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La morale aziendale alla base del successo: intervista a Sergio Casella

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

La nostra nuova intervista della serie Storie di Etica, inizia con Sergio che ci racconta una comica storiella.

Un uomo cerca qualcosa sotto un lampione

Un passante lo vede e chiede “posso aiutarla?”

“Si, ho perso le chiavi”

“Dove?”

“Laggiù, dove è buio”

“E perché le cerca qui allora?”

“Perché qui c’è più luce!”

la morale aziendaleSergio Casella, presidente della Paper Converting Machine divisione nostrana della Barry-Wehmiller, una multinazionale americana di proprietà per il 70% dalla famiglia Chapman, così risponde alla prima, e forse più importante, domanda di questa intervista:

Perché in un mercato popolato da consumatori attenti e informati, dove parole come ecologia, rispetto e fiducia sono sempre più importanti, i cattivi sembrano ancora vincere?

Sergio crede fermamente che l’etica e la morale siano uno strumento di successo nel business ma per saperne cogliere a pieno la portata sia necessario allargare il punto di vista e non cercare facili scorciatoie, come spiega approfonditamente nel suo libro La Morale Aziendale nel quale presenta un modello di leadership etica adottato globalmente e con estremo successo dall’intera Barry-Wehmiller. Facciamoci raccontare le linee guida.

Dalla struttura al modello

Prima di tutto Sergio Casella ci tiene a sfatare un mito: per riportare l’etica in azienda non è necessario adottare una particolare struttura societaria o organizzativa bensì sposare un modello di conduzione aziendale che permetta di “alfabetizzare moralmente” dipendenti e stakeholders, aiutandoli a conciliare la sostenibilità economica con il ruolo sociale dell’azienda e la creazione di valore condiviso. Che tu sia leader di una multinazionale, di un’azienda familiare, una non-profit o una struttura governativa, non sono solo la forma e gli obiettivi che dai all’organizzazione ad incidere sul tuo livello di eticità ma le prassi che adotti. Ciò che fai infatti deve partire dalla valore dell’essere umano, dalla consapevolezza delle sue necessità di protezione, fiducia, rispetto e libertà di espressione anche delle emozioni. Tutti elementi di cui Sergio Casella ha tenuto conto nell’elaborazione del suo modello di leadership.

Le buone prassi

“Quando misi per la prima volta piede in azienda trovai una situazione davvero difficile. Un business in perdita, 30 dipendenti in contrasto tra loro ma tutti d’accordo nell’opporsi alla nuova dirigenza”. E’ il 1999 e Sergio Casella ha accettato una sfida importante: rilanciare un’azienda sull’orlo del fallimento operante in un mercato assediato da grandi gruppi stranieri. Capisce da subito che non può farcela senza il supporto della squadra e cerca un modo per iniziare a “fare spogliatoio”. Gli si presenta l’occasione durante le feste natalizie. E’ prassi in quel periodo che clienti e fornitori inviino regali alla dirigenza, così gli succede di venire letteralmente sommerso dai pacchi. Questo “tesoretto” contrasta con il clima e le difficili condizioni aziendali. Casella prende allora una decisione inaspettata: bandisce una lotteria per assegnare i regali ai dipendenti, inaugurando una tradizione che ancora resiste. “Da quel momento le cose sono iniziate a cambiare”. L’esempio è il modo più potente per “fare cultura”, d’altronde come ci ricorda lui stesso “Gesù e Socrate non hanno mai scritto un libro ma insegnato attraverso le loro azioni e il loro sacrificio”. Prendersi cura dell’altro significa a volte rinunciare a qualcosa per un bene superiore. E’ su questo impegno personale, sulla coerenza e sul riconoscimento di valore ad ogni membro dell’organizzazione che si basa lo stile di management adottato in Barry-Wehmiller.

Libertà responsabile

stabilimenti“Se vogliamo promuovere il cambiamento dobbiamo proteggere le persone, perché è il timore ad impedire di evolversi esplorando nuove soluzioni”. Ma come si fa a costruire una “rete di protezione” che favorisca l’innestarsi di una cultura aziendale etica e condivisa? Per Sergio Casella è necessario prima di tutto eliminare la “paura di sbagliare” e superare l’idea di competizione personale come metodo per raggiungere il successo. “L’azienda è prima di tutto una squadra, fatta di professionisti uniti da un obiettivo comune. Alla Paper Converting Machine sono stati nominati dei coach, esperti di particolari funzioni o processi, ai quali rivolgersi per affrontare particolari problemi. Non solo, i dipendenti sono invogliati ad avventurarsi in progetti e sfide al di fuori dei “limiti” delle job description. “Voglio imparare”, “Ho bisogno d’aiuto” sono affermazioni che secondo Casella vanno premiate perché danno l’opportunità di crescere, contribuendo a creare quel clima di fiducia e libertà di azione sul quale si basa l’approccio etico al business. “Non si può pensare di portare l’etica in azienda prescindendo dalla costruzione di un ambiente dove essa possa crescere e fiorire. Nemmeno pensare di affidarsi esclusivamente all’intelligenza morale del singolo leader illuminato, perché se questo dovesse uscire di scena si rischia di perdere le conquiste fatte”. Sergio Casella, infatti, ama ricordare che “la leadership è quello che accade quando tu non ci sei”.

Risultati incontrovertibili

Quali sono i risultati di questo modo di gestire l’azienda? L’etica alla fine ha ripagato o no?

Sergio Casella affida la risposta ancora una volta ad un aneddoto.

“Nel 2009 il nostro mercato è stato sconvolto da una sanguinosa guerra al ribasso, innescata dalla competizione tra due aziende del settore. Nel pieno della turbolenza, la nostra organizzazione ha scelto di non licenziare nessuno ma di ridurre stipendi e ore lavoro. Il contenimento dei costi ci ha permesso di compensare la contrazione di volumi conseguente alla nostra scelta di non abbassare i prezzi. Insomma ci siamo tirati fuori dalla competizione al ribasso, abbiamo stretto la cinghia per mantenere intatta la squadra e i dirigenti hanno dato l’esempio rinunciando in percentuale al doppio di quanto chiesto agli altri dipendenti”. Il risultato è stato clamoroso, alla fine del periodo di crisi la divisione italiana della Barry-Wehmiller aveva triplicato il fatturato mentre i due contendenti iniziali hanno visto ridurre radicalmente il loro volume d’affari. “Abbiamo mantenuto la nostra immagine sul mercato e la qualità dei nostri prodotti. I clienti hanno apprezzato serietà e coerenza del nostro agire e ci hanno premiato”.

Quindi c’è speranza perché la società adotti definitivamente un modello di crescita più etico?

Sergio CasellaIl vero cambiamento passa dalle aziende prima ancora che dalla politica, dalla scuola o dalle istituzioni; l’azienda deve essere driver di questa rivoluzione e, attraverso essa, le persone trasmetteranno le “buone prassi” alla famiglia e alla società cui appartengono.

Bisogna far riscoprire alle organizzazioni il valore della persona. Per promuovere il cambiamento imprenditori e manager devono lanciare messaggi di sicurezza, altrimenti gli essere umani si bloccano! Solo allora ci saranno le condizioni per godere a pieno dei risultati che etica e morale possono portare non solo nel business ma anche nella società”.

Per tornare alla storiella dalla quale siamo partiti, andiamo a cercare il valore profondo dove esso davvero risiede e non facciamoci distrarre dall’apparente facilità di azioni senza vero risultato.

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Compiti per le vacanze: Risolvere l’equazione “Essere, Dare, Avere“

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

estateQuante volte ci siamo chiesti “Chi sono io?”. Nei momenti in cui il fluire della vita si fa più intenso e le emozioni prendono il sopravvento, questa domanda emerge con più forza. L’estate è per sua natura la stagione della libertà e dei desideri, in cui sperimentiamo la bellezza di sentirci vivi e attivi. Ecco perché è un buon periodo per indagare il rapporto tra essere, dare, avere ed ecco perché proprio questo tipo d’indagine farà parte dei compiti per le vacanze che abbiamo deciso di assegnare ad ognuno di voi!

Invertire i termini dell’equazione

Il mondo moderno sembra suggerire un modello standardizzato per dare un senso alla propria esistenza: guarda attorno a te per individuare cosa puoi prendere, o pretendere, così da ottenere ciò che desideri e placare la spinta dell’ambizione; quando finalmente avrai soddisfatto il tuo ego potrai pensare di dare a chi ti sta vicino e in questo modo, alla fine dei tuoi giorni, forse otterrai la saggezza necessaria per scoprire chi sei veramente! E’ l’iter seguito da spietati miliardari che ad un certo punto si scoprono filantropi e poi ancora presunti guru dispensatori di facili consigli sulla felicità. Molti di noi legano l’essere all’avere dimenticandosi che:

“Per avere è necessario prima ricevere, per ricevere serve prima dare e per dare prima di tutto dobbiamo essere consapevoli dei nostri doni.”

I termini della faccenda sono quindi inversi: cominciate quindi i vostri compiti per le vacanze chiedendovi “Quali talenti posso offrire al mondo? Cosa ho da dare?”.

Integralismo positivo

Trovare una risposta alla domanda precedente è un viaggio dentro la consapevolezza di sé, a volte lungo e complesso, sicuramente molto personale. Vi diamo un suggerimento per iniziarlo: partite dalle vostre radici. IMG_3274Significa riprendere contatto con il proprio “bambino interiore”, con i luoghi, le persone e le emozioni che hanno caratterizzato la vostra crescita, anche quando non sono stati del tutto piacevoli. Rileggete con orgoglio e compassione la vostra storia personale, accettatevi ed esaltate le peculiarità di ciò che avete vissuto. Siate integralisti nel senso più positivo del termine e cioè essere integralmente voi stessi e saper integrare le vostre differenze con quelle degli altri. Come ci ha ricordato recentemente Massimo Franceschetti, la natura esalta le differenze grazie alle quali evolve e impara, creando. Seguitene quindi le regole, fissando le vostre radici nel terreno di ciò che siete e incrociando i vostri rami con quelli di chi incontrerete lungo il cammino. Proseguite i vostri compiti per le vacanze chiedevi “In cosa sono diverso dagli altri e gli altri da me? Come possiamo integrare queste differenze?”.

Accettare e meritare

La nonna di Alberto sosteneva che “chi non accetta non merita”, una saggia considerazione che ci aiuta ad introdurre l’ultimo passaggio per risolvere l’equazione essere, dare, avere. Spesso quello che ci impedisce di raccogliere i frutti del nostro agire è l’incapacità di ricevere. Sembra assurdo ma ci sono molte più persone che non sanno tendere le mani per prendere rispetto a quelle che non sanno donare. Prendere è infatti un atto di fiducia molto difficile perché implica accettazione, umiltà e – ancora una volta- consapevolezza. Rispetto a cosa? Ai doni che raccoglierete! La capacità di ricevere è connessa alla capacità di esprimere gratitudine. Essere grati significa riconoscere ciò che abbiamo: un atto molto difficile perché ogni volta che lo compiamo ci prendiamo una grande responsabilità.

Quando qualcuno dice “ho ricevuto questo dono” dentro di sé sa che dovrà poi utilizzarlo, dovrà farlo fruttare, che tocca a lui, e a nessun altro, trarre il meglio dai mezzi e dai “talenti” che gli sono stati regalati. 

E’ questa la ragione per cui spesso giriamo la testa, ritiriamo le mani e ci rifiutiamo di ricevere. Non accettiamo di essere felici e la grande responsabilità che ne deriva. Per completare i vostri compiti per le vacanze chiedetevi da ultimo “Cosa sto ricevendo? Cosa mi rifiuto di accettare? Di cosa posso essere grato?”.

compiti per le vacanzeL’estate è magica, come recitano molte poesie e canzoni. Se ci pensate è piena di riti che celebrano il nostro rapporto con la natura e le sue leggi: non è forse questo il significato profondo di un falò sulla spiaggia, delle passeggiate in montagna circondati da vette maestose o di una cena sotto un cielo di stelle? Vi auguriamo che l’esoterismo nascosto nei bei momenti che vivrete in questa stagione vi aiuti a comprendere ciò che vi circonda, a conoscervi di più rinforzando il rapporto tra essere, dare, avere grazie anche ai compiti per le vacanze che vi abbiamo assegnato. Se ci riuscirete, provate a donare la vostra evoluzione agli altri, contribuendo a sviluppare quella coscienza universale che tutti ci lega; ne riceverete in cambio un rinnovato e profondo benessere che vi permetterà di partite con slancio al rientro. Buona estate.

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Le responsabilità ci rendono liberi

di Alice Alessandri

benaltrismoLeggendo il titolo probabilmente hai pensato “ci sarà stato un errore di digitazione: come possono proprio le responsabilità renderci liberi?”; in effetti siamo abituati a credere il contrario ovvero che liberarsi dal peso delle responsabilità contribuisca alla nostra libertà. Per dare significato a questo apparente ossimoro dobbiamo fare un viaggio nella nostra esperienza quotidiana di formatori. In aula incontriamo giovani arrabbiati con il mondo, professionisti infuriati con il mercato e venditori pronti a incolpare i clienti dei loro insuccessi. Social network e televisione sono pieni di lamentele e accuse; incrociando anche casualmente un dialogo tra “addetti ai lavori” ti accorgerai che spesso è riducibile ad un susseguirsi di colpe e ragioni al di fuori dei protagonisti. Nel pensiero comune dunque non abbiamo la “responsabilità” di quello che accade intorno a noi e del mondo in cui viviamo, ma nonostante questa “liberazione” dal peso dell’onere, la situazione pare rimanere bloccata! E se il rapporto tra assenza di responsabilità e libertà non fosse così diretto?

Il benaltrismo

Cerchiamo allora un modo diverso di operare, che ci permetta davvero di essere padroni della nostra vita e dei suoi risultati. Quando inizi ad osservare gli eventi da un nuovo punto di vista, provando ad agire e a prendere su di te qualche responsabilità operativa, ti senti dire da chi è abituato a incolpare gli altri (società, datore di lavoro, sfortuna, governo, cavallette, alieni ecc..) “No, non è possibile, ci vuole ben altro!!!”. Questo atteggiamento è così diffuso da aver dato vita ad un azzeccato neologismo: il benaltrismo. A ben guardare il benaltrismo cela la paura di sentirsi causa di ciò che accade, di essere ingiustamente colpevolizzati o, forse, di essere costretti a rimboccarsi le maniche e agire un cambiamento che ci costringerà ad abbandonare la nostra zona di confort.

La conseguenza più immediata nel porre la responsabilità di ciò che ci accade fuori da noi è quella di mettere fuori portata anche le soluzioni.

Così facendo dimentichiamo qual è il nostro vero obiettivo come essere umani: evolvere verso la felicità e non certamente trovare alibi per non esserci riusciti.

Chiedi e ti sarà dato

MuralesNel suo Vangelo, Matteo attribuisce a Gesù questa frase che ci ricorda come per far “succedere” i nostri desideri sia necessaria la volontà. Più tardi la fisica quantistica ha insegnato che il solo atto di osservare un sistema lo modifica. Tutto ciò ci fa riflettere su quanto le nostre azioni (e i nostri pensieri) incidano sui risultati. Siamo dunque noi stessi i “colpevoli” di tutto il “brutto” che ci circonda? No, ma come ci ricorda il nostro amico Roberto Gavioli, la vita è un drugstore perfetto: ti consegna sempre esattamente quello che hai chiesto e che ti è necessario per la tua evoluzione. Il problema è che spesso non siamo consapevoli di cosa stiamo chiedendo e di cosa ci serve realmente per evolvere. Restiamo così spiazzati pensando che quello che ci accade sia ingiusto, non impariamo nessuna lezione, credendoci vittime di un complotto ordito dall’universo contro di noi.

Prendersi la responsabilità

DoNoStopSe impariamo a interrogarci nel profondo su ciò che ci succede, ricercando un modo di reagire e di affrontare gli eventi, allora si che saremo pienamente liberi in grado cioè di portare il cambiamento nell’unico luogo in cui possiamo essere davvero felici e appagati: dentro noi stessi! Finchè ci ostineremo ad accusare gli altri con l’assurda pretesa che siano essi a cambiare per migliorare la nostra condizione, allora la nostra vita – sia nell’ambito personale che lavorativo – diventerà una prigione. Lasciando agli altri il privilegio dell’azione perdiamo il nostro potere creativo: la vera scintilla divina che ci è stata donata. Le responsabilità, una volta conosciute, indagate e vissute come un’opportunità, invece di inchiodarci alla realtà ci permettono di agire per contribuire a trasformare il nostro mondo in quel posto meraviglioso che tanto sogniamo.

Non è sempre nostra la responsabilità di ciò che ci accade ma lo è sempre decidere come reagire: prenderne consapevolezza ci rende liberi.

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The Independence Day visto da “dentro”

di Alberto Aleo e Alice Alessandricasa 4 luglio

Il 4 Luglio è per gli americani una festa paragonabile per noi italiani a quella del Santo patrono. In Italia l’elemento identificativo dello spirito di popolo è la cultura cattolica, qui in USA esistono invece la patria e le “Stars & Strips”: la bandiera sempre e ovunque presente come da noi il crocifisso. A ulteriore riprova basti dire che qui a Boston esiste il freedom trail, una vera e propria “via crucis” che unisce i luoghi dove si svolsero alcuni degli eventi che portarono alla liberazione del paese dagli inglesi.

Boston è una delle città “sacre” del patriottismo americano e essere qui proprio per le celebrazioni dell’Indipendance Day ci ha aiutato a comprendere nuovi aspetti della cultura di questo popolo.

La prima cosa che abbiamo notato è stato l’enorme dispiegamento di forze e mezzi: esercito, polizia, corpi speciali, vigili del fuoco e chi più ne ha più ne metta. Ognuno di essi dotato di mezzi particolari come elicotteri silenziosi, quad mimetici, stazioni mobili di comunicazione, ospedali da campo con annessa sala operatoria ecc. Tutto questo non in una zona di guerra ma nel centro di una metropoli con ospedali rinomati e con tutti i servizi civili che una nazione come gli USA può esprimere! Sembrava davvero di essere dentro un telefilm poliziesco e la domanda che ci assillava era “Ma è davvero necessario?”. C’è anche da considerare che l’organizzazione a poche ore dall’evento, causa l’arrivo del cattivo tempo, ha velocemente e sorprendentemente deciso di anticipare di un giorno i festeggiamenti: abbiamo quindi celebrato il 4 luglio il 3. Ancora una volta noi, da bravi italiani, abbiamo pensato “Ma è davvero necessario?”. Ad essere sinceri l’intero significato della celebrazione ci sfuggiva:

che senso ha oggi per gli Stati Uniti, da tempo assurti allo status di conquistatori del mondo, celebrare l’indipendenza?

Pensando a tutti quei paesi dove il loro esercito interviene ufficialmente per “portare la democrazia” ma promuovendo in pratica gli interessi nazionalistici, non si rischia l’ipocrisia rivendicando il primato dell’indipendenza e della libertà come valori supremi?

fuochi 4 luglioTutte queste domande occupavano la nostra mente mentre osservavamo i fuochi d’artificio sulle sponde del Charles River, ascoltando le note dell’inno. La commozione e l’eccitazione di chi ci stava accanto non riuscivano a far piena breccia nei nostri animi dubbiosi, così come non trovavamo un senso a quello “spreco” di uomini e mezzi, fino al momento in cui delle grida e un boato hanno mosso la folla. Voltandoci abbiamo visto un muro d’acqua che avanzava: era arrivato l’uragano tanto annunciato e la “macchina” organizzativa si è messa in moto per far defluire velocemente le persone evitando danni. Per fortuna noi eravamo vicino a casa ma in quei pochi secondi ci siamo bagnati fino alle ossa sentendoci come dentro ad un film holliwoodiano, questa volta apocalittico. Dentro al portone del nostro condominio il concierge aveva fatto accomodare alcuni passanti travolti dalla pioggia. Vedendoci arrivare ci ha spalancato le porte chiedendoci preoccupato “Are you ok?”.

Si stiamo bene e oltretutto la corsa bagnata ci ha rinfrescato le idee. Forse abbiamo una risposta alle nostre domande:

la festa dell’indipendenza serve a celebrare l’idea di libertà che è dentro ognuno di noi, ricordandoci che essa passa per la condivisione e non per il perseguimento dei soli interessi individuali.

rainbowEssere un popolo, accettando le regole e i condizionamenti che questo comporta e contemporaneamente essere cittadini liberi impegnati nel raggiungimento della propria felicità: conciliare questi due aspetti è la vera sfida ancora attuale. Anche noi qui a Boston inseguiamo un sogno di libertà e indipendenza e non lo facciamo da soli bensì in due, coinvolgendo anche i nostri amici, i nostri colleghi, i clienti e tutti quelli che ci seguono e fanno il tifo per noi. Vogliamo essere indipendenti-insieme, quasi un ossimoro che racchiude il nostro senso della vita.

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Istruzioni per un lavoro felice

di Alberto Aleo

IMGP2305In questi giorni a casa nostra aleggia una domanda difficile:

“Come si fa a scegliere il percorso di studi”? “Meglio la rassicurante concretezza di un percorso standard o l’avventuroso rischio di un programma innovativo”?

Sono domande che mediamente ci poniamo almeno due volte nella vita: prima come figli e poi come genitori. A seconda del ruolo che giochiamo in quel momento le prospettive cambiano radicalmente e ciò che eravamo disposti a difendere strenuamente da figli (libertà, passione, innovazione) si contrappone drammaticamente alle nostre parole di genitori, preoccupati di assicurare ai propri ragazzi un futuro più protetto e un ingresso nel mondo del lavoro senza troppe difficoltà.

Scegliere il proprio percorso formativo sembra infatti coincidere con lo scegliere la propria professione e, in ultima analisi, con lo scegliere il proprio futuro. Ma siamo sicuri che sia esattamente così? E’ davvero “automatico” che se oggi scelgo A domani otterrò B e mi allontanerò sempre di più da C?

Allargando ancora di più il campo delle domande: è possibile programmare il nostro futuro in base ad una singola, se pur importante, scelta? O ancora, siamo certi che sicurezza e assenza di difficoltà, siano i due parametri più corretti per decidere?

Sono molte domande, me ne rendo conto, ma porsele è necessario forse di più che trovare una risposta. E’ necessario oltretutto rivolgerle a se stessi più spesso delle due volte in cui, prima come figli e poi come genitori, apparentemente sembrerebbe lecito farlo. Soprattutto perchè, come tutte le “buone” domande, queste hanno il vizio di imporsi comunque alla nostra recalcitrante attenzione: come dire che se non siamo noi ad affrontarle, prima o poi saranno loro ad affrontare noi!

Riflettendo sulla mia esperienza, credo che ci siano state due forze importanti che hanno per molto tempo guidato le mie scelte professionali (e non solo quelle forse): il desiderio di essere accettato e riconosciuto come professionista e il desiderio di esplorare i miei talenti. Come potete bene immaginare queste due forze sono state spesso contrastanti e dal loro cozzare sono scaturiti i percorsi e le direzioni che ho imboccato in questi anni.

Essere accettati è una forza strana, impone di sapere cosa gli altri vogliono da noi e come reagiranno alle nostre scelte. Da un lato è una forza nobile, perchè prende in considerazione il valore delle nostre relazioni e dei nostri legami personali, dall’altro è tremenda perchè ci obbliga – a volte – ad essere altro da noi, a snaturarci o se volete prostituirci un pò. Anche la voglia di esplorare i propri talenti può limitare la libertà e la capacità di essere fino in fondo se stessi. Accade infatti di dimenticarsi che anche il talento è un mezzo e non un fine. Persi nel tentativo di arbitrare la lotta senza esclusione di colpi tra queste due potenti forze, ci si dimentica qual è il vero senso della nostra ricerca ovvero che alla base di tutto ci sono la cara vecchia “ricerca della felicità” e un desiderio di consapevolezza e conoscenza (soprattutto di se stessi) che è connaturato al nostro essere uomini. Vogliamo essere accettati perchè sappiamo che la felicità passa anche da questo, e vogliamo scoprire e sperimentare i nostri talenti perchè vogliamo conoscere noi stessi e diventare più consapevoli.

Viste da questa nuova prospettiva le molte domande poste in precedenza assumono una veste tutta nuova e forse si riducono a due: sei felice? Stai evolvendo?

Se la risposta è si ad entrambe le domande tutto il resto verrà da se, compresi soldi, sicurezza, fortuna e fama. E, per inciso, fare delle scelte oggi sperando di essere felici domani è davvero un azzardo: consiglio a tutti di fare scelte oggi per essere felici oggi. Pensateci, oltretutto è molto più razionale!