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La morale aziendale alla base del successo: intervista a Sergio Casella

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

La nostra nuova intervista della serie Storie di Etica, inizia con Sergio che ci racconta una comica storiella.

Un uomo cerca qualcosa sotto un lampione

Un passante lo vede e chiede “posso aiutarla?”

“Si, ho perso le chiavi”

“Dove?”

“Laggiù, dove è buio”

“E perché le cerca qui allora?”

“Perché qui c’è più luce!”

la morale aziendaleSergio Casella, presidente della Paper Converting Machine divisione nostrana della Barry-Wehmiller, una multinazionale americana di proprietà per il 70% dalla famiglia Chapman, così risponde alla prima, e forse più importante, domanda di questa intervista:

Perché in un mercato popolato da consumatori attenti e informati, dove parole come ecologia, rispetto e fiducia sono sempre più importanti, i cattivi sembrano ancora vincere?

Sergio crede fermamente che l’etica e la morale siano uno strumento di successo nel business ma per saperne cogliere a pieno la portata sia necessario allargare il punto di vista e non cercare facili scorciatoie, come spiega approfonditamente nel suo libro La Morale Aziendale nel quale presenta un modello di leadership etica adottato globalmente e con estremo successo dall’intera Barry-Wehmiller. Facciamoci raccontare le linee guida.

Dalla struttura al modello

Prima di tutto Sergio Casella ci tiene a sfatare un mito: per riportare l’etica in azienda non è necessario adottare una particolare struttura societaria o organizzativa bensì sposare un modello di conduzione aziendale che permetta di “alfabetizzare moralmente” dipendenti e stakeholders, aiutandoli a conciliare la sostenibilità economica con il ruolo sociale dell’azienda e la creazione di valore condiviso. Che tu sia leader di una multinazionale, di un’azienda familiare, una non-profit o una struttura governativa, non sono solo la forma e gli obiettivi che dai all’organizzazione ad incidere sul tuo livello di eticità ma le prassi che adotti. Ciò che fai infatti deve partire dalla valore dell’essere umano, dalla consapevolezza delle sue necessità di protezione, fiducia, rispetto e libertà di espressione anche delle emozioni. Tutti elementi di cui Sergio Casella ha tenuto conto nell’elaborazione del suo modello di leadership.

Le buone prassi

“Quando misi per la prima volta piede in azienda trovai una situazione davvero difficile. Un business in perdita, 30 dipendenti in contrasto tra loro ma tutti d’accordo nell’opporsi alla nuova dirigenza”. E’ il 1999 e Sergio Casella ha accettato una sfida importante: rilanciare un’azienda sull’orlo del fallimento operante in un mercato assediato da grandi gruppi stranieri. Capisce da subito che non può farcela senza il supporto della squadra e cerca un modo per iniziare a “fare spogliatoio”. Gli si presenta l’occasione durante le feste natalizie. E’ prassi in quel periodo che clienti e fornitori inviino regali alla dirigenza, così gli succede di venire letteralmente sommerso dai pacchi. Questo “tesoretto” contrasta con il clima e le difficili condizioni aziendali. Casella prende allora una decisione inaspettata: bandisce una lotteria per assegnare i regali ai dipendenti, inaugurando una tradizione che ancora resiste. “Da quel momento le cose sono iniziate a cambiare”. L’esempio è il modo più potente per “fare cultura”, d’altronde come ci ricorda lui stesso “Gesù e Socrate non hanno mai scritto un libro ma insegnato attraverso le loro azioni e il loro sacrificio”. Prendersi cura dell’altro significa a volte rinunciare a qualcosa per un bene superiore. E’ su questo impegno personale, sulla coerenza e sul riconoscimento di valore ad ogni membro dell’organizzazione che si basa lo stile di management adottato in Barry-Wehmiller.

Libertà responsabile

stabilimenti“Se vogliamo promuovere il cambiamento dobbiamo proteggere le persone, perché è il timore ad impedire di evolversi esplorando nuove soluzioni”. Ma come si fa a costruire una “rete di protezione” che favorisca l’innestarsi di una cultura aziendale etica e condivisa? Per Sergio Casella è necessario prima di tutto eliminare la “paura di sbagliare” e superare l’idea di competizione personale come metodo per raggiungere il successo. “L’azienda è prima di tutto una squadra, fatta di professionisti uniti da un obiettivo comune. Alla Paper Converting Machine sono stati nominati dei coach, esperti di particolari funzioni o processi, ai quali rivolgersi per affrontare particolari problemi. Non solo, i dipendenti sono invogliati ad avventurarsi in progetti e sfide al di fuori dei “limiti” delle job description. “Voglio imparare”, “Ho bisogno d’aiuto” sono affermazioni che secondo Casella vanno premiate perché danno l’opportunità di crescere, contribuendo a creare quel clima di fiducia e libertà di azione sul quale si basa l’approccio etico al business. “Non si può pensare di portare l’etica in azienda prescindendo dalla costruzione di un ambiente dove essa possa crescere e fiorire. Nemmeno pensare di affidarsi esclusivamente all’intelligenza morale del singolo leader illuminato, perché se questo dovesse uscire di scena si rischia di perdere le conquiste fatte”. Sergio Casella, infatti, ama ricordare che “la leadership è quello che accade quando tu non ci sei”.

Risultati incontrovertibili

Quali sono i risultati di questo modo di gestire l’azienda? L’etica alla fine ha ripagato o no?

Sergio Casella affida la risposta ancora una volta ad un aneddoto.

“Nel 2009 il nostro mercato è stato sconvolto da una sanguinosa guerra al ribasso, innescata dalla competizione tra due aziende del settore. Nel pieno della turbolenza, la nostra organizzazione ha scelto di non licenziare nessuno ma di ridurre stipendi e ore lavoro. Il contenimento dei costi ci ha permesso di compensare la contrazione di volumi conseguente alla nostra scelta di non abbassare i prezzi. Insomma ci siamo tirati fuori dalla competizione al ribasso, abbiamo stretto la cinghia per mantenere intatta la squadra e i dirigenti hanno dato l’esempio rinunciando in percentuale al doppio di quanto chiesto agli altri dipendenti”. Il risultato è stato clamoroso, alla fine del periodo di crisi la divisione italiana della Barry-Wehmiller aveva triplicato il fatturato mentre i due contendenti iniziali hanno visto ridurre radicalmente il loro volume d’affari. “Abbiamo mantenuto la nostra immagine sul mercato e la qualità dei nostri prodotti. I clienti hanno apprezzato serietà e coerenza del nostro agire e ci hanno premiato”.

Quindi c’è speranza perché la società adotti definitivamente un modello di crescita più etico?

Sergio CasellaIl vero cambiamento passa dalle aziende prima ancora che dalla politica, dalla scuola o dalle istituzioni; l’azienda deve essere driver di questa rivoluzione e, attraverso essa, le persone trasmetteranno le “buone prassi” alla famiglia e alla società cui appartengono.

Bisogna far riscoprire alle organizzazioni il valore della persona. Per promuovere il cambiamento imprenditori e manager devono lanciare messaggi di sicurezza, altrimenti gli essere umani si bloccano! Solo allora ci saranno le condizioni per godere a pieno dei risultati che etica e morale possono portare non solo nel business ma anche nella società”.

Per tornare alla storiella dalla quale siamo partiti, andiamo a cercare il valore profondo dove esso davvero risiede e non facciamoci distrarre dall’apparente facilità di azioni senza vero risultato.

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Leggendo per il Diario: Il Ritorno della Strategia – Diventare Leader

di Marco Lucarelli

cynthiamontgomerySiete in libreria, davanti agli scaffali dei libri di management. Cercate un testo nella categoria, “crescita professionale”, volete migliorarvi, imparare ad essere un leader (n.d.r. se ti interessa l’argomento leadership visita anche la nostra pagina dedicata), a motivare i vostri collaboratori o comunicare più efficacemente.

Cominciate a scorrere i titoli, avrete delle difficoltà a trovare il titolo giusto: steve jobs, bill gates, mark zuckerberg, richard branson, jack welch, …stop. E se io non fossi come steve jobs?

O meglio, sono un manager ma potrei anche non essere nell’empireo dei geni del business, quelli che hanno rivoluzionato il mondo. Voglio solo essere un buon manager e generare profitti per la mia azienda.

E’ di moda, nella letteratura manageriale attuale, narrare le gesta del Grande Leader, della personalità carismatica, irripetibile che ha cambiato il modo di fare business e rivoluzionato il mercato.

leader

Fin qui tutto bene, c’è molto da imparare da queste grandi lezioni. Ma viene il dubbio, è stato solo il quoziente intellettivo, la genialità, la capacità di lavoro no limits a fare entrare queste persone nella storia del business?

Leggendo questi libri vi verrebbe da pensare di sì ma in realtà le cose non stanno così o meglio non solo così come ci spiega “Il ritorno della strategia. Diventare il leader di cui la vostra impresa ha bisogno” di C.A. Montgomery (Rizzoli Etas).

C’è un mito da sfatare, quello del manager invincibile, attratto dalle difficoltà insormontabili, sprezzante, deciso, determinato nel superare se stesso.

Certo, tutte caratteristiche queste che possono aiutare un leader a raggiungere il successo per sé e per la propria organizzazione. Ma quanti leader di successo hanno fallito in contesti differenti? Cosa hanno sbagliato? O meglio perché alcuni leader, alcune aziende hanno avuto successo? Questo libro lo spiega in modo chiaro.

Il ritorno della strategiapic3

Le aziende di successo si sono concentrate su alcuni punti fondamentali:

  1. Obiettivi
  2. Contesto
  3. Direzione

Obiettivi (e loro esplicitazione)

Chiaro focus su quali sono gli obiettivi che un leader, un’azienda, un’organizzazione vogliono perseguire. Sembra banale ma leggendo questo libro vi renderete conto che così non è. Lasciate stare frasi generiche legate alla remunerazione degli azionisti, soddisfazione del cliente, qualità eccellente e diventare leader di mercato. Va tutto bene ma nel concreto?

Nel concreto, le aziende di successo hanno saputo esplicitare in modo chiaro cosa fanno e come lo fanno. Di conseguenza hanno messo nero su bianco anche cosa non fanno e qual è il loro perimetro di azione.

Alcuni esempi: IKEA, Gucci, Apple. Aziende che hanno chiarito in poche semplici frasi qual è il loro modo di agire nei confronti dei consumatori e quali obiettivi tutta l’organizzazione debba perseguire.

Ecco l’importanza di un obiettivo chiaro, dire al mercato che cosa si fa, come si fa ed internamente cosa i propri collaboratori devono fare e come. Non avete più bisogno di fumose mission, vision o altro. Stop.

Contesto

pic2Come abbiamo detto sopra, il concetto di leader carismatico porta con sé la falsa illusione che il successo di un’organizzazione si basi solo sulla capacità imprenditoriale dei loro leader, in grado o meno di affrontare le sfide che il mercato impone. Non basta.

E’ ora di rileggere Michael Porter e di parlare nuovamente di strategie manageriali e di forze competitive. Le aziende di successo hanno capito quali forze influenzano la loro sfera di attività (competitor, regolamentazione, ambiente,…).

Aziende che hanno ben chiara qual è la loro “ruota della strategia” e quali sono i “raggi” che ne influenzano il movimento. Cos’è una “ruota della strategia”? Leggete questo libro per capirlo.

Direzione

Il leader non deve entrare nei dettagli dell’operatività quotidiana. E’ vero, l’attrazione del “fare e subito” rappresenta un richiamo all’azione molto forte per i leader. Ma il vero compito dello stratega, oltre a quello di fissare obiettivi e “paletti” entro i quali muoversi è anche quello di tenere dritta la barra del timone.

Indicare e mantenere la direzione interpretando i segnali deboli (comportamenti di consumo, tendenze, mosse dei competitor, livelli produttivi e qualitativi, …) da cogliere prima che trovino impreparata l’organizzazione.

pic1Perché leggerlo

Se vi siete persi nel mare di storie di successo e di grandi leader, se avete bisogno di ristabilire il buon senso ed il senso di direzione all’interno delle vostre organizzazioni, questo libro vi aiuterà a ritornare con i piedi per terra.

LeggenDO per il diario: “Romanzi per i Manager” di Varanini Francesco

di Dolores Carnemolla

Diapositiva600x8007-225x300Cosa c’entra Don Abbondio con il management? È presto detto perché il matrimonio tra letteratura e management s’ha da fare!

Questa volta, cercando un libro da recensire per la rubrica LeggenDo, ho trovato per me e per voi Romanzi per i manager di Francesco Varanini pubblicato nel 2000 da Marsilio e oggi disponibile solo in ebook. Già l’introduzione è stata illuminante: si legge che il Principe di Condé – come racconta Manzoni nel secondo capitolo de I Promessi sposi – dormì profondamente la notte prima della battaglia campale, tranquillo, perché “aveva già dato tutte le disposizioni necessarie e stabilito ciò che dovesse fare la mattina seguente”. Non altrettanto Don Abbondio: vittima del timore e dell’insicurezza, i suoi sonni sono agitati. Al risveglio, il malessere gli impedirà di mettere in campo le risorse che pure sono alla sua portata. Il principe di Condé e Don Abbondio rappresentano due diversi stili manageriali: entrambi esempi di gestione di situazioni complesse, riferimenti utili a riflettere sui nostri comportamenti di persone che lavorano, di capi, di dirigenti, di manager.

L’autore, con Romanzi per i manager, individua nella letteratura e in alcuni specifici libri, degli strumenti di analisi della gestione dell’impresa. Ho schematizzato per voi i contenuti del libro, in modo che possiate avere un’idea immediata della sua utilità.

Modelli organizzativi

Il testo offre un’ analisi dei modelli organizzativi delle imprese attraverso libri come Figli e amanti di Lawrence, Martin Eden di London e Maigret e il sergente maggiore di George Simenon. Affronta anche l’analisi del lavoro come competenza con I fratelli Tanner di Walser, L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, Bartley, Lo scrivano di Melville e Morte sul fiume di P.D. James. Poi è la volta dell’analisi delle nuove frontiere del marketing attraverso Il Paradiso delle signore di Zola, A Kasrilevke è arrivato il progresso di Aleichem, Ho servito il Re d’Inghilterra di Hrabal e il racconto Un’impresa colossale di Campanile incentrato sull’ ipotesi di commercializzare l’acqua benedetta dal Papa.

Stili di direzione

don-abbondioCi sono gli stili di direzione aziendale analizzati attraverso Thomas Mann e I Buddenbrook, Italo Svevo con La coscienza di Zeno, Guy de Maupassant con Bel-Ami, Tolstoj con Guerra e pace e perfino Busi col romanzo Vita standard di un venditore provvisorio di collant. Non poteva certo mancare il tema della crisi e del cambiamento: Blaise Cendrars con L’oro, Antoine de Saint-Exupéry con Volo di notte, Julio Cortázar con Autostrada del Sud, William Gibson con La notte che bruciammo Chrome e Joseph Conrad con Il tifone. “Cerchiamo modelli nella fisica, nella teoria generale dei sistemi, nella cibernetica, nella sociologia, nella epistemologia – scrive l’autore – ma trascuriamo la letteratura che è invece così ricca di scenari socioeconomici, di sfondi che sono luoghi di lavoro, di studi di casi aziendali e anche, a voler guardare, di modelli euristici belli e fatti, pronti per l’uso: di ciò il famoso passo manzoniano non è che un piccolo esempio”.

Personalmente sono una fautrice dell’unione tra umanesimo e cultura manageriale, convinta che la letteratura possa essere un valido strumento per approfondire la visione di fatti, di cose, persone e personaggi. Per cogliere spunti utili a leggere e conoscere se stessi ed il contesto in cui ogni giorno viviamo e ci muoviamo, anche quello lavorativo. Per questo non posso che augurare una buona letteratura a tutti!

Francesco Varanini, Romanzi per i Manager, KKien 2000

francesco_varaniniL’autore | Francesco Varanini è nato a Pisa nel 1949, laureato in Scienze Politiche, in anni lontani antropologo in America Latina. In Arnoldo Mondadori Editore ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del Personale, dell’Organizzazione, dei Sistemi Informativi, dell’innovazione di mercato e di prodotto. È stato direttore generale e amministratore delegato in case editrici di periodici (Cuore Corporation, Internazionale). Dalla metà degli anni Novanta formatore e consulente, rivolge particolare attenzione allo sviluppo delle Risorse Umane, all’etica del lavoro, al cambiamento organizzativo, alla creatività, alle gestione delle conoscenze e all’uso dell’Information & Communication Technology come leva strategica. Lavora cercando un punto di  incontro tra la cultura umanistica e il ‘management’. Insegna presso il Corso di laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa.

PS Diario di un Consulente va in vacanza. Il prossimo post in italiano uscirà il 7 Settembre. Nel frattempo continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook o rileggetevi i migliori articoli di marketing adesso raccolti nella ricchissima pagina Best of Marketing. Buona estate a tutti!

Elogio dell’incoerenza: cammini professionali non convenzionali

di Alberto Aleo

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Nel 1990, quando mi sono iscritto per la prima volta all’Università, avevo quasi 18 anni, una vaga idea del mondo e nebulosa del mio futuro. Sapevo solo che mi piaceva disegnare, mi piacevano i lavori antichi e artigianali, quelli dove usi delle cose e passi il tempo chinato sugli oggetti.

Scelta non convenzionale

Della professione di architetto mi affascinava il nome, così italiano, così fuori tempo in un’epoca già dominata dagli ingegneri e dall’elettronica. Nei cinque anni di studi ho amato l’odore della grafite, il rumore della lametta che gratta via l’inchiostro sulla carta lucida, gli strumenti da disegno dalle fogge strane e le notti passate a disegnare e reinventare il mondo con il mio amico e compagno di studi Federico. Ma non c’era solo quello a darmi la certezza che fosse la mia strada. Scoprii che quella dell’architetto era in effetti una delle pochissime professioni veramente umanistiche rimaste. Intendo “umanistiche” secondo l’ideale rinascimentale cioè in grado di promulgare quell’uomo universale, di stampo leonardesco, che sa di scienza e di arte, di tecnologia e di filosofia, incrocia saperi e da questo ne ricava una nuova e più alta conoscenza. Se guardo al mondo del marketing di adesso e alla figura del venditore, mi rendo conto che questo ideale è quello che oggi molte aziende perseguono nel formare il perfetto commerciale. Al tempo però non potevo saperlo, anche perché in quegli anni il marketing era esagerazione, rottura e visibilità a tutti i costi, molto lontano quindi dall’immagine pensosa e intellettuale di un architetto. Il mio corso di studi proseguì virando per il design e poi da lì verso il marketing, approdando finalmente agli studi economici classici. Per molti anni il percorso della mia carriera universitaria è rimasto così arzigogolato da sembrare coerente solo ai miei occhi.

Architettura e Marketing

leonardo_uomo_vitruvianoUn architetto prima di iniziare un progetto visita i luoghi dove l’edificio sorgerà, ascolta le persone che lo abiteranno, studia la storia e analizza il contesto ricavando dalle linee, archi e fregi che lo compongono un’idea del suo genius loci che poi gli servirà per disegnare. Prima però di appoggiare la matita sul foglio un architetto “sente” che effetto gli fa tutto questo “valore” che ha scoperto e lo confronta con la sua idea, con il suo senso estetico, con le sue esperienze sia come progettista che come abitante di spazi. Incrocia insomma l’anima del luogo con la sua, compiendo uno scambio di valore che è simile a quello che dovrebbe avvenire tra clienti e venditori. Quando il progetto è compiuto, un architetto non lo abbandona ma lo segue nella sua realizzazione curandone i dettagli e verificando che quel valore immaginato, quell’innovazione, arrivi più intatta possibile dentro le vite di chi acquisterà quella casa. Nel fare ciò compie un processo di management, esprimendo leadership e confrontandosi con altre professioni, così come ancora una volta succede a chi vende quando ad esempio dovrà coordinare il lavoro dei colleghi che entrano nella gestione del cliente. E poi finalmente la casa nasce e la vita la popola e la trasforma, appropriandosene. L’architetto esce di scena e i “suoi” spazi smettono di essere solo suoi, ma si animano grazie ad altri e proprio per questo continuano a produrre valore in modo inaspettato, non previsto dal progetto. Avviene anche nella vendita, quando i clienti spontaneamente generano nuovo valore per noi, per se stessi e per gli altri, attivando il passaparola positivo, tornando ad acquistare e partecipando attivamente ai nostri processi commerciali.

1011254_840569589306870_1917010091084370252_nElogio dell’incoerenza

Per tutte queste ragioni studiando architettura ho imparato il management e il marketing, ma soprattutto ho imparato come indagare, scovaregenerare e condividere il valore: una lezione che ogni venditore etico dovrebbe aver cura di apprendere. Adesso, dopo molti anni dall’inizio dei miei studi, posso dire di aver definitivamente capito che ciò che voglio fare è l’architetto, non d’interni o di spazi però, ma di relazioni tra cliente e azienda, di strategie commerciali e di mercati. Se mi guardo intorno però non vedo solo architetti che si occupano di marketing; vedo anche laureati in informatica che diventano esperti di comunicazione interpersonale (è il caso di Alice n.d.r.) o neo dottori in economia che s’innamorano del design, come è successo al nostro Riccardo, promettenti sciatori che diventano imprenditori e ingegneri che invece si scoprono cooperatori, tanto per citare alcune delle storie che vi abbiamo raccontato in questo diario. Dedico a loro questo post, ricordando a tutti che non esiste una sola strada per iniziare a portare valore nella nostra vita e in quella degli altri. L’originalità del vostro cammino costituisce già di per sé una ricchezza, in grado di generare consapevolezza e conoscenza del tutto nuovi: donatevela e donatecela senza più timori.

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LeggenDO per il diario: “Il talento del comunicatore” di Enrico Cogno

di Dolores Carnemolla

LibroEcco una guida pratica, da leggere sotto l’ombrellone, utile ad orientarsi nell’avvincente pianeta della comunicazione che individua aspetti chiave per svolgere il mestiere di Communication Manager in contesti complessi, suggerendo spunti di riflessione efficaci.

L’autore utilizza un espediente per dipanare il filo del discorso: simula le prime due settimane di stage di un giovane neolaureato che viene preparato al ruolo di  manager della comunicazione. La sua ragazza invece è in tirocinio presso un’agenzia di pubblicità: sono due ‘precari’ capaci di imparare moltissime cose da tutto quello che accade intorno a loro, giorno dopo giorno.

Le regole della Comunicazione Non Convenzionale, la gestione di un piano di comunicazione nel mondo del profit e del non profit, la creatività pubblicitaria, il potere del marketing, le relazioni pubbliche, i social media ed il moderno passaparola: ognuno di questi aspetti è affrontato in prima persona dai due stagisti e la loro esperienza diventa quella del lettore.

tumblr_n7fgaogdzA1st5lhmo1_1280Al Communication manager vengono richieste molte capacità e competenze: padroneggiare la scrittura, parlare in pubblico, negoziare, risolvere criticità offrendo innovazione, carisma e e capacità di delegare, rendere efficaci le riunioni. Una professionalità articolata e complessa in cui creatività, metodo, precisone e chiarezza tendono a confluire in un’unica figura.

Il suo obiettivo etico ed umano è molto ambizioso, analogo a quello di un leader: riuscire a creare un mondo al quale tutti vorrebbero appartenere.

L’autore del testo è Enrico Cogno, sociologo, docente di Economia della Comunicazione (Università di Perugia, Luiss, UniNettuno), ex Vicepresidente della Ferpi (Federazione Italiana Relazioni Pubbliche), fondatore del Centrostudi Comunicazione Cogno Associati. Ha svolto attività manageriali presso imprese multinazionali, agenzie di pubblicità e istituti di formazione. Attualmente si occupa di formazione e consulenza per le principali organizzazioni nazionali.

E. Cogno, Il talento del comunicatore – manuale per diventare comunication manager di successo, Ed. Franco Angeli

IMG_0728_FotorNota del diario: con i consigli di lettura di Dolores, noi del Diario vi auguriamo buone vacanze. Nei prossimi giorni ci attendono il New Hampshire, il Maine e Martha’s Vineyard dove assisteremo ad un evento TED. Nell’articolo del 25 Agosto vi racconteremo come è andata. Buon relax e buon divertimento a tutti!

“Walk your talk”: quando tra il dire e il fare c’è di mezzo il provare

di Alice Alessandri e Alberto Alberto

IMG_2066Quali sono le qualità di un leader? Cosa distingue un esecutore da un condottiero? Quest’anno alla Sloan Business School del MIT siamo stati invitati a partecipare ad un corso tenuto dal Prof. Leight (Lee per gli amici) Hafrey che ha come tema la leadership etica. Ci siamo quindi dovuti preparare leggendo molti scritti di Martin Luther King, Madison, Macchiavelli, Aung San Suu Kyi e altri. La cosa che ci è saltata subito all’occhio è l’estrema praticità e applicabilità di ciò che dicono. Nessuno di loro ha infatti proposto formule magiche o particolarmente complesse per risolvere i problemi contingenti di cui si sono dovuti occupare, ma tutti hanno cercato di rendere ciò che pensavano utilizzabile e, tranne forse Macchiavelli lei cui azioni furono delegate a Lorenzo dè Medici, hanno poi agito personalmente.

Lungi dall’essere un esercizio teorico di supremazia intellettiva o di potere, la leadership va conquistata sul campo.

Per essere un leader, in qualsiasi ambito e anche nella propria vita, è necessario agire e per agire spesso è indispensabile semplificare. La semplificazione è il prezzo che un vero condottiero paga alla realtà per poter essere efficiente nel raggiungere i suoi scopi. Egli sa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il provare e che, nell’atto di provare, qualcosa delle idee originali che hanno ispirato i suoi passi dovrà essere lasciato indietro. Sa anche che quelli che sulla carta potrebbero sembrare ostacoli insormontabili nella realtà si affrontano con un unico semplice salto. Ecco perché come ci ha ricordato lo scrittore Attilio Piazza in una recente conferenza:

i problemi sono sempre pieni di dettagli e le soluzioni invece sono semplicissime.

IMG_0394_FotorQual è la lezione che abbiamo imparato? Che per essere leader bisogna diventare qualcosa a metà tra un guerriero e un filosofo e che la differenza tra questi due archetipi spesso si riduce ad un gesto. Entrambi hanno bisogno di sognare per immaginare una realtà migliore, entrambi contribuiscono alla sua evoluzione, ma l’uno agisce mentre l’altro osserva e ragiona. Come si riesce a fonderli insieme? Quando avrete capito qual è la vostra direzione, quando il vostro pensiero, le vostre idee vi avranno indicato chiaramente la strada, agite! I risultati delle vostre azioni all’inizio forse assomiglieranno poco a quello che vi eravate immaginati; in un primo momento sogni e realtà faranno fatica a convergere, ma se quella imboccata è la direzione “giusta” prima o poi si ricongiungeranno.

Stare alla finestra non serve a cambiare il mondo e la nostra vita, è utile invece agire con coraggio, determinazione e speranza.

Non ascoltate quelli che, rimanendo affacciati al davanzale, vi diranno “ma non è così che va fatto!” perché con ogni probabilità essi non si sono mai messi in gioco sul serio o se hanno tentato non sono riusciti e ora vi riversano addosso la loro frustrazione. Provate per credere, soprattutto ai vostri sogni; siate coerenti ma ricordatevi che la coerenza è un mezzo e non un fine, non c’è niente di peggio infatti che rimanere fedeli a qualcosa che non ci appartiene più; prendetevi con gioia la responsabilità delle conseguenze perché queste saranno il segno del vostro agire. Una frase di Macchiavelli spiega bene come immaginazione e pragmatismo debbano convivere per renderci leader della nostra vita:

fare come gli arcieri prudenti, a’ quali parendo el luogo dove desegnano ferire troppo lontano, […] pongono la mira assai più alta che il luogo destinato […] per potere con lo aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro

foto 1Il segreto è quindi sognare “fuori scala”, lasciando libera la vostra mente di immaginare soluzioni e scenari altrimenti irrealizzabili, ma agire “in scala” rapportandovi alla vostra realtà e provando a imboccare concretamente la direttrice dei vostri sogni.

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LeggenDO per il diario: “Il mondo che nasce” di Adriano Olivetti

di Dolores Carnemolla

cop.aspxCentotrenta pagine per raccontare una visione, per condividere un progetto animato da valori nobili, antichi ma sempre attuali. Pagine percorse da quella bellezza senza tempo che abita i pensieri più alti rendendoli adatti ad ogni epoca e luogo. Sono i pensieri di Adriano Olivetti, raccolti nel volume “Il mondo che nasce”, curato da Alberto Saibene, Edizioni di Comunità.

Adriano, figlio dell’imprenditore Camillo fondatore dell’Olivetti, occupò il posto del padre alla guida dell’azienda dopo la fine della seconda guerra mondiale fino al 1960, anno in cui morì. Trasformo’ l’azienda di famiglia in una multinazionale di eccellenza tecnologica. Fu un innovatore, un imprenditore illuminato e visionario.

Il suo progetto più grande fu quello di sviluppare una società in senso comunitario, partendo dal rispetto della dignità della persona umana, concentrandosi sui valori della cultura, utilizzando gli strumenti della conoscenza tecnica per la costruzione di un mondo in cui i valori spirituali potessero rappresentare il faro della sua evoluzione.

Centrale nel pensiero dell’imprenditore fu l’opera di promozione della cultura, l’applicazione di moderni studi urbanistici e la valorizzazione dell’ambiente di lavoro e del territorio circostante.valentine

L’Olivetti fu la prima azienda italiana a realizzare la settimana di quaranta ore; in essa fu istituito un valido sistema di casse assistenza per le cure mediche, il sostegno dei redditi, l’indennità di maternità e venne realizzato un vasto programma di edilizia residenziale per impiegati e operai, asili nido, biblioteche e circoli culturali.

Secondo i principi di Adriano Olivetti era necessario creare un’autorità giusta e umana che sapesse conciliare le iniziative nell’interesse di tutti:

rendere la fabbrica e l’ambiente circostante economicamente solidali. Nasceva allora l’idea di una Comunità.

A rigore di obiettività, riportando questi testi alla società attuale, forse alcuni stralci possono risultare un po’ datati e retorici. Eppure è innegabile constatare la modernità del pensiero e i chiari obiettivi di responsabilità sociale e territoriale che l’Autore assegna alla figura dell’imprenditore.

Una lettura necessaria per chi sente di essere imprenditore di se stesso e per chi crede che anche una singola e piccola azione possa contribuire al miglioramento comune.

A.Olivetti (a cura di Alberto Saibene), Il mondo che nasce, Ed. Comunità 2013adriano-olivetti

Nota del diario: da questo mese lanciamo la nuova rubrica LeggenDo per il diario, curata dalla nostra amica e collega Dolores Carnemolla, giornalista, della quale potrete leggere il profilo cliccando sull’area ospiti oppure visitando il sito StudioDO. La rubrica conterrà le recensioni dei libri letti per noi da Dolores e incentrati sul tema che più ci è caro: affrontare la professione e il lavoro in modo nuovo, conciliando successo e qualità della vita. 

Storie di etica: Luigi Catalucci “quando l’etica diventa stile di management”

LuigiCataluccidi Alice Alessandri e Alberto Aleo

Abbiamo conosciuto Luigi Catalucci quando aveva da poco concluso una prestigiosa carriera da dirigente di un’azienda multinazionale e si accingeva ad intraprenderne una nuova che lo ha portato a ricoprire adesso il ruolo di Presidente dell’associazione Manageritalia Lombardia e del fondo di previdenza Antonio Pastore. In questi anni Luigi ha accumulato un’esperienza preziosa e variegata che mette a disposizione di chi ha la fortuna di lavorare con lui e oggi anche dei nostri lettori.

Diario – Che cosa cerchi nella tua professione e quali talenti metti in gioco praticandola?

CatalucciNei miei quasi 40 anni di lavoro in azienda ho attinto a due talenti: lo spirito di servizio e le mie capacità personali. Quando successivamente mi hanno chiesto di assumere il ruolo di Presidente di questa Associazione ho pensato fosse giunto il momento di ricambiare con il mio servizio quanto ricevuto. Per aver successo oltre alle competenze contano tre cose: come ti approcci agli altri, come affronti i problemi e quanto sai bilanciare i tuoi obiettivi con quelli delle persone con cui lavori, senza scadere nell’individualismo o nell’opportunismo. Sono stato chiamato a svolgere il compito di Presidente credo per il mio equilibrio e perché non ero alla ricerca del soddisfacimento di interessi personali: è questo l’unico modo che conosco per essere riconosciuto come leader.

Diario – Che cosa dai agli altri attraverso il tuo lavoro e come?

CatalucciMi impegno per portare agli altri equilibrio e insegnare a contare fino a 3: spesso infatti la soluzione è davanti ai nostri occhi ma accecati dalla fretta o da informazioni distorte non riusciamo a vederla. Mi piace anche utilizzare la metafora dell’orchestra: ci sono tanti ruoli e tutti importanti; io da sempre cerco di valorizzare ogni persona, non solo i “primi violini”. Solo i disonesti sono miei nemici, non i “meno dotati” dai quali provo a tirar fuori talenti e abilità nascoste. Nel tempo ho scoperto che ciascuno ha qualcosa di buono: l’importante è impiegare le persone per quello che sanno fare meglio; a volte ci si sorprende di quanto possa essere produttivo un collaboratore per il solo fatto di avergli cambiato mansione. Credo nelle squadre dove ciascuno si impegna a svolgere al meglio il suo compito: la sinergia aiuta a far dare il meglio di sé anche ai “meno bravi”. 

Diario – Che rapporto c’è per te tra felicità e successo?

218090_1576243500842_6117913_nCatalucciLa felicità è personale, il nostro successo più che altro lo misurano gli altri. Ci sono persone che hanno successo ma non sono felici. Lo scorso anno abbiamo organizzato un convegno dedicato ai manager incentrato proprio sul tema della felciità partendo dal Paradosso di Easterlin. Egli individuò la relazione tra benessere economico e felicità umana constatando che se fino ad un certo livello le due variabili sono direttamente proporzionali (aumenta il reddito, aumenta la felicità) ad un certo punto la felicità ricomincia a diminuire. Se rincorri solo il successo economico rischi di perdere di vista la felicità personale: quando ero giovane anche io sono stato “tutto lavoro” mentre ritengo giusto che la felicità vada cercata nel presente e non rimandata a quando si sarà in pensione.

Diario – L’economia classica ci ha insegnato che per raggiungere il benessere è necessario perseguire solo l’interesse personale, è così anche per te e che spazio dai all’etica nei tuoi rapporti di lavoro?

CatalucciHo sempre cercato di dare spazio all’etica senza “strombazzarla”. Sono stato un manager con un chiaro grado gerarchico ma anche un leader riconosciuto dal basso e grazie a questo è stato più facile vivere il mio ruolo. Il capitalismo di oggi, di tipo finanziario, non mi interessa perché punta alla ricchezza rapida e si pone obiettivi nel breve: molte aziende sono state distrutte da questo approccio. Io credo che l’azienda abbia anche un ruolo sociale: l’imprenditore deve sicuramente occuparsi dei profitti e del suo benessere personale ma anche di quello di chi lavora per lui e dei suoi clienti. Con il gruppo donne di Manager Italia stiamo lavorando sul walfare aziendale e vogliamo promuovere un cambiamento culturale dicendo Benessere = Produttività. Tornando a me quando prendo una decisione valuto sempre se nuocerà a qualcuno. Nel mio ruolo mi è capitato di dover fare scelte difficili; quando ero un giovane manager ero più duro ma con il tempo ho capito che ciò che davvero conta nella vita sono le persone e le relazioni umane.

Diario – Tutti parlano di crisi, ma come è davvero cambiata la tua professione in questi anni e che lezione hai imparato per migliorarti?

Catalucci – Ritengo che oggi sia necessario essere molto più focalizzati sull’efficienza che è figlia della cultura d’impresa e della motivazione personale, due temi sui quali ho sempre puntato. Dal mio “osservatorio” mi sono reso conto che in Italia c’è pochissima cultura di management. L’offerta di lavoro nel nostro paese, in questo momento, proviene soprattutto dall’impresa medio piccola, dove spesso il titolare avrebbe bisogno di una buona iniezione di cultura manageriale che completi e amplii le competenze e capacità della sua organizzazione. I nostri manager perciò, piuttosto che guardare come hanno fatto in passato alle imprese più grandi, devono indirizzarsi verso quelle realtà che, a causa delle dimensioni ridotte, non hanno avuto accesso a professionalità in grado di spingerle verso la crescita. Nella mia carriera ho imparato che sapendosi adattare al contesto e ponendosi al giusto livello è possibile ottenere importanti soddisfazioni. La flessibilità è un vero e proprio approccio alla vita ed in questo momento anche una buona strategia professionale.

Diario – Quale suggerimento vuoi dare ai lettori in base a quello che hai vissuto? 

CatalucciMigliorate voi stessi piuttosto che cercare di cambiare gli altri, nel lavoro come in famiglia. Per esperienza posso dire che quando sono riuscito a crescere personalmente ho rafforzato la mia leadership e gli altri mi hanno aiutato a crescere ulteriormente, in un circolo virtuoso che continua anche adesso. Ho dato per primo e ho ricevuto con gli interessi dagli altri.

196280_1562141028289_6160454_nCitando Paolo Conte (una delle passioni del nostro ospite n.d.r.) è”tutto un complesso di cose che fanno si che” Luigi Catalucci sia una persona elegante nel senso più ampio del termine. Te ne accorgi dai gesti, dalle parole scelte con cura e dalla fresca intelligenza dei suoi contenuti. La sua eleganza nasce da un profondo rispetto per sé e per gli altri, dalla capacità di essere concreto, sobrio, coerente ai propri valori ma sensibile e attento a quello che gli succede intorno: essa è il frutto di una profonda volontà di pensare e agire in modo etico.

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