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di Monica Vitali

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Da anni stiamo assistendo alla riduzione delle tutele professionali, all’aumento del lavoro a progetto e delle partite IVA. Anche professioni storicamente considerate più sicure, quella del settore bancario ad esempio, fra commissariamenti, ristrutturazioni e disdetta del contratto nazionale, hanno visto saltare i requisiti della certezza. E anche il settore pubblico sta iniziando ad essere intaccato. Malgrado infatti i tanti maldestri tentativi da parte di partiti, sindacati e altri interessati al mantenimento dello status quo, il mondo professionale sta cambiando sempre di più.

Ma, nel futuro dei nostri figli, esisterà ancora la prospettiva del posto fisso, così come lo abbiamo inteso sino ad ora?

Personalmente credo che dovremo iniziare a pensare al mondo del lavoro, e a noi stessi in funzione di quel mondo, in modo completamente diverso.

Se è vero che la distinzione fra libera professione e lavoro dipendente sta velocemente scemando, allora nel prossimo futuro ciascuno di noi dovrà diventare, in un qualche modo, imprenditore di se stesso e concepire la propria professionalità in modo diverso. Sarà inoltre necessario distinguere nettamente i ruoli (quello che c’è scritto sul nostro biglietto da visita) dalle professioni (quello che realmente sappiamo fare). Questa distinzione può essere fonte di molte riflessioni.

Non ci si deve innamorare troppo del proprio ruolo in azienda, perché se per disgrazia si finisce per perderlo si rischia di mettere in discussione il proprio io più profondo.

Se, ad esempio, mi identifico totalmente con il mio ruolo di Responsabile Amministrativo all’interno di un’azienda, nel momento in cui lo perderò entrerà in crisi la mia identità, la mia autostima, la mia dignità. Se invece mi identifico con la professionalità che ho maturato, se questa mi appassiona e la coltivo al di fuori del mio orario di lavoro con letture e frequentazioni, se non guardo ad essa in modo disgiunto rispetto ai miei interessi e alle mie passioni personali, nel momento in cui perderò il posto di lavoro avrò certamente un problema di reddito, ma non d’identità! La mia azione di ricollocamento quindi non si trasformerà in ricerca spasmodica di “riabilitazione sociale” o di rivalsa, ma resterà semplicemente una ricerca di lavoro.

Forte della mia professionalità, avrò forse l’elasticità mentale per inventarmi un modo diverso per produrre reddito, creandomi il lavoro e non solo andandolo a cercare presso qualcuno.

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Oggi tramite il web il mondo è davvero alla portata di un clic, e con un po’ di audacia e di fantasia si possono aprire delle possibilità che una volta erano inimmaginabili. All’estero non è inusuale che si possa effettuare un cambio nella propria vita professionale, con un passaggio da un settore ad un altro, anche completamente diversi. In Italia invece quando si percorre una strada professionale difficilmente si cambia, sia per i limiti burocratici e strutturali del nostro paese, sia soprattutto per la mentalità conservativa e cautelativa di cui siamo intrisi.

Per anni i partiti, le banche e i sindacati, hanno difeso e osannato il posto fisso presentandocelo come una meta assoluta da raggiungere ad ogni costo, anzi un diritto inalienabile sancito dalla Costituzione. Nessuno si è preoccupato minimamente di informarci che un ruolo deve corrispondere alle reali ispirazioni di chi lo ricopre. Il risultato è che oggi molte persone si sentono ingabbiate in un impiego che non le rappresenta, con conseguenze sulla produttività che dall’infelicità e dalla svogliatezza derivano.

Chi ne sta facendo le spese in questo momento è soprattutto il genere maschile, storicamente abituato a riconoscersi in funzione del ruolo sociale attribuito dalla propria professione. Nel momento in cui i nostri “gentleman” hanno visto vacillare il dogma del capo famiglia come principale fonte di reddito, si sono scardinati i loro atavici punti di riferimento e sono entrati in crisi profonda. Alle donne invece (multitasking per biologia o forse per necessità) costrette da sempre a fare i salti mortali per conciliare famiglia, lavoro e figli, la molteplicità ha portato in dono un innegabile vantaggio: il fatto di avere sempre pronto un piano B, ovvero una maggiore predisposizione mentale a realizzarsi in un ambito della propria vita diverso da quello su cui si è inizialmente puntato.

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L’approccio vincente per gli uomini e le donne di domani sarà dunque quello di rompere gli schemi con i quali la nostra generazione è cresciuta, per non essere condannati alla preoccupazione e alla frustrazione di fronte alla perdita di tutele delle quali alcuni di noi ancora stanno godendo, ma che i nostri figli sicuramente non conosceranno.

A noi spetta il compito di agevolarli proponendo loro una chiave di lettura del mondo del lavoro diversa, incentrata sulla passione e sulla fiducia in sé stessi, prima che sulle tutele e sul riconoscimento sociale.  Affinché quelli che oggi possono sembrare dei limiti strutturali e delle ingiustizie di un sistema che sta implodendo, diventino invece un’opportunità da volgere a proprio favore, senza doversi accontentare.

Alberto Aleo

Un percorso accademico non convenzionale insieme ad una carriera manageriale che è durata più di un decennio nel ruolo di responsabile marketing e di direttore vendite per note aziende italiane, mi hanno trasformato in un “architetto” di strategie di mercato. Nel 2011 ho fondato insieme a mia moglie Alice lo studio di consulenza e formazione Passodue il che mi ha permesso di poter mettere a disposizione dei clienti un bagaglio di esperienze e conoscenze molto vario, che spazia dall’economia, al marketing, alla gestione di reti commerciali.

Questo articolo ha 4 commenti
  1. condivido anche io, e comunque grazie a tutti i formatori che ho avuto nella mia via , sono cresciuto sempre pronto al cambiamento ( anche nei momenti di piena ) con l’elasticità mentale per inventarmi modi diversi per produrre reddito,

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