastato da esempi contrari (basta aprire un giornale per rendersene conto) e da “tare culturali” a prima vista di matrice cattolica. I Vangeli infatti paiono sostenere un’incontrovertibile verità: se sei ricco non sarà facile trovare spazio nel “regno dei cieli”. Ma è davvero così? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Baccaglini, filosofo e conferenziere che di religione cristiana e di Vangelo se ne intende. Alessandro infatti ha scritto il libro “La Via dell’amore perfetto” nel quale, partendo dal Nuovo Testamento, suggerisce dei modi per evolvere e migliorare la nostra vita, verso un benessere di cui anche la ricchezza è parte.

Ricchi ma onesti

“Si può essere ricchi e onesti; il testo fondamentale della religione cristiana non solo non lo nega ma addirittura incentiva questa idea”. Secondo Baccaglini, leggendo in modo “tecnico” il Vangelo è possibile scoprire perché benessere e religione non sono in contrasto.

“Il giovane ricco (Lc 18, 18-27), a cui si rivolge Gesù chiedendogli di abbandonare ogni suo avere per seguirlo, diventa triste perché non ha carpito un segreto fondamentale che lo separa dal vero successo e dal benessere: per ricevere in abbondanza bisogna prima dare in abbondanza, ma per poter dare prima bisogna essere”.

Tutto il Nuovo Testamento è costellato di indicazioni per nutrire ed elevare il nostro “essere” e, se letto con attenzione e profondità, non fornisce una visione “meccanica” della salvezza basata su banali precetti riguardanti il danaro. L’equazione povero = degno del paradiso e ricco = condannato agli inferi è troppo semplicista e non è contenuta in nessuna pagina del testo. Anche quando si parla direttamente di ricchezza lo si fa in modo metaforico. Se c’è un’indicazione da seguire potremmo riassumerla così: non diventare schiavo dei beni materiali e dell’esteriorità, perché la prosperità si costruisce partendo dal sé.

Mix pagano

“La stigmatizzazione della ricchezza, l’idea che il ricco opprime il povero, sottraendogli beni e felicità, non è cristiana. Viene piuttosto da una commistione tra ideologie laiche di stampo marxista forzatamente innestate nel cattolicesimo”.

Non c’è competizione per la felicità e l’idea che se riesco ad ottenere successo e benessere, allora sto togliendo qualcosa a qualcuno come in un gioco a “somma zero”, è tutto meno che coerente con l’insegnamento dei Vangeli.

“Gesù non disdegnava le comodità e la bellezza, se queste erano lo specchio dei sentimenti e del benessere interiore”. Quando chiede di rinunciare ai beni lo fa per suggerire una liberazione volontaria dalle catene dell’io, non sta banalmente indicando la povertà materiale come via di salvezza.“ Egli riceve aiuti da personaggi importanti, è amico dei ricchi, coltiva la cultura e l’eleganza nel parlare ma resta libero dall’ambizione materiale e dall’accumulo”.

La porta stretta

la porta stretta

“Dobbiamo tenere presente che la famosa espressione secondo la quale è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli (Mt 19,24) è il frutto di una traduzione erronea, sedimentatasi nella tradizione. La parola che Gesù impiega in aramaico significa corda spessa, e non cammello; l’errore si deve alla loro somiglianza in aramaico. Laddove è impossibile per un cammello passare per la cruna di un ago, ciò potrebbe essere certamente difficoltoso, ma non impossibile per una corda spessa. L’immagine suggerisce dunque che la porta per il Regno dei Cieli sia senz’altro stretta, tuttavia non sbarrata. Quindi ciò che davvero voleva dirci Gesù è che se sei ricco, se sei cresciuto circondato da beni materiali, per te il percorso di liberazione sarà forse più faticoso ma certamente non precluso”. Si tratta dunque di una grande sfida e sappiamo che al protagonista dei Vangeli piacevano molto coloro che non si tiravano indietro davanti alle difficoltà.

Se quindi la tua felicità e il tuo benessere sono frutto del tuo impegno e della tua evoluzione, saranno benedetti da Dio.

D’altronde, è utile ricordarlo, il lavoro organizzato, la produzione e vendita di beni per garantire il sostentamento di una comunità, la preghiera sotto forma d’impegno anche professionale, sono concetti nati nei nostri monasteri. L’idea stessa di “giusto salario” è una novità introdotta dal Nuovo Testamento dove si annuncia che riceveremo sempre il frutto del nostro operato, sia nel bene che nel male.

Risveglio collettivo

Ma in quale momento della storia è avvenuto allora il corto circuito tra produzione organizzata e religione, cristianesimo e capitalismo?

“Il Vangelo invita a percorrere una strada interiore e personale verso la salvezza, in un certo senso quindi promuove l’individualità”. Ma, come ben sappiamo, l’individualità può essere pericolosa perché rischia di farci porre il nostro interesse personale al di sopra di tutto. “Il figliol prodigo (Lc 15, 11-32) si perde a causa delle ricchezze che il padre gli mette a disposizione. Compie un percorso di salvezza che è interiore, che lo porta ad attraversare gli stadi più angusti dell’esistenza e del dolore, ma trova dentro di sé la forza per redimersi e diventare un uomo nuovo”. Secondo Baccaglini è proprio qui che risiede l’attualità del messaggio cristiano e il motivo per cui oggi assistiamo ad un risveglio di coscienze e ad un rinnovato interesse verso la spiritualità.

“Dopo aver esplorato gli aspetti più bui del nostro egoismo, stiamo lentamente ritornando a casa. Ritroveremo le ricchezze che vi abbiamo lasciato e le fonderemo coi nuovi tesori scoperti durante il viaggio. Guarderemo tutto questo patrimonio sotto la luce della coscienza e saremo finalmente liberi di goderne a pieno i frutti”.

benessere e religione secondo baccagliniPrima di lasciare Alessandro gli chiediamo come mai lui, figlio di atei e filosofo di professione, si sia tanto appassionato al Vangelo e alla figura di Cristo. “Stavo preparando un esame sulla filosofia cristiana in un periodo difficile della mia vita e leggendo il sacro testo mi sono reso conto che quella era anche la mia storia, la metafora del diventare adulto. Ho sentito che la vibrazione emanata da quelle pagine era della stessa nota che sentivo dentro.” D’altronde, come ci ricorda lui stesso, ti accorgi di aver trovato il tuo Maestro quando senti che è in grado di ascoltarti e aiutarti a portare alla luce ciò che davvero hai dentro.

Potete continuare a seguire Alessandro Baccaglini nella sua pagina facebook dove pubblica quotidianamente video e articoli.

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La morale aziendale alla base del successo: intervista a Sergio Casella

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

La nostra nuova intervista della serie Storie di Etica, inizia con Sergio che ci racconta una comica storiella.

Un uomo cerca qualcosa sotto un lampione

Un passante lo vede e chiede “posso aiutarla?”

“Si, ho perso le chiavi”

“Dove?”

“Laggiù, dove è buio”

“E perché le cerca qui allora?”

“Perché qui c’è più luce!”

la morale aziendaleSergio Casella, presidente della Paper Converting Machine divisione nostrana della Barry-Wehmiller, una multinazionale americana di proprietà per il 70% dalla famiglia Chapman, così risponde alla prima, e forse più importante, domanda di questa intervista:

Perché in un mercato popolato da consumatori attenti e informati, dove parole come ecologia, rispetto e fiducia sono sempre più importanti, i cattivi sembrano ancora vincere?

Sergio crede fermamente che l’etica e la morale siano uno strumento di successo nel business ma per saperne cogliere a pieno la portata sia necessario allargare il punto di vista e non cercare facili scorciatoie, come spiega approfonditamente nel suo libro La Morale Aziendale nel quale presenta un modello di leadership etica adottato globalmente e con estremo successo dall’intera Barry-Wehmiller. Facciamoci raccontare le linee guida.

Dalla struttura al modello

Prima di tutto Sergio Casella ci tiene a sfatare un mito: per riportare l’etica in azienda non è necessario adottare una particolare struttura societaria o organizzativa bensì sposare un modello di conduzione aziendale che permetta di “alfabetizzare moralmente” dipendenti e stakeholders, aiutandoli a conciliare la sostenibilità economica con il ruolo sociale dell’azienda e la creazione di valore condiviso. Che tu sia leader di una multinazionale, di un’azienda familiare, una non-profit o una struttura governativa, non sono solo la forma e gli obiettivi che dai all’organizzazione ad incidere sul tuo livello di eticità ma le prassi che adotti. Ciò che fai infatti deve partire dalla valore dell’essere umano, dalla consapevolezza delle sue necessità di protezione, fiducia, rispetto e libertà di espressione anche delle emozioni. Tutti elementi di cui Sergio Casella ha tenuto conto nell’elaborazione del suo modello di leadership.

Le buone prassi

“Quando misi per la prima volta piede in azienda trovai una situazione davvero difficile. Un business in perdita, 30 dipendenti in contrasto tra loro ma tutti d’accordo nell’opporsi alla nuova dirigenza”. E’ il 1999 e Sergio Casella ha accettato una sfida importante: rilanciare un’azienda sull’orlo del fallimento operante in un mercato assediato da grandi gruppi stranieri. Capisce da subito che non può farcela senza il supporto della squadra e cerca un modo per iniziare a “fare spogliatoio”. Gli si presenta l’occasione durante le feste natalizie. E’ prassi in quel periodo che clienti e fornitori inviino regali alla dirigenza, così gli succede di venire letteralmente sommerso dai pacchi. Questo “tesoretto” contrasta con il clima e le difficili condizioni aziendali. Casella prende allora una decisione inaspettata: bandisce una lotteria per assegnare i regali ai dipendenti, inaugurando una tradizione che ancora resiste. “Da quel momento le cose sono iniziate a cambiare”. L’esempio è il modo più potente per “fare cultura”, d’altronde come ci ricorda lui stesso “Gesù e Socrate non hanno mai scritto un libro ma insegnato attraverso le loro azioni e il loro sacrificio”. Prendersi cura dell’altro significa a volte rinunciare a qualcosa per un bene superiore. E’ su questo impegno personale, sulla coerenza e sul riconoscimento di valore ad ogni membro dell’organizzazione che si basa lo stile di management adottato in Barry-Wehmiller.

Libertà responsabile

stabilimenti“Se vogliamo promuovere il cambiamento dobbiamo proteggere le persone, perché è il timore ad impedire di evolversi esplorando nuove soluzioni”. Ma come si fa a costruire una “rete di protezione” che favorisca l’innestarsi di una cultura aziendale etica e condivisa? Per Sergio Casella è necessario prima di tutto eliminare la “paura di sbagliare” e superare l’idea di competizione personale come metodo per raggiungere il successo. “L’azienda è prima di tutto una squadra, fatta di professionisti uniti da un obiettivo comune. Alla Paper Converting Machine sono stati nominati dei coach, esperti di particolari funzioni o processi, ai quali rivolgersi per affrontare particolari problemi. Non solo, i dipendenti sono invogliati ad avventurarsi in progetti e sfide al di fuori dei “limiti” delle job description. “Voglio imparare”, “Ho bisogno d’aiuto” sono affermazioni che secondo Casella vanno premiate perché danno l’opportunità di crescere, contribuendo a creare quel clima di fiducia e libertà di azione sul quale si basa l’approccio etico al business. “Non si può pensare di portare l’etica in azienda prescindendo dalla costruzione di un ambiente dove essa possa crescere e fiorire. Nemmeno pensare di affidarsi esclusivamente all’intelligenza morale del singolo leader illuminato, perché se questo dovesse uscire di scena si rischia di perdere le conquiste fatte”. Sergio Casella, infatti, ama ricordare che “la leadership è quello che accade quando tu non ci sei”.

Risultati incontrovertibili

Quali sono i risultati di questo modo di gestire l’azienda? L’etica alla fine ha ripagato o no?

Sergio Casella affida la risposta ancora una volta ad un aneddoto.

“Nel 2009 il nostro mercato è stato sconvolto da una sanguinosa guerra al ribasso, innescata dalla competizione tra due aziende del settore. Nel pieno della turbolenza, la nostra organizzazione ha scelto di non licenziare nessuno ma di ridurre stipendi e ore lavoro. Il contenimento dei costi ci ha permesso di compensare la contrazione di volumi conseguente alla nostra scelta di non abbassare i prezzi. Insomma ci siamo tirati fuori dalla competizione al ribasso, abbiamo stretto la cinghia per mantenere intatta la squadra e i dirigenti hanno dato l’esempio rinunciando in percentuale al doppio di quanto chiesto agli altri dipendenti”. Il risultato è stato clamoroso, alla fine del periodo di crisi la divisione italiana della Barry-Wehmiller aveva triplicato il fatturato mentre i due contendenti iniziali hanno visto ridurre radicalmente il loro volume d’affari. “Abbiamo mantenuto la nostra immagine sul mercato e la qualità dei nostri prodotti. I clienti hanno apprezzato serietà e coerenza del nostro agire e ci hanno premiato”.

Quindi c’è speranza perché la società adotti definitivamente un modello di crescita più etico?

Sergio CasellaIl vero cambiamento passa dalle aziende prima ancora che dalla politica, dalla scuola o dalle istituzioni; l’azienda deve essere driver di questa rivoluzione e, attraverso essa, le persone trasmetteranno le “buone prassi” alla famiglia e alla società cui appartengono.

Bisogna far riscoprire alle organizzazioni il valore della persona. Per promuovere il cambiamento imprenditori e manager devono lanciare messaggi di sicurezza, altrimenti gli essere umani si bloccano! Solo allora ci saranno le condizioni per godere a pieno dei risultati che etica e morale possono portare non solo nel business ma anche nella società”.

Per tornare alla storiella dalla quale siamo partiti, andiamo a cercare il valore profondo dove esso davvero risiede e non facciamoci distrarre dall’apparente facilità di azioni senza vero risultato.

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Il Coraggio di Cambiare: la scelta di essere se stessi

di Serena Calderoni

“Il cambiamento fa parte dell’essenza del mondo e non c’è nulla che si ripeta in modo identico. In verità l’unica cosa immutabile è il mutamento stesso.” Gregory Bateson

Per molto tempo ho pensato che cambiare lavoro fosse un’opzione esclusiva per persone con obiettivi chiari (n.d.r. per le corrette regole di formazione di un obiettivo leggi qui) e idee precise, ma ogni volta che la domanda “cosa voglio fare da grande?” affiorava dentro di me non trovavo risposte, pur essendo già “grande” da un po’!

Quello che ho scoperto successivamente è che si può scegliere di cambiare perché la situazione in cui ci troviamo non fa più per noi, o semplicemente perché diventa forte il bisogno di fare cose diverse, di uscire da schemi già noti.

Insomma si può decidere di cambiare anche se non si ha chiaro dove andare. Perché, ora lo so, cambiare è un processo, i cui tempi e modalità all’inizio non ci sono noti.

Rendersi conto con chiarezza che ciò che facciamo non ci soddisfa più pienamente è l’inizio del viaggio.

Cambiare è un processo che parte da noi

“Ho lavorato in azienda per una vita…” è così che, a chi me lo chiedeva, iniziavo a descrivere i 16 anni trascorsi come dipendente nel settore dell’industria alimentare. Con quell’espressione “una vita” sottolineavo, più o meno consapevolmente, la percezione di un tempo lunghissimo, denso di tante esperienze che ormai mi stavano strette.

thumb_img_4034_1024Quando ho iniziato a lavorare in azienda, dopo l’università, dopo la famiglia e i figli, cercavo un modo per uscire dal guscio, per imparare cose nuove, entrare in relazione con altre persone e, non ultimo, guadagnarmi l’indipendenza economica. Nel tempo ho ricoperto vari ruoli perché l’azienda stessa si era trasformata:  un fattore positivo per me che ho sempre considerato i cambiamenti come opportunità.

Vivevo però un senso di insoddisfazione legato alla difficoltà di realizzare ciò che ero e ciò in cui credevo: le persone al centro dell’azienda, la valorizzazione dei talenti, il cliente come fulcro del business.

Troppo impegnata a seguire le sorti dell’organizzazione, che stava trasformandosi da storica azienda famigliare in multinazionale, rischiavo di perdere di vista il desiderio di cambiare che da tempo urlava in me e che intravedevo come da dietro a una tenda, senza mai trovare il tempo (questo è ciò che mi dicevo) di osservarlo da vicino.

Cambiare è accettare ciò che siamo

Per dare sfogo al bisogno di autenticità, qualche anno fa ho iniziato a seguire corsi sulla comunicazione e percorsi di consapevolezza (n.d.r. alcuni dei quali con Roberto Gavioli), ritagliandomi momenti che pensavo di non avere e avventurandomi in uno scenario totalmente nuovo.

Lavorare su di me nel tempo libero mi aiutava a scoprire parti di me stessa che non conoscevo e che potevo sperimentare anche nel contesto lavorativo. E’ così che il mio approccio in azienda si è trasformato:

Anziché continuare a sottolineare quanto poco sentissi di appartenere a quel mondo, e mettere continuamente in luce tutti i problemi e le difficoltà, ho iniziato a percepire che essere lì doveva avere un significato profondo nascosto da qualche parte!

In effetti non era poi tutto così negativo.  Anzi, guardandomi indietro mi rendo conto di quante competenze abbia acquisito, di quanti elementi di rinnovamento stessi apportando all’ambiente, favorendo la trasformazione dell’organizzazione per la quale lavoravo.

Cambiare è assumersi la responsabilità della nostra realizzazione

thumb_img_2358_1024Ciò che mi sorprende tuttora è la forza e la chiarezza con cui il Nuovo si presenta non appena i limiti imposti dalla mente si aprono: i “ma” e i “se” – pur continuando ad affiorare – restano inascoltati, grazie alla consapevolezza che aiuta a trasformare la mente da padrona in amica, rendendola un potente strumento di elaborazione e organizzazione di intuizioni e idee.

Questo atteggiamento di apertura e fiducia nei confronti di se stessi è fondamentale per allineare alla nuova identità tutti i livelli attraverso i quali il nostro essere si organizza: piano piano valori, convinzioni, capacità, comportamenti diventano coerenti con ciò che siamo e inaspettatamente anche dove prima esistevano dubbi e timori, iniziano a dipanarsi opportunità e soluzioni.

Ora ho la possibilità di trasmettere ad altri la mia esperienza e gli strumenti acquisiti, in aula e negli incontri individuali, parlando di comunicazione efficace, di consapevolezza o di relazione con il cliente, e di ricevere a mia volta nuova esperienza e arricchimento grazie allo scambio continuo che naturalmente si genera.

Non mi chiedo più “cosa voglio fare da grande” perché ora so che grandi, al di là dell’età anagrafica, si diventa ogni volta che si riesce a vedere il cambiamento come un’opportunità e che tentare di sottrarsi ad esso, per paura di perdere qualcosa o per timore di andare verso ciò che non conosciamo, ci rende solo più titubanti nell’assumerci la responsabilità della realizzazione di noi stessi.

Non importa quanto tempo è necessario per comprenderlo, né quanto è lunga la strada prima della svolta: il tempo non è quello della mente, è il tempo del “cuore” una dimensione interiore nella quale non serve pensare, pianificare, organizzare. Quando arriva il momento, quello giusto per noi, di compiere il secondo passo semplicemente ci alzeremo e partiremo verso il nuovo che ci attende con Fiducia e Gratitudine per ciò che siamo.

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Ri-Evoluzione Aziendale: intervista a Niccolò Branca

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

Niccolò BrancaTutti noi conosciamo il Fernet-Branca, ma forse non tutti sanno che la Fratelli Branca Distillerie è una delle più antiche aziende familiari italiane. Sul mercato dal 1845, con cinque generazioni di imprenditori che si sono succeduti alla guida, la Branca ha costruito il suo successo sin da subito sui mercati esteri: basti dire che il processo di internazionalizzazione risale già ai primi del ‘900. Ma i numeri non bastano a descrivere la realtà di un’azienda davvero innovativa ed etica. Per questo siamo andati a conoscere meglio il suo presidente Niccolò Branca che è anche l’autore di un libro incredibile “Per fare un manager ci vuole un fiore” (recensito nell’articolo che trovi qui) e che racconta una visione del business assolutamente rivoluzionaria o ri-evoluzionaria come lo stesso Niccolò Branca ci racconta qui di seguito. 

Verso l’Economia della Consapevolezza

Abbiamo chiesto a Niccolò Branca le ragioni per le quali oggi l’etica sembra essere ritornata un argomento di interesse per le aziende. Ci ha risposto citando il detto Zen “Quando l’allievo è pronto il Maestro appare”. Secondo la sua visione ciò che sta vivendo l’economia non succede per caso proprio adesso: “Le crisi sono occasioni imperdibili di apprendimento e richieste di cambiamento profondo che si manifestano quando diventa evidente la necessità di armonizzare il sistema economico accordandolo ad un processo evolutivo già presente a livello sociale e individuale. Sintomi di una rinnovata consapevolezza personale si trovano infatti ovunque: si parla sempre più spesso di spiritualità, si è più attenti all’ambiente, alla salute e all’alimentazione. Anche il rapporto con il lavoro è mutato. Ci si è resi conto che non può essere esclusivamente fonte di sicurezza e successo economico ma di benessere in senso più ampio”. 

“Liberare le risorse individuali permette di dare accesso a un bacino immenso di talenti e unicità senza le quali il business non può prosperare”.

“Ma per accedere a questo tesoro nascosto non si può che lavorare alla scala umana, rispettare la dignità delle persone, aiutarle a riconoscere quelle peculiarità che le contraddistinguono e che, se ben valorizzate, permettono di esprimere al massimo le capacità di ognuno. E questo naturalmente si riflette anche sui risultati complessivi. È l’avvento dell’Economia della Consapevolezza, come la chiamiamo in Branca!”.

Dall’Italia al mondo: esportatori di Umanesimo

esportatori di umanesimoChe ruolo può avere in questo cambiamento il nostro paese afflitto da continui casi di cattiva gestione? “In Italia c’è la tendenza a dare brutte notizie, per cui quello che vediamo rappresentato dai media è solo il peggio del nostro paese. Ma l’Italia è molto di più. Ci sono aziende e persone che con passione ogni giorno compiono buone azioni e creano valore condiviso senza sensazionalismi”.

 

“Le aziende e i professionisti italiani si affermano nel mondo, riportando successi quotidianamente ma pochi sembrano interessati a parlarne”.

Talento e creatività sono frutto di una cultura che da sempre ha messo al centro le relazioni umane. Abbiamo un’umanità innata che è il motore di ogni cosa buona realizzata nella nostra storia millenaria e che, se alla grande scala ci ha permesso di compiere imprese straordinarie, nel quotidiano nutre e informa le azioni di ogni nostro connazionale. Questo umanesimo diffuso va riconosciuto e alimentato consapevolmente, prendendosi a pieno la responsabilità di ciò che davvero significa essere italiani”. Su questa capacità di gestire le relazioni umane, soprattutto quella tra imprenditori, manager e dipendenti, secondo Niccolò Branca si fonda il successo del modello di azienda familiare che oggi sembra essere stato riscoperto anche oltre oceano.

Ri-evoluzione aziendale: dal successo al valore

“Siamo tutti parte di un organismo che per mantenersi in vita deve promuovere un rapporto armonico tra le sue cellule, siano esse aziende, imprenditori, manager, cittadini o ambiente”. Questa è la ragione per cui secondo Niccolò Branca non bisogna essere etici per buonismo ma per se stessi.

“Chi confonde l’etica con il buonismo sbaglia perché il semplice buonismo uccide l’organismo sociale ed in questo senso non è né sostenibile né tantomeno etico”.

“Se fossimo più consapevoli delle interdipendenze che ci legano e degli effetti devastanti che i comportamenti non etici hanno su chi li compie, prima ancora che su chi li subisce, smetteremmo di considerare l’etica come un valore contrapposto all’efficienza. Spesso purtroppo, adottando una visione limitata e di breve termine, opponiamo il nostro interesse a quello degli altri e ci mettiamo in competizione. Ma il benessere e la felicità che ne deriva non sono una categoria dell’avere bensì dell’essere, connesse alla condizione dell’intero sistema in cui viviamo immersi. In questa ottica competere per essere felici è un vero controsenso. Comprendere il contrasto tra felicità e competizione era la base degli insegnamenti della mia prima maestra di meditazione, Luh Ketut Suryani, la quale soleva ripetermi “Niccolò, remember life is happiness and challenge” (Niccolò Branca pratica meditazione da 27 anni e ha attivato percorsi di mindfulness per i dipendenti della sua azienda). Il nostro essere si nutre attraverso scambi di valore: solo attraverso essi si possono conseguire ricchezze durature. Per questo quando penso alla Branca non penso a un’azienda di successo ma piuttosto a un’azienda di valore, dove si persegue un ritorno in cui le persone sono un fine e non un mezzo.”

locandinaIn Passodue per questa intervista ci eravamo preparati con un set di domande preconfezionate, ma la conversazione con Niccolò Branca è stata troppo coinvolgente ed empatica per poter rientrare nel rigido schema di un format giornalistico. Si è parlato di azienda, di risultati, ma anche di etica e dignità: in buona sostanza si è parlato dell’essere umano e del suo modo di completare se stesso e la propria spiritualità anche attraverso il lavoro. “Siamo la patria della religione più diffusa al mondo e non possiamo prescindere dal senso di spiritualità”.

“Credo che il vero significato dell’essere religiosi sia proprio questo: rendersi consapevoli delle energie dello spirito e metterle a servizio della propria evoluzione e di quella di chi ci sta intorno”.

D’altronde come ci ricorda lo stesso Niccolò Branca, Holderlin definiva il comportamento etico come “L’autentico abitare con la verità di se stessi”.

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PS: L’8 ottobre vi aspettiamo a Camp Me Up, evento gratutito di formazione e networking dedicato ai nuovi modi di approcciare il business. Per registrarsi clicca qua.

 

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Vendita Etica & Silicon Valley: è possibile? Chiediamo a Matteo Fabiano di BAIA

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

matteo fabianoAbbiamo conosciuto Matteo Fabiano nel 2015 nella Silicon Valley durante il lancio in USA del nostro libro “La Vendita Etica”. Matteo è membro del consiglio direttivo di BAIA – Business Association Italy America, un’organizzazione che ha come obiettivo la creazione di connessioni e opportunità per imprenditori e professionisti italiani che lavorano negli Stati Uniti. Come titolare della FireMatter Matteo si occupa inoltre di consulenza per aziende e multinazionali operanti nel mondo della tecnologia e del digitale. Abbiamo voluto rivolgergli qualche domanda sul suo lavoro e sulla sua esperienza di imprenditore italiano che lavora e vive nel cuore della Silicon Valley.

  • Come descriveresti il tuo lavoro e perché hai scelto di fare business in USA? Il mio lavoro consiste nell’aiutare aziende presenti nella Silicon Valley a sviluppare il mercato attraverso servizi specifici. I miei clienti operano nell’ambito della tecnologia e vogliono entrare nel mercato americano o sviluppare qui soluzioni innovative. Sono arrivato nella Silicon Valley nel 2004 dopo aver lavorato in Europa per alcune multinazionali americane come IBM, Procter & Gamble e Hewlett Packard. A quel tempo stavo lavorando appunto per HP in Belgio e, dopo aver frequentato un MBA, fui spostato nel quartier generale dell’azienda a Paolo Alto. Poco dopo essere arrivato nella Silicon Valley fui contattato da una startup fondata da KPCB e Intel, diretta dall’ex direttore generale della Siebel. Era un’opportunità troppo allettante per entrare nel mondo delle startup, esperienza che poi mi avrebbe portato a diventare un imprenditore. Ho capito che avrei potuto applicare a me stesso quello che avevo imparato, errori compresi, e mettere la mia esperienza a disposizione di coloro che volevano imparare a “navigare” nel mercato americano e nella Silicon Valley.
  • Ci sono dei punti di contatto fra il modo di fare business nella Silicon Valley è l’approccio etico al mercato? Moltissimi, infatti la cultura imprenditoriale della Silicon Valley è fondata sugli ideali rivoluzionari, di libertà e condivisione, degli anni ‘60. Credere nella libertà di espressione dell’individuo, nel perseguire i propri sogni, nella condivisione di conoscenze e risorse, nel potere rivoluzionario delle idee a prescindere da dove esse provengano, sono tutti aspetti che hanno contribuito a formare lo spirito di questa area. Queste sono le ragioni che hanno portato all’assenza di gerarchie aziendali, ai contratti di lavoro flessibili, alla fusione di vita privata e professionale e alla condivisione degli utili con i dipendenti, adottate qui. Forse un po’ in contrapposizione c’è un credo quasi religioso nella superiorità della tecnologia e nel progresso, un’idea darwiniana della competizione e la fede nel libero mercato. Se l’etica è la disciplina del “cosa è giusto” e del “cosa è sbagliato”, è evidente la schizofrenia della Silicon Valley riguardo a questo tema: da un lato qui l’imprenditoria ha l’obiettivo di contribuire al miglioramento della condizione umana, dall’altro è il simbolo della crescita economica aggressiva e della competizione spietata.

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  • L’economia digitale sembra più focalizzata sui risultati nel breve piuttosto che sul costruire relazioni commerciali di lungo termine. C’è posto per la Vendita Etica e per un approccio più umano al mercato? Dipende da come le performance di un business vengono misurate. E’ tendenzialmente vero che le aziende tecnologiche e i prodotti digitali sono soggetti ad una “obsolescenza” più veloce che impone ritmi serrati e competizione più aggressiva. Alcune aziende non posso permettersi il lusso di pensare nel lungo termine, specialmente se sono state costituite da poco e il loro piano di rientro dagli investimenti prevede crescite veloci. Ciò chiaramente incentiva a “nascondere la verità” per chiudere una trattativa o a “prendere una scorciatoia” per arrivare prima sul mercato. Ma c’è da dire che la Silicon Valley è incentrata su un network relativamente piccolo d’imprese e investitori, i cui comportamenti sono osservati con molta attenzione da tutto il mondo. Se agisci in modo disonesto, la tua reputazione ne risulterebbe danneggiata molto velocemente e a tal punto che saresti costretto a smettere di operare.
  • Molte aziende e soprattutto i giovani in Italia guardano alla Silicon Valley come ad un Eldorado, ma è tutto oro quello che luccica? In una parola: assolutamente no. La grande “corsa all’oro” dei primi del 19° secolo ha visto la popolazione di San Francisco crescere di 25 volte in meno di due anni. Ora come allora alcuni trasferendosi qui sono diventati incredibilmente ricchi, altri invece hanno perso tutto. Oggi vivere e lavorare nella Silicon Valley è certamente più sicuro, ma soltanto una piccolissima parte di coloro che tentano la scalata al successo ce la fa. Detto questo, se hai delle capacità e competenze particolari, inerenti soprattutto la tecnologia digitale e i settori in via di sviluppo, qui potresti sentirti a casa.
  • Secondo te ci sono differenze tra l’idea di business etico in Italia e USA? Non credo che ci siano grandi differenze. Culturalmente sia l’Italia che gli Stati Uniti condividono molti valori “occidentali”. Inoltre negli ultimi 70 anni tra gli Stati Uniti e il nostro paese ci sono stati scambi commerciali sempre più strutturati e frequenti che hanno contribuito ad avvicinare le prassi, formando un vero e proprio “galateo” comune del fare business. Certamente continuo a pensare che ci siano differenti sensibilità riguardo a ciò che è accettabile in un contesto di lavoro e ciò che è “giusto” o “sbagliato” nel business. Penso per esempio al ruolo della donna in azienda, ai sistemi meritocratici o ancora alla necessità di appartenere a certi “circoli di potere”; tutti temi sui quali noi italiani possiamo ancora crescere molto.
  • Cosa vorresti suggerire ai lettori del Diario di un Consulente che desiderano venire nella Silicon Valley? La rete è piena di consigli sul “cosa fare” se vuoi venire a vivere e lavorare in Silicon Valley, io vorrei invece incoraggiare le persone che condividono questo sogno a concentrarsi sui “perché” profondi di questa scelta. Quasi tutti quelli che conosco e che si sono trasferiti qui, ad un certo punto hanno dovuto affrontare delle difficoltà: solo avendo una chiara consapevolezza del perché si è deciso di venire è possibile superarle.

silicon valleyIl 26 Maggio prossimo saremo ospiti di BAIA e dell’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco per discutere il ruolo della Vendita Etica nelle relazioni e nel mercato tecnologico. Sarà l’occasione per condividere i risultati della ricerca con i nostri concittadini d’oltre oceano e sottolineare come lo stile italiano possa fare la differenza anche nell’era di internet e del digitale. Visitate la nostra nuovissima pagina YouTube per tenervi aggiornati sull’evento e sapere di più sulla Vendita Etica.

Business consapevole: una chiacchierata con Luigi Zoia

di Alice Alessandri

business consapevoleQualche mese fa, per uno di quei felici incastri che la vita a volte mette in atto, abbiamo conosciuto Luigi Zoia: eravamo andati al Babson College di Boston ad incontrare il prof. Raj Sisodia [cui abbiamo dedicato un articolo] quando lui stesso ci ha parlato di Luigi, fautore in Italia di un approccio al business consapevole e presidente del Conscious Business Group che promuove l’etica in economia. Autore di un libro dal titolo affascinante Cadere sette volte e rialzarsi otto pubblicato da Mental Fitness, Zoia oggi vive con sua moglie a Santo Domingo dove si occupa di progetti immobiliari ma ha ancora casa a Milano e viene spesso nel nostro paese, facendo da mentore a imprenditori e aziende che vogliono seguire la strada del business consapevole. Per conoscerlo meglio, in un soleggiato sabato di ottobre, ci siamo dati appuntamento a pranzo a Bologna. Dall’ondata energetica di quell’incontro è nata l’idea di questo articolo e un’intesa profonda fatta di una visione condivisa e di valori allineati che porterà senz’altro Passodue a collaborare con Zoia e con il Conscious Business Group. Scopriamo insieme allora cosa ci siamo detti in quell’incontro. 

Il capitalismo consapevole per lavorare meglio e rendere l’economia più etica

Oggi si parla tanto di azienda etica e di responsabilità sociale d’impresa ma, secondo Luigi, è necessario fare chiarezza sui presupposti.

Se con etica si identificano soltanto le regole il sistema diventa rigido, se invece allarghiamo il significato al processo di maturazione e presa di responsabilità dell’individuo e dell’azienda allora si aprono opportunità per l’evoluzione.

La piramide di Maslow, che organizza in livelli gerarchici i bisogni delle persone passando da quelli fisiologici come mangiare e dormire a quelli spirituali, secondo Zoja è un modo di descrivere l’evoluzione dell’essere umano: ad ogni livello corrisponde un obiettivo e ogni passaggio verso l’alto comporta una nuova presa di consapevolezza e quindi una crescita. Lo stesso processo evolutivo è applicabile all’azienda in quanto entità con bisogni ed esigenze specifiche: così come le persone anche le organizzazioni sviluppando via via  consapevolezza passeranno da un mero obiettivo di sopravvivenza (corrispondente ai bisogni fisiologici) al perseguimento di una missione sempre più alta. Per parlare di business consapevole bisogna parlare quindi di un processo di maturazione, non soltanto di regole comportamentali. E’ arrivato il momento per l’economia di smettere di occuparsi esclusivamente dei bisogni primari ma di includere anche i bisogni dell’anima, allargando il suo punto di vista dall’io al noi, dagli Shareholders (o azionisti) al nuovo concetto di  Stakeholders (portatori di interesse ovvero dipendenti, clienti, comunità, ecc.. ).

La leadership dell’esempio: “se ce l’ho fatta io, puoi farlo anche tu”

piramide di maslowNel libro Zoia racconta la sua vita, dagli anni in cui praticava karate mentre studiava all’università, alla Citibank di New York, fino all’apertura di una società di gestioni patrimoniali. La sua storia, fatta di alti e bassi, di cadute e risalite, diventa esempio per tutti dimostrando che è possibile avere successo se si mette dedizione, ci si prende la piena responsabilità di ciò che ci accade e si agisce con consapevolezza ovvero con la volontà di dare un senso alle circostanze e agli avvenimenti. Un potente caso di leadership dell’esempio che ci ricorda come ponendosi nel ruolo di protagonisti, e non in quello di vittime delle circostanze, riaggiustando di volta in volta il nostro senso di identità e imparando dagli errori, sia possibile laurearsi due volte vice campione del mondo di Karate, diventare un giovanissimo responsabile dell’area atlantica di Citibank e risollevarsi dai fallimenti trasformandoli in occasioni per imparare ed esercitare la propria creatività. Dice Luigi “se l’ho fatto io lo può fare chiunque perché non ho nessuna qualità speciale se non la persistenza!”, “Il mantra Non smetterò finché non avrò successo è diventato parte di me.

Se qualcosa non va bene, non penso al fallimento ma al fatto di aver imparato, di aver ricevuto una lezione dalla vita”.

Una filosofia che vede le difficoltà come opportunità di cambiamento e apprendimento: occasioni che tutti possiamo cogliere almeno una volta nella vita.

Una lezione di consapevolezza dagli USA 

Zoia conosce bene sia il mercato degli USA che quello Italiano. Dal suo punto di vista il nostro paese più di altri ha bisogno di attuare un cambiamento profondo, una trasformazione significativa che vada oltre l’introduzione del bilancio di sostenibilità, del codice etico e della responsabilità sociale d’impresa. Quello che serve è un cambiamento culturale nella direzione del business consapevole, in grado di introdurre una nuova idea dell’essere imprenditori: leader di un processo evolutivo che partendo dal singolo cambi l’intera società. Negli Stati Uniti troviamo importanti esempi di questo approccio e università come il Babson College si dedicano già a creare una nuova classe di imprenditori consapevoli. Certo non è semplice lavorare con questa visione ampia in un mercato ancora assoggettato alle performance trimestrali che influiscono sulle quotazioni di Wall Street, ma è di grande fiducia sapere che c’è un’avanguardia di aziende multinazionali che si stanno impegnando e ottengono risultati proprio grazie al business consapevole (Whole Foods, Unilever solo per citarne due n.d.r.).

L’Italia ha prima di tutto bisogno di ritrovare fiducia in imprenditori capaci di esprimere quell’alto valore morale e quel senso di servizio che caratterizzavano personaggi come Adriano Olivetti, capaci di fondere gli interessi dell’azienda con quelli di tutti gli altri attori coinvolti.

Gli imprenditori consapevoli italiani hanno bisogno di unirsi per creare quel coagulo su cui innestare un cambiamento sostanziale nelle politiche economiche e nello stile di business. 
luigi zoia

La chiacchierata è finita ma c’è ancora tempo per un suggerimento indirizzato ai lettori di Diario di un Consulente. “In un mondo come quello di oggi caratterizzato da un cambiamento accelerato scegliete sempre la crescita rispetto alla sicurezza. L’unica vera sicurezza viene da dentro: la nostra sfida di voler continuare ad imparare e la consapevolezza che le soluzioni di cui abbiamo bisogno per affrontare i cambiamenti sono tutte in noi”.

 

PS: Se ti interessa far evolvere la tua professione e scoprire un nuovo modo di fare business, più umano e efficace, noi di Passodue in collaborazione con Canzio Panzavolta abbiamo dato vita ad una Master Class di Business Management. Per maggiori informazioni clicca qua.

 

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Parliamo di Capitalismo Consapevole con Raj Sisodia

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

raj sisodiaRaj Sisodia è professore ordinario di Global Business al Babson College di Boston, dove presiede un filone di ricerca dedicato al capitalismo consapevole sponsorizzato dalla nota catena internazionale di supermercati biologici Whole Food. Egli è anche co-fondatore, nonché co-presidente, dell’organizzazione internazionale Conscious Capitalism. Raj è autore di best seller come appunto il libro “Capitalismo consapevole: liberare lo spirito eroico del business” che è stato per parecchio tempo nella classifica del New York Times e di “Everybody Matters” scritto insieme a Bob Chapman testo che il Wall Street Journal ha inserito tra i libri più interessanti del 2015. Nel 2003 il Prof. Sisodia è stato indicato come uno dei 50 esperti di marketing più influenti al mondo dal Charted Institute of Marketing e nel 2010 è entrato a far parte della top ten dei pionieri del business etico nella classifica stilata dall’Associazione Good Business International.

Abbiamo incontrato Raj l’anno scorso in occasione del tour di lancio in USA del nostro libro La Vendita Etica e ci ha subito proposto di venire nel nostro paese per un seminario e per lanciare anche qui la sua organizzazione presente ormai in 10 paesi e in 25 città americane. Il prof. Sisodia sarà quindi presente il 24 Novembre a Cesena per un seminario gratuito che ha appunto come titolo “Il Capitalismo consapevole: liberare lo spirito eroico del business” durante il quale ci spiegherà come grazie alla sua organizzazione sia riuscito a mettere insieme amministratori delegati, dirigenti, imprenditori, pensatori, leader politici e spirituali tutti accomunati dalla volontà di trasformare il mercato in un luogo di produzione di benessere condiviso.

Diario: Che cosa significa esattamente “capitalismo consapevole” e perché questo tema dovrebbe interessare manager, imprenditori e venditori?

capitalismo consapevoleSisodia: il capitalismo consapevole è un nuovo modo di guardare al business. Esso è basato su quattro principi fondamentali:

• Buona causa: ogni business deve avere una buona causa che va oltre la semplice ricerca di profitto. Certamente il business ha bisogno di denaro ma deve perseguire anche obiettivi superiori; far soldi è il risultato, non lo scopo, delle imprese.

• Integrazione d’interessi: il business deve consapevolmente creare valore per l’intera comunità di stakeholder (n.d.r. portatori d’interesse) non solo per gli azionisti e gli investitori. Bisogna superare quindi la mentalità che oppone gli interessi delle comunità a quelli del singolo, cercando di generare valore condiviso.

• Leadership consapevole: i leader delle aziende devono essere guidati da una buona causa e mettersi a servizio delle persone piuttosto che inseguire potere e ricchezza individuali. Come veri e propri mentori devono saper ispirare e motivare i collaboratori verso una visione condivisa di benessere.

• Sviluppo di una nuova cultura economica: la cultura del capitalismo consapevole si basa su concetti come fiducia, autenticità, cura, trasparenza, integrità, apprendimento e miglioramento personale. Le persone oggi chiedono fortemente di lavorare per aziende nelle quali paura e stress siano sostituiti da questi principi.

Diario: L’etica e la virtù possono migliorare le prestazioni di vendita o ancora oggi l’atteggiamento egoista e auto-interessato è più efficace per raggiungere il successo?

Sisodia: viviamo in un mondo straordinariamente interconnesso, nel quale l’accesso alle informazioni è sempre più libero e facile. Le aziende e i manager che insistono nel perseguire atteggiamenti egoistici sempre più velocemente saranno additati come non degni di fiducia. Lavorare con un rinnovato senso etico, una buona causa e con consapevolezza, aiuta a creare una relazione forte con i clienti, basata sulla fiducia e i cui benefici ricadono sulle stesse aziende e sulla comunità.

Diario: Perché così tante persone, aziende e istituzioni oggi parlano di business etico (anche il Papa recentemente nell’enciclica Laudato si, si è occupato del tema)? E’ solo un nuovo trend o qualcosa sta davvero cambiano nella coscienza del capitalismo?

Sisodia: le conseguenze di un approccio non etico al capitalismo sono state subite da troppe persone per troppo tempo. Il mercato ha generato moltissima ricchezza ma spesso al prezzo di tremende sofferenze. L’effetto di tutto ciò sono la recente crisi e i disastri ambientali. Oggi gli esseri umani stanno evolvendo rapidamente: siamo meglio informati, meglio connessi, più intelligenti, più consapevoli e alla ricerca di significati per il nostro agire. Valori come l’empatia, l’educazione, la compassione e il rispetto sono diventati fondamentali. Alla luce di tutto questo il business tradizionale semplicemente non può più funzionare, ne tantomeno la gente e il pianeta possono continuare a sopportare tutte le “esternalità negative” che esso genera. Dobbiamo tutti contribuire a ripensare il mercato.

Diario: La struttura imprenditoriale Italiana ha alcune peculiarità come aziende dalle dimensioni ridotte, spesso gestite in modo familiare e con una forte cultura cattolica. Questi rappresentano vantaggi o svantaggi per chi volesse sposare l’idea di capitalismo consapevole?

Sisodia: parlando in generale le culture che hanno un forte orientamento alla famiglia e valori spirituali radicati rappresentano un terreno fertile per i principi del capitalismo consapevole, ricevendone a loro volta grande giovamento. In altre parole a voi italiani dovrebbe venir naturale seguirne il modello.

Diario: Può spiegare ai nostri lettori perché è importante partecipare al prossimo evento del 24 Novembre? Cosa impareranno e cosa otterranno dagli incontri con lei?

workeasySisodia: i partecipanti potranno toccare con mano un modo nuovo di far business che certamente li ispirerà. Sta nascendo un diverso approccio al capitalismo che crea valore su più livelli e per più persone, superando i limiti del modello tradizionale. Ne parleremo insieme e mostreremo quanto tutto questo non sia solo un sogno ma una concreta realtà.

L’argomento di questo secondo appuntamento gratuito a Cesena sul tema dell’etica nel business (per avere informazioni sul primo incontro clicca qua) è di assoluto interesse per tutti coloro si occupino di business. Il mondo dell’economia sta cambiando radicalmente: sempre più ricerche dimostrano infatti che chi ha adottato pratiche etiche e consapevoli ottiene un successo maggiore e più durevole.
Vi aspettiamo numerosi.

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Parliamo di Vendita Virtuosa con James Hoopes

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

Selling virtue_James HoopesJames Hoopes è professore ordinario di etica al Babson College, una scuola di business statunitense famosa per il suo approccio rivolto agli imprenditori. Il Professor Hoopes è autore di molti articoli e libri di successo che hanno per tema il ruolo dell’etica nel management e nel business come I Falsi Profeti e Corporate Dreams.
Hoopes, che ha insegnato in Europa e Asia oltre che negli Stati Uniti, attualmente sta completando la stesura di un nuovo libro che porrà l’attenzione su ciò che i paesi occidentali possono apprendere da quelli orientali in termini di etica nel business. Noi abbiamo conosciuto James durante il corso della nostra ricerca sulla Vendita Etica e lo abbiamo invitato più volte a venire in Italia per presentare il suo originale approccio al business e alle vendite. Finalmente il Prof. Hoopes ha accettato di unirsi a noi, sarà così presente in Romagna il 26 e 27 Ottobre prossimi per un seminario e un workshop gratuiti sul tema della “vendita virtuosa” un metodo innovativo in grado di liberare e potenziare il ruolo sia del venditore sia del cliente. Attraverso le domande che seguono ci siamo fatti presentare il tema e gli eventi che lo vedranno protagonista.

Diario: Che cosa significa esattamente “Vendita Virtuosa” e perché questo tema dovrebbe interessare manager, imprenditori e venditori?

Hoopes: Vendita Virtuosa significa vendere offrendo di più che semplici prodotti e servizi, in un modo che aiuti sia il cliente sia il venditore a diventare persone migliori e appunto più virtuose.

Diario: L’etica e la virtù possono migliorare le prestazioni di vendita o ancora oggi l’atteggiamento egoista e auto-interessato è più efficace per raggiungere il successo?

James Hoopes_false prophetesHoopes: Si, a mio avviso Etica e Virtù fanno vendere maggiormente. E’ però semplicistico pensare che l’onestà paghi a prescindere perché viviamo in un mondo moralmente imperfetto. La triste realtà è che a volte anche la disonestà paga e quando un venditore non etico ne incontra uno etico, quest’ultimo potrebbe trovarsi in svantaggio. E’ proprio per questo che il venditore etico necessita di competenze e capacità superiori che possono essere ottenute solo con percorsi specifici d’apprendimento. La Vendita Etica o virtuosa è un metodo che aiuta le persone non solo a mantenere la loro integrità ma a migliorare le loro prestazioni vincendo la sfida dell’onestà.

Diario: Perché così tante persone, aziende e istituzioni oggi parlano di business etico (anche il Papa recentemente nell’enciclica Laudato si, si è occupato del tema)? E’ solo un nuovo trend o qualcosa sta davvero cambiano nella coscienza del capitalismo?

Hoopes: Non si tratta semplicemente di una moda, in effetti le cose stanno cambiando se pur lentamente, in favore dell’etica. Il cambiamento investe tutti: non solo i clienti ma anche i venditori sono stanchi delle vecchie prassi e di giocare sempre il ruolo dei “cattivi”. L’era dell’informazione e della connettività che stiamo vivendo ha consegnato grande conoscenza e potere ai consumatori. Sempre più acquirenti utilizzano questo potere non solo per ottenere “buoni prezzi” ma anche per sostenere “buone aziende”. I mercati stanno diventando più virtuosi.

Diario: La struttura imprenditoriale Italiana ha alcune peculiarità come aziende dalle dimensioni ridotte, spesso gestite in modo familiare e con una forte cultura cattolica. Questi rappresentano vantaggi o svantaggi per chi volesse sposare l’idea di vendita virtuosa?

Hoopes: Sono grandissimi vantaggi! Le famiglie, specialmente quando a questo termine diamo una connotazione religiosa, hanno come scopo quello di educare e crescere i giovani secondo virtù. A volte si pensa che un’azienda familiare nasca con lo scopo di arricchire l’imprenditore e la sua cerchia di parenti più che dipendenti e società ma è anche vero che dentro questo tipo di imprese i legami sono più forti, le relazioni più dirette, valori ed identità condivisi. Nelle aziende familiari le giovani leve crescono potendo osservare da vicino chi ha fondato quell’impresa avendo cioè sotto gli occhi un esempio concreto di coraggio, disciplina, impegno, dedizione e resilienza.

Selling virtue_Banca CesenaDiario: Può spiegare ai nostri lettori perché è importante partecipare ai prossimi eventi del 26 e 27 Ottobre? Cosa impareranno e cosa otterranno dagli incontri con lei?

Hoopes: I partecipanti potranno capire cosa intendiamo per vendita virtuosa. Spesso si pensa all’etica aziendale riferendosi a illeciti e scorrettezze compiuti da qualcuno e al modo di arginare questi comportamenti, ma l’etica nel business non può ridursi ad un insieme di codici e leggi. Essere un venditore etico significa fare qualcosa di nuovo e virtuoso, non solo evitare di fare scorrettezze. Significa adottare comportamenti che ci permettano di sviluppare il nostro valore personale e aiutare i clienti a fare altrettanto. Ci sarà sempre più spazio nei mercati per coloro i quali sapranno usare l’etica come strumento di business; a breve ciò sarà chiaro anche ai più cinici e scettici. Venire ad uno dei due eventi significa fare un passo concreto per essere parte attiva di una nuova idea di business nella quale le virtù e i valori avranno un ruolo sempre crescente.

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James Hoopes è uno dei più acuti esperti internazionali di etica nel business e noi di Passodue siamo felici e onorati di condividere il suo approccio e la sua visione. Consideriamo una grande opportunità poter fondere la creatività e la cultura delle relazioni italiane con l’efficienza e le tecniche di marketing americane. I prossimi appuntamenti del 26 e 27 Ottobre saranno l’occasione per cambiare il tuo punto di vista sulle strategie necessarie a ottenere successo e felicità nella vita e nel lavoro. Ti aspettiamo!

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Storie di etica: Marcello Ceccaroni Il Che Guevara della chirurgia

di Alice Alessandri

Scuola ISSAMarcello Ceccaroni ha 42 anni e, nonostante l’età, con grande volontà, dedizione e entusiasmo è diventato da pochi mesi il giovane primario del reparto di ginecologia dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona). Non è solo l’eccezionalità della carriera di Marcello ad incuriosirci, la sua storia infatti ha molti aspetti degni di essere raccontati. Con lui abbiamo parlato di medicina, musica rock, letteratura, storia della rivoluzione cubana e molto altro ancora, ripercorrendo le orme di un’esperienza caleidoscopica che si presterebbe a far da base per la sceneggiatura di un film.

Che cosa cerchi nella tua professione e quali talenti metti in gioco praticandola?

MarcelloCeccaroniIl lavoro di medico contempla due aspetti: uno filosofico e uno artigianale. Quello filosofico riguarda l’essere umano e le sue relazioni. Per farsene un’idea basta leggere alcuni dei romanzi che hanno segnato la mia gioventù: frequentando pazienti e colleghi incontro personaggi pirandelliani e kafkiani, ma anche apparentemente creati dalla penna di Dostoevskij o Bukowski. La mia passione e la mia curiosità, mista anche ad un grande rispetto per l’altro, mi permettono di trasformare queste relazioni in una meravigliosa avventura. L’aspetto artigianale invece riguarda le perfezione, l’esecuzione attenta che richiede la chirurgia. Dal mondo dell’arte noi chirurghi prendiamo l’anelito verso la perfezione: nessuno la raggiungerà mai ma ci si impegna tutti verso questo miraggio. Il talento che mi riconosco è la volontà di coltivare la diversità e l’originalità di questa professione sospesa tra estremi così distanti. Personalmente vorrei essere ricordato come il miglior chirurgo punk-rock della storia: giovane con un approccio amichevole e non convenzionale che non si scompone quando qualcuno gli dice “Ah è lei il primario?!?

Che cosa dai agli altri attraverso il tuo lavoro e come?

Al mio gruppo di lavoro cerco di trasmettere un’etica stacanovista ma originale (un concetto che ho mutuato dal libro di Pasolini “Passione e ideologia”) e tutte le mie competenze. Sento il dovere profondo di tutelare il talento dei più giovani, di coloro che hanno fatto scelte di vita importanti per seguirmi magari rinunciando a carriere universitarie. Alle pazienti dò invece la mia totale disponibilità come persona oltre che come professionista: essere medico è un tatuaggio che non riesco a togliermi perché inciso nel profondo della mia anima. Esteriormente però faccio di tutto per non sembrare un algido primario, lasciando trasparire chi c’è sotto il camice.

Che rapporto c’è per te tra felicità e successo?

MarcelloCeccaroni-AliceAlessandriHo un grande rispetto dell’idea di felicità forse perchè vedo tanta sofferenza attorno a me, così sono morigerato nell’uso di questa parola. Posso però certamente dire di essere spesso contento e di provare gioia. Anche con il termine successo tengo le distanze, preferendo definizioni meno eclatanti: ad esempio io mi sento appagato quando supero un mio limite o sono decisivo nel destino di una persona. Se mi guardo attorno vedo persone drogate di successo e ubriache di felicità; io non riesco ad essere come loro ma gioia e appagamento mi hanno dato la forza di arrivare fin qua.

L’economia classica ci ha insegnato che per raggiungere il benessere è necessario perseguire solo l’interesse personale, è così anche per te e che spazio dai all’etica nei tuoi rapporti di lavoro?

Sono pieno di difetti ma ho chiarissimo il senso dell’etica del lavoro, dell’amicizia intesa come manifestazione sublime d’amore e della lealtà dei comportamenti anche quando si combatte contro qualcuno o qualcosa. Il senso etico verso le cose e le persone con cui mi relaziono funge da faro nei momenti più difficili della mia professione. Diversamente, nelle acque così agitate della medicina e della chirurgia, è facile andare alla deriva.

Tutti parlano di crisi, ma come è davvero cambiata la tua professione in questi anni e che lezione hai imparato per migliorarti?

La crisi che ha toccato la società occidentale è una crisi di valori e di anime che ci ha abbruttito un po’ tutti. Anche la professione del medico ne ha risentito con un aumento spropositato dei contenziosi legali; parlo di risarcimenti chiesti troppo spesso per fare “cassa” a spese delle istituzioni. Il rapporto medico-paziente è fatto di fiducia reciproca: il patto che li lega a volte prevede che per salvare o proteggere qualcuno il medico debba compiere un atto “violento” sul suo corpo. Per fortuna nel mondo ci sono ancora paesi in cui il senso di riconoscenza verso il medico non è stato contaminato dagli aspetti economici.

Quale suggerimento vuoi dare ai lettori in base a quello che hai vissuto?

Non prendetevi troppo sul serio e non smettete mai di ascoltare buona musica: potrebbe salvarvi la vita, parola di primario!

Scuola ISSAMarcello è istrionico e fa fatica a prendersi troppi meriti, ma finita l’intervista scopro che è anche presidente di ISSA, scuola no profit di anatomia chirurgica. I ricavati dei corsi organizzati dalla scuola sono usati per supportare progetti benefici internazionali come un ospedale in Angola o l’iniziativa “Robin Hood” in Messico che permette di operare donne indigenti nelle più moderne cliniche. Nata 4 anni fa senza alcun supporto pubblico, oggi ISSA è conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, contribuendo con la sua attività a creare una nuova figura di medico: tecnicamente preparato e con un rinnovato senso etico. Come dice Marcello sulla porta “Siamo la rivoluzione cubana della chirurgia anatomica: poche decine di uomini e donne che non stanno alle regole ma le contaminano portando cultura oltre i propri confini per realizzare un progetto che ha il gusto di una splendida utopia.”

Nota: per conoscere altre storie di successo professionale ottenuto grazie a comportamenti etici, clicca sulla rubrica Storie di Etica di questo blog. 

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