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Il presente è il dono

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

passato presente futuroSi avvicina la fine del 2016 e la nostra attenzione rimbalza tra uno sguardo all’indietro, a valutare la stagione passata, e i progetti per il futuro anno, con i suoi 12 mesi nuovi di zecca pronti ad espettarci. E se, invece di vivere sospesi tra passato e futuro, provassimo a stare sul presente? Cosa c’è nel “qui e ora”? La risposta è di una semplicità disarmante: ci siamo noi, in questo preciso istante, che ci muoviamo dal chi siamo stati al chi saremo.

Nel presente c’è la chiave per la nostra autentica evoluzione ma questa chiave, a volte, sembra sfuggirci.

Per queste feste regaliamoci allora una maggiore consapevolezza del presente, fatta di gratitudine, fiducia e altri doni cui proveremo ad accedere insieme.

Bloccati nel passato

bloccati nel passato

Quante persone sono prigioniere del passato? Le riconoscete da alcune frasi tipiche “se avessi fatto…”, “io sono sempre stato così…”, “se tornassi indietro…” “si stava meglio quando si stava peggio…” “chi lascia la strada vecchia per la nuova…”. Il passato è la somma delle esperienze che abbiamo vissuto e dovrebbe servirci per accumulare conoscenza su noi e sugli altri, verificare il percorso della nostra evoluzione, perfezionare ciò che ha funzionato, imparare dagli errori.  Spesso però si rimane ancorati a valori, convinzioni e credenze che non ci appartengono più, ad alibi ai quali non crediamo più nemmeno noi stessi ma a cui siamo così legati da sentirci quasi costretti a mantenerli in vita. Il nostro consiglio?

Perdonatevi per gli “errori” commessi. Accettate la lezione ricevuta dal passato e andate oltre, certi di aver fatto quello che allora eravate in grado di fare.

Solo nel presente possiamo agire, il passato potrà fornirci dati e informazioni per evitare errori e capitalizzare esperienze, ma mai soluzioni.

Il futuro che non c’era

Qualche anno fa la compagnia telefonica Blu usò questo slogan per lanciarsi sul mercato e, dopo pochi mesi, scomparve dalla scena. Il futuro è una cosa meravigliosa, riempie le nostre menti di sogni e speranze ma… non esiste, è un’illusione che, se vi indugiamo troppo, ci distaccherà dall’unico momento veramente importante sul quale possiamo agire: ora!

Se concentriamo unicamente le nostre energie su quello che forse sarà o potrebbe essere, rischiamo di perdere le opportunità di cui è già ricco il presente.

vivi il momentoSognare e immaginare il futuro è infatti come viaggiare guardando foto pescate su Internet: ti possono emozionare ma suoni, colori, profumi è possibile sperimentarli solo vivendo.
Anticipare e pianificare troppo nei dettagli inoltre toglie gusto alla vita, ci distrae dai segnali, da quelle coincidenze e dai quei cambi di programma nei quali sono nascoste lezioni preziose e incontri magici.  Non sacrificate dunque l’oggi per una ricompensa da riscuotere in un domani sempre più distante, perché così facendo rischiate di sprecare la vostra vita, la passione e le energie che vi servono per raggiungere risultati concreti.

Dediti al Presente

Anche se passato e futuro non sono reali, hanno potere dentro la nostra testa dove guidano il dialogo interiore, quel turbinio di pensieri che ci distrae dal “qui e ora”. Come fare dunque per vivere pienamente il presente? Dobbiamo “uscire dalla mente” e aprire i sensi. Ad esempio nel luogo di lavoro impegnatevi ad osservare clienti e colleghi come persone viste per la prima volta; prestate attenzione all’ambiente nel quale vivete e lasciatevi stupire dai suoni che da sempre vi circondano ma che da troppo tempo consideravate solo un rumore di fondo.

Durante i pranzi di famiglia annusate il cibo prima di assaggiarlo e poi gustatene il sapore e la consistenza come se steste scoprendo le tradizioni millenarie di una cultura sconosciuta, la vostra.

alice-nuovaAncora affacciatevi alla finestra di casa e, con lo sguardo curioso e sorpreso dei bambini, osservate con gratitudine e fiducia il panorama che si gode a questo punto del vostro viaggio fin qui. Nel corso del 2017 proviamo quindi ad imparare qualcosa di nuovo su di noi alzandoci dal “divano”, comodo per rimuginare su passato e futuro ma inutile per scovare l’idea geniale che cambierà in meglio la nostra vita. Iniziamo piuttosto a costruirla quell’idea, usando il presente per “fare”, magari anche sbagliare e poi focalizzare meglio l‘azione.
Per augurarvi buone feste e felice anno nuovo, prendiamo a prestito una bellissima frase delmaestro Oogway che, nel film Kung Fu Panda, spiega al suo allievo Po:

il passato è storia, il futuro è mistero ma oggi è un dono… per questo si chiama presente!

Che possiate allora vivere anche voi il presente intensamente, come un regalo fatto a voi stessi e agli altri. Da parte nostra vi ringraziamo di cuore per essere stati parte del nostro 2016, per continuare ad essere con noi nel 2017 ma soprattutto per averci dedicato ancora una volta attenzione nel leggere qui ed ora l’ultimo articolo della stagione: il blog Diario di un Consulente va in vacanza, ci vediamo il 9 Gennaio con il primo articolo del nuovo anno.

Intanto, se vorrete, potrete continuare a seguirci sulla pagina Facebook.

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Ri-Evoluzione Aziendale: intervista a Niccolò Branca

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

Niccolò BrancaTutti noi conosciamo il Fernet-Branca, ma forse non tutti sanno che la Fratelli Branca Distillerie è una delle più antiche aziende familiari italiane. Sul mercato dal 1845, con cinque generazioni di imprenditori che si sono succeduti alla guida, la Branca ha costruito il suo successo sin da subito sui mercati esteri: basti dire che il processo di internazionalizzazione risale già ai primi del ‘900. Ma i numeri non bastano a descrivere la realtà di un’azienda davvero innovativa ed etica. Per questo siamo andati a conoscere meglio il suo presidente Niccolò Branca che è anche l’autore di un libro incredibile “Per fare un manager ci vuole un fiore” (recensito nell’articolo che trovi qui) e che racconta una visione del business assolutamente rivoluzionaria o ri-evoluzionaria come lo stesso Niccolò Branca ci racconta qui di seguito. 

Verso l’Economia della Consapevolezza

Abbiamo chiesto a Niccolò Branca le ragioni per le quali oggi l’etica sembra essere ritornata un argomento di interesse per le aziende. Ci ha risposto citando il detto Zen “Quando l’allievo è pronto il Maestro appare”. Secondo la sua visione ciò che sta vivendo l’economia non succede per caso proprio adesso: “Le crisi sono occasioni imperdibili di apprendimento e richieste di cambiamento profondo che si manifestano quando diventa evidente la necessità di armonizzare il sistema economico accordandolo ad un processo evolutivo già presente a livello sociale e individuale. Sintomi di una rinnovata consapevolezza personale si trovano infatti ovunque: si parla sempre più spesso di spiritualità, si è più attenti all’ambiente, alla salute e all’alimentazione. Anche il rapporto con il lavoro è mutato. Ci si è resi conto che non può essere esclusivamente fonte di sicurezza e successo economico ma di benessere in senso più ampio”. 

“Liberare le risorse individuali permette di dare accesso a un bacino immenso di talenti e unicità senza le quali il business non può prosperare”.

“Ma per accedere a questo tesoro nascosto non si può che lavorare alla scala umana, rispettare la dignità delle persone, aiutarle a riconoscere quelle peculiarità che le contraddistinguono e che, se ben valorizzate, permettono di esprimere al massimo le capacità di ognuno. E questo naturalmente si riflette anche sui risultati complessivi. È l’avvento dell’Economia della Consapevolezza, come la chiamiamo in Branca!”.

Dall’Italia al mondo: esportatori di Umanesimo

esportatori di umanesimoChe ruolo può avere in questo cambiamento il nostro paese afflitto da continui casi di cattiva gestione? “In Italia c’è la tendenza a dare brutte notizie, per cui quello che vediamo rappresentato dai media è solo il peggio del nostro paese. Ma l’Italia è molto di più. Ci sono aziende e persone che con passione ogni giorno compiono buone azioni e creano valore condiviso senza sensazionalismi”.

 

“Le aziende e i professionisti italiani si affermano nel mondo, riportando successi quotidianamente ma pochi sembrano interessati a parlarne”.

Talento e creatività sono frutto di una cultura che da sempre ha messo al centro le relazioni umane. Abbiamo un’umanità innata che è il motore di ogni cosa buona realizzata nella nostra storia millenaria e che, se alla grande scala ci ha permesso di compiere imprese straordinarie, nel quotidiano nutre e informa le azioni di ogni nostro connazionale. Questo umanesimo diffuso va riconosciuto e alimentato consapevolmente, prendendosi a pieno la responsabilità di ciò che davvero significa essere italiani”. Su questa capacità di gestire le relazioni umane, soprattutto quella tra imprenditori, manager e dipendenti, secondo Niccolò Branca si fonda il successo del modello di azienda familiare che oggi sembra essere stato riscoperto anche oltre oceano.

Ri-evoluzione aziendale: dal successo al valore

“Siamo tutti parte di un organismo che per mantenersi in vita deve promuovere un rapporto armonico tra le sue cellule, siano esse aziende, imprenditori, manager, cittadini o ambiente”. Questa è la ragione per cui secondo Niccolò Branca non bisogna essere etici per buonismo ma per se stessi.

“Chi confonde l’etica con il buonismo sbaglia perché il semplice buonismo uccide l’organismo sociale ed in questo senso non è né sostenibile né tantomeno etico”.

“Se fossimo più consapevoli delle interdipendenze che ci legano e degli effetti devastanti che i comportamenti non etici hanno su chi li compie, prima ancora che su chi li subisce, smetteremmo di considerare l’etica come un valore contrapposto all’efficienza. Spesso purtroppo, adottando una visione limitata e di breve termine, opponiamo il nostro interesse a quello degli altri e ci mettiamo in competizione. Ma il benessere e la felicità che ne deriva non sono una categoria dell’avere bensì dell’essere, connesse alla condizione dell’intero sistema in cui viviamo immersi. In questa ottica competere per essere felici è un vero controsenso. Comprendere il contrasto tra felicità e competizione era la base degli insegnamenti della mia prima maestra di meditazione, Luh Ketut Suryani, la quale soleva ripetermi “Niccolò, remember life is happiness and challenge” (Niccolò Branca pratica meditazione da 27 anni e ha attivato percorsi di mindfulness per i dipendenti della sua azienda). Il nostro essere si nutre attraverso scambi di valore: solo attraverso essi si possono conseguire ricchezze durature. Per questo quando penso alla Branca non penso a un’azienda di successo ma piuttosto a un’azienda di valore, dove si persegue un ritorno in cui le persone sono un fine e non un mezzo.”

locandinaIn Passodue per questa intervista ci eravamo preparati con un set di domande preconfezionate, ma la conversazione con Niccolò Branca è stata troppo coinvolgente ed empatica per poter rientrare nel rigido schema di un format giornalistico. Si è parlato di azienda, di risultati, ma anche di etica e dignità: in buona sostanza si è parlato dell’essere umano e del suo modo di completare se stesso e la propria spiritualità anche attraverso il lavoro. “Siamo la patria della religione più diffusa al mondo e non possiamo prescindere dal senso di spiritualità”.

“Credo che il vero significato dell’essere religiosi sia proprio questo: rendersi consapevoli delle energie dello spirito e metterle a servizio della propria evoluzione e di quella di chi ci sta intorno”.

D’altronde come ci ricorda lo stesso Niccolò Branca, Holderlin definiva il comportamento etico come “L’autentico abitare con la verità di se stessi”.

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PS: L’8 ottobre vi aspettiamo a Camp Me Up, evento gratutito di formazione e networking dedicato ai nuovi modi di approcciare il business. Per registrarsi clicca qua.

 

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Il potere dei sogni: cambiare la propria vita al rientro dalle vacanze

Di Alice Alessandri e Alberto Aleo

Nota: consigliamo di leggere questo articolo ascoltando la canzone “Ho imparato a sognare” dei Negrita

sogniSi torna dalle vacanze con la valigia piena di sogni. L’estate è infatti il momento per riconnettersi con la parte più spensierata e fanciullesca di noi stessi.

Arrivati a casa, però, ci scontreremo con la realtà e di questi sogni per alcuni non rimarrà che un ricordo o addirittura quelle immagini, nelle quali ci siamo cullati sperando di cambiare la nostra vita, diventeranno un pungolo doloroso che ci ricorderà quanto distanti siamo da ciò che vogliamo, ammantando di ancora maggiore tristezza il ritorno alla routine.

Ma se sognare può far male, a cosa serve? Hanno i nostri sogni davvero il potere di cambiarci la vita? E se si, come? Per costruire una risposta facciamo insieme alcune riflessioni.

Progetti e Sogni

“La realtà è il 5% della vita. L’uomo deve sognare per salvarsi”

-Walter Bonatti

È necessario prima di tutto capire cosa sono davvero i sogni e che differenza esiste tra questi e i progetti, altrimenti rischieremo di non usare a pieno il potere nascosto nelle nostre visioni oniriche. I progetti sono dei piani che ci portano dalla realtà al futuro, hanno quindi un rapporto diretto con la nostra condizione di vita attuale. Per essere ideati e poi realizzati i progetti necessitano di un esercizio di volontà, di concretezza e un piano d’azione. Un sogno invece non deve necessariamente essere attuato, è svinolato dalla realtà, è libero. “Sognare qualcosa di realizzabile” è limitativo perché il vero compito del sogno è quello di generare una differenza di potenziale tra mondo reale e immaginazione. Liberatevi quindi dal fardello della “fattibilità”, quando sognate fatelo senza limiti e pensate ai sogni come ad una dinamo che carica di energia la vostra vita. Se invece avete voglia di trasformare un sogno in progetto, rileggete l’articolo dedicato ai Sogni nel Cassetto.

Realtà Potenziale

energia evoluzioneCreare una differenza di potenziale tra ciò che siete e ciò che sognate di essere vi caricherà di energia per affrontare il presente e vi metterà nella direzione della vostra evoluzione. Anche se a volte può sembrare dolorosa, la differenza tra la vita che avete e quella che sognate creerà un “effetto fionda” che vi costringerà a muovervi in avanti. Da piccolo Alberto sognava di fare l’attore, un’idea che non ha mai realizzato ma che lo ha aiutato ad affrontare la paura di parlare in pubblico. Alice invece si immaginava tra i banchi del MIT a studiare ingegneria, dopo 20 anni si è trovata in quelle stesse aule a parlare di leadership ad un gruppo di studenti. Non cercate di “capitalizzare” immediatamente l’energia e l’insegnamento che vi deriveranno dai vostri sogni ma coltivateli nella certezza che qualcosa di essi vi verrà utile in futuro, magari in modo inaspettato.

Dalla Realtà ai Sogni

Prendersi del tempo per “sognare senza confini” serve dunque ad accumulare energia per affrontare la realtà, non solo per creare progetti che la trasformino. Per esercitare questo potere di spinta, i sogni però necessitano di essere periodicamente “aggiornati”, cioè adeguati a ciò che siamo adesso. Ai sogni ci si affeziona ma a volte sono rimasti ancorati a momenti, scelte e credenze oramai superate. Quando ci si accorge di avere sogni obsoleti, come fare a dare spazio a nuovi scenari? A nostro avviso è sufficiente vivere con maggior consapevolezza il “qui ed ora” cioè calarsi nel presente. Sembra una contraddizione ma davvero per aggiornare i propri sogni è necessario ascoltare e ascoltarsi, immergendosi in modo più attento e consapevole nella vita. Registrate le vostre emozioni, immagazzinate suoni e immagini che vi suscitano sensazioni piacevoli: saranno tutti elementi costituitivi di un nuovo sogno che presto o tardi verrà a trovarvi.

ascoltare e ascoltarsiAnche se a volte può far male, sognare serve ed è un’attività che va coltivata per migliorare la nostra vita. Siamo abituati ad associare il sogno con la costruzione di immagini che ci rimandano l’idea di un futuro realizzabile ma il rapporto tra sogni e realtà non è sempre così diretto anche se gli uni sono necessari a vivere pienamente l’altra. Un esercizio che può aiutare a ridefinire la nostra capacità di sognare consiste nel concepire i sogni non solo in termini di immagini. Sognate anche con tutti gli altri sensi e sopratutto con le emozioni: popolando la vostra “realtà onirica” di queste nuove dimensioni libererete più facilmente i vostri sogni dal peso della realizzabilità e ne scatenerete il potere nascosto permettendogli di aiutarvi a vivere ogni giorno con maggiore entusiasmo. Buon ritorno alla realtà e “sogni d’oro”.

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Soul Manager: prendersi cura dell’anima dell’azienda

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

soul managerLe consulenze One to One sono spesso occasione per i nostri clienti di parlare dei loro sogni. In questi intimi momenti di “verità” vengono alla luce stimoli e idee potenzialmente rivoluzionari. È il caso di una manager che qualche tempo fa ci ha confessato il desiderio di occuparsi della crescita personale dei suoi colleghi e dell’evoluzione spirituale dell’organizzazione per cui lavora. È convinta, infatti, che questo incrementerà l’armonia e il clima interno, contribuendo alla crescita dei risultati. Che esista un legame tra ambiente di lavoro e performance non è certo una novità ma che possa esistere in azienda una figura professionale che si prenda cura dell’anima della gente si! Stiamo parlando di un nuovo ruolo con grande potenziale strategico: il soul manager. Da come ci alimentiamo, agli spazi in cui lavoriamo, alle azioni che compiamo, tutto incide sul benessere e di conseguenza sui risultati.

Solo adottando una visione olistica del professionista e della persona, potremmo sperare di avere collaboratori centrati che siano una vera risorsa”. 

Corpo, testa, cuore

corpo testa cuoreCome esseri umani siamo composti di molte parti. Ubbidiamo ad istinti animali, ad emozioni profonde e, solo limitatamente, alla nostra razionalità. Le relazioni con i nostri simili sollecitano sopratutto quelle componenti che sono meno sotto il controllo della mente. Se pensiamo che ognuno di noi spende a contatto con colleghi e clienti almeno il 50% della sua giornata, ci rendiamo immediatamente conto di come corpo e cuore, cui gli istinti e le emozioni fanno riferimento, giochino un’enorme importanza anche nella nostra professione. Tutti, almeno una volta, abbiamo fatto esperienza di come compiere un’azione contraria al nostro istinto possa essere pericoloso o avventurarsi in una sfida che non ci appassiona possa condurre a risultati negativi. Allenando corpo e cuore ad agire in accordo con la nostra testa, il soul manager ci aiuterà a migliorare le performance consentendoci di esprimere al meglio le nostre capacità e competenze, così da mettere a servizio della mission e della vision aziendali ben di più che la nostra mente.

Dal dire al fare

È ormai evidente che, nei mercati maturi, la componente immateriale del sistema d’offerta è quella davvero in grado di fare la differenza. L’attenzione del cliente è sempre più spesso concentrata su valori e identità, piuttosto che prodotti e servizi. Ma come si fa a dare concretezza all’immateriale? La risposta è solo apparentemente semplice: attraverso lo stile d’interazione ovvero la relazione. Le nostre dichiarazioni di intenti rimarranno tali se non si tradurranno in comportamenti verso clienti e colleghi. Le aziende, che attraverso il marketing hanno imparato a lanciare succulenti promesse, hanno adesso bisogno di trasformarle in fatti e per farlo devono servirsi di persone in grado di costruire relazioni coerenti con i principi espressi dall’organizzazione. Stiamo dicendo che tra il dire e il fare c’è lo stesso rapporto che esiste tra sinapsi, cuore e muscoli. Sarà il soul manager a curare il loro coordinamento, verificando che i valori siano compresi, condivisi nel profondo e quindi tradotti in azioni. Non soltanto un brand manager esperto d’identità aziendale, ma qualcuno che sappia legare quest’ultima ai comportamenti e alla crescita del singolo.

Identità collettiva e leadership condivisa

Le aziende in questi anni sono profondamente mutate. Da organizzazioni piramidali, in alcuni casi padronali, all’interno delle quali una o poche identità emergevano, sono diventate strutture reticolari: sistemi all’interno dei quali potere, conoscenze e, a volte, funzioni sono condivise. Questa trasversalità e democratizzazione, se non gestita, può portare ad un indebolimento di carattere. Se l’azienda piramidale infatti si identificava con il suo vertice, l’azienda orizzontale ha bisogno di un’identità e una leadership condivise. Ma come si fa a costruire uno spazio nel quale si riconoscano e raccolgano le varie anime da cui è formata un’organizzazione? Guidando le persone attraverso un percorso comune di consapevolezza ed evoluzione. Ancora una volta esattamente ciò di cui un soul manager dovrebbe occuparsi.
polizia canadese yoga

Qualche tempo fa è girata sui social un’immagine che ritraeva alcuni agenti della polizia canadese impegnati in una lezione di yoga: sicuramente un’idea inusuale di gestire un dipartimento di polizia. Anche Niccolò Branca nel suo libro “Per fare un manager ci vuole un fiore” ci ha parlato chiaramente del ruolo che ha avuto la meditazione nella gestione dell’azienda di cui è presidente. Noi crediamo che il futuro del business passi anche attraverso prassi che sappiano unire mente, corpo e cuore. In questa visione, per prosperare le aziende dovranno diventare luoghi in cui fondere obiettivi personali e professionali ed avranno bisogno di soul manager che aiutino le persone a superare il conflitto d’identità che separa chi sono da cosa fanno.

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Il secondo passo è sempre quello più difficile

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

2012-08-21 23.07.01Lo sappiamo che siete abituati a sentirvi dire che il primo passo – e non il secondo – è quello più difficile. Però vorremmo farvi riflettere su alcuni aspetti.

Quando si deve iniziare qualcosa – un nuovo progetto, una nuova attività o affrontare un cliente per la prima volta – l’entusiasmo, la voglia di fare e quel sano ottimismo che deriva dal non conoscere ancora tutto quello che ci aspetta, rappresentano un aiuto importante permettendoci di muovere il primo passo con il cuore più leggero.

Ma cosa succede quando incontriamo le prime difficoltà?

Secondo la nostra esperienza molti progetti, personali e professionali, naufragano proprio in quella fase successiva al lancio, dove bisogna dare struttura all’iniziativa, affiancando all’entusiasmo l’impegno e la pianificazione.

L’anziano maestro di Judo di Alberto sosteneva che la fase più difficile dell’apprendimento fosse quella in cui l’allievo deve passare da semplice praticante ad esperto. E’ il momento in cui molti giovani Judoka lasciano perchè sanno che di lì in avanti la pratica in palestra si farà impegnativa e che è venuto il momento di fare sul serio. Chi non molla molto probabilmente diventerà un maestro.

Se ci pensate anche nell’evoluzione della professione di un venditore esiste un secondo passo difficile da compiere. Di solito il primo passo della vendita rimanda all’immagine di un giovane che ha deciso di sfruttare il suo naturale talento per le relazioni e la sua parlantina che, messe a sistema con la repulsione per il lavoro d’ufficio, gli hanno fatto scegliere di “calcare” la strada come venditore. Dopo qualche anno ritroveremo quel giovane pieno di esperienza, ancora più abile di prima nel comunicare e relazionarsi; però i mercati sono cambiati e le aziende per cui lavora gli richiedono report e profilazioni, analisi dei dati e utilizzo di strumenti di marketing molto sofisticati. Il suo talento e la passione per il lavoro non bastano a supportarlo per compiere questa necessaria evoluzione e il suo secondo passo, quello che dovrebbe trasformarlo nel venditore evoluto, diventa davvero faticoso.

Cambiamo scenario. Adesso siamo in un’Azienda che ha deciso di modificare il modello di approccio al mercato. I manager discutono e producono un piano perfetto, con azioni scadenzate fin nei minimi dettagli. Il loro “primo passo” è compiuto quindi in modo egregio.  Per cambiare davvero però bisogna coinvolgere la base ovvero il personale operativo che dovrà adottare quelle procedure e compiere quelle azioni. E’ qui che spesso il progetto naufraga, perchè questo secondo passo non è stato previsto in tempo, non si sono coinvolte le persone sin da subito, non si sono ascoltate le loro esigenze.

Nel nostro lavoro affrontiamo ogni giorno casi come questi: venditori di talento cui manca la struttura di management o manager cui mancano le capacità per ascoltare e relazionarsi. Sperimentiamo quindi ogni giorno come possa essere difficile compiere il passo due.

C’è da aggiungere un’altra considerazione che è legata ancora una volta ad un’immagine, questa volta mutuata dal mondo della danza: il passo (a) due è, in quel contesto, il simbolo congiunto dell’armonia e della perfezione, del far lavorare insieme due forze diverse, dell’unire gli opposti. Pensate ad un balletto nel quale i due protagonisti, maschile e femminile, ad un certo momento si ritrovano a danzare insieme. Di solito è il punto cardine dello spettacolo, tecnicamente è sicuramente il “passo” più difficile, quello cui è affidato il successo dell’evento. Avviene lo stesso nelle aziende e nel nostro lavoro.

Se vogliamo evolvere e migliorarci, strutturando il nostro talento ed il nostro entusiasmo in progetti realizzabili trasformandoli in successi, dovremo compiere un secondo ed impegnativo passo verso una direzione opposta a quella da cui siamo partiti. Nel senso che dovremo accogliere le diversità, anzi ricercarle per armonizzarci con esse e renderle parte del nostro mondo.IMG_2522

Io e Alice concepiamo così la nostra professione; non è un caso infatti che il nostro lavorare insieme prenda forza dalle diverse esperienze e passioni che ognuno di noi ha: lei legata al mondo delle relazioni e della comunicazione, io innamorato di metodi e numeri. Nei nostri progetti cerchiamo di parlare sempre di talento e professione, capacità umane e processi di management. Uniamo la teoria alla pratica, coinvolgendo sia la direzione aziendale sia il personale, in un gioco che va dall’alto al basso, dal dentro al fuori, dagli individui ai gruppi, da noi all’Azienda come in una danza…

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“Step-family”: perchè la vita è fatta di “passi”

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

10294420724_0300cf921d_oAvete mai provato la sensazione che dà stare in piedi sul trampolino un attimo prima di tuffarsi? O guardare una ripida discesa prima di lanciarsi giù con gli sci? Ancora, vi ricordate quando prima di un esame importante attendevate il vostro turno assaporando quel misto di paura e eccitazione che chiamiamo vertigine? La vertigine appunto si genera in quei momenti nei quali ci troviamo di fronte ad una scelta che sappiamo ci porterà verso qualcosa di poco conosciuto, al di fuori del nostro controllo, quindi potenzialmente pericoloso ma che ci permetterà di esplorare nuovi confini.

In piedi su quel trampolino, sospesi nel bianco o immobili davanti ai volti della commissione, siamo ad “un passo” da un salto evolutivo che ci ricorda il senso di essere vivi.

Qui negli Stati Uniti la parola “step” viene usata in vari modi. Significa letteralmente “passo” ma anche “progresso” e “avanzamento”. In certi costrutti può voler dire “quasi” come nel caso di step-father e step-mother cui corrispondono in italiano “patrigno” e “matrigna”. Forse la nostra lingua sceglie la forma del dispregiativo in modo da sancire come, secondo la tradizione, solo un legame di sangue possa legittimare il ruolo di genitore. Nella traduzione statunitense, invece, a noi piace leggere un senso di movimento in avanti e vertigine che, per certi versi, rende il rapporto un’evoluzione del tradizionale legame parentale, nel quale un atto di volontà è intervenuto a trasformarlo in qualcosa che esprime una nuova potenza.

IMG_0537_Fotor_Fotor_Fotor_CollageIl 1 Agosto è il giorno del nostro anniversario di matrimonio e anche quest’anno lo abbiamo festeggiato a Boston. Proprio nello stesso giorno è arrivato Riccardo. Tutti e tre insieme siamo una “step-family” non solo nel senso che ci uniscono legami di sangue e legami acquisti ma, in modo per noi più significante, di famiglia in evoluzione. Tutto quello che avviene dentro la nostra casa vorremmo infatti che facesse appello ad una scelta e ad un esercizio di volontà:

ci piace ricordare che per essere quello che siamo è necessario ogni volta “compiere un passo” e tenere così viva e dinamica la nostra relazione.

Essere una step-family ci ricorda di non dare mai nulla per scontato, di osservare il nostro legame in prospettiva e di guardarci l’un l’altro con un punto di vista che ci permetta di comprendere e apprezzare differenze e specificità, consentendo al rapporto e a ciascuno di noi di evolvere. Questo approccio lo si può esportare anche in altri ambiti della vita provando a rimenare un po’ step-collegue, step-manager, step-friend e step-lover, nel senso di mantenere intatto il gusto della scoperta e della conquista che “essere quasi” racchiude.

Nietzsche d’altronde sosteneva che la realtà potenziale a volte può essere più reale della vita stessa, perché contiene le infinite possibilità che quest’ultima non è stata in grado di esprimere.

211432107-eac7f84a-d891-4b2b-8b53-c747cec3db67Il nostro consiglio quindi è di cogliere il gusto di restare “step to” e di esercitare la volontà evolutiva, che permette di esplorare e conoscere gli altri e noi stessi, consegnandoci alla nostra vera missione come essere umani. Anche Armstrong concluse la sua avventura sulla luna dicendo “questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità”. Step over a tutti!!!

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Il maestro di Kung-Fu e lo studente di marketing

di Alberto Aleo, Alice Alessandri e il contributo di Riccardo Trevisani*

GrandmasterThe Grandmaster, la storia del maestro di Bruce Lee, è stato l’ultimo film che abbiamo visto a Boston prima di ripartire per l’Italia.

Non so quanti siano affascinati dal soggetto, ma  – un po’ per la storia, un po’ per le immagini megadimensionali dei cinema statunitensi – a noi il film è piaciuto molto facendoci riflettere.

Fare dei parallelismi tra le arti marziali ed il management non è certamente una novità, però in questo caso pensiamo valga la pena condividere alcune riflessioni che la storia del maestro Ip Man (il nome del protagonista) ci ha suggerito.

Nel suo sforzo di fondere insieme i vari stili del Kung-Fu per renderlo una disciplina che potesse essere insegnata anche agli occidentali, il maestro si dedicò alla sintesi dei principi, lavorando sull’efficacia delle tecniche più che sulla loro spettacolarità. In questo senso il film è molto utile per noi formatori e consulenti che ci confrontiamo quotidianamente con un impegno analogo. Descrivendo ad esempio il processo di acquisizione dell’arte del Kung-Fu il maestro ad un certo punto dice (nella versione in Italiano la frase potrebbe risultare un po’ diversa) che le fasi di apprendimento sono tre: conoscere, fare, essere.

La formula è in effetti applicabile a molti aspetti della vita in azienda e dei processi di management che in essa si svolgono, qui però vorremmo sottolineare la sua coerenza rispetto all’evoluzione delle tecniche di marketing contemporanee. Per fare questo ci è molto servita una conversazione avuta con il “nostro” Riccardo, studente di Design Management Innovation all’Università Ravensbourne di Londra e promessa del marketing e della comunicazione esperienziale.

BooksBakeryViaggiando con Riccardo tra il Vermont e il Massachusetts, sperimentando insieme a lui la capacità dei nord americani di farti vivere l’esperienza di consumo in modo anticipato, ci interrogavamo su quale fosse la possibile evoluzione delle tecniche di marketing esperenziale.

Se infatti questa specializzazione del marketing forse da noi ancora rappresenta una novità e quindi in un certo senso costituisce un vantaggio per chi l’adotta, negli USA chiunque abbia una bancarella per strada ha chiaro in mente che il cliente va coinvolto con inviti alla prova, test di consumo e intrattenimento di vario tipo. Per i nostri amici yankee quindi fare marketing esperienziale non è assolutamente un plus, ma un prerequisito che il consumatore si aspetta di trovare anche presso una stazione di servizio mentre sceglie il tipo di carburante per la propria auto.

Come sta evolvendo allora il marketing made in USA per offrire alle aziende un vero vantaggio differenziale in termini strategici? Qual è il “passo due” della marketing experience?

Riccardo (che è un grande osservatore e utilizza bene la sua intelligenza emotiva per completare le conoscenze che ha già del settore) suggeriva l’idea di “immersione”: secondo lui l’evoluzione dell’esperienza è qualcosa che, partendo dallo stesso principio di far partecipare il cliente e fargli vivere in anticipo il suo rapporto con il prodotto, lo coinvolga più nel profondo, facendolo sentire parte di un’idea, attore della mission e dalla vision aziendali, compartecipe del processo di costruzione del valore.

Noi siamo molto d’accordo con questa visione, oltretutto suffragata da esempi concreti. Le più grandi aziende americane non ti propongono più solo la prova dei prodotti e dei servizi, coinvolgendoti magari in eventi dove puoi sperimentarti una tantum nell’uso. Ti spiegano la filosofia, ti invitano ad entrare nel processo, in alcuni casi anche a dissentire e proporre cambiamenti. In sintesi ti invitano ad “essere” insieme all’azienda oltre che a “fare” qualcosa insieme a lei.

Alice-OrsoTornando al nostro maestro di Kung-Fu, speriamo apparirà adesso più chiara la connessione. Un primo livello di uso degli strumenti di marketing è quello che ha per scopo far incontrare azienda e clienti, informando questi ultimi sulle caratteristiche del prodotto e facendolo conoscere. Un secondo livello, quello corrispondente al marketing esperienziale, prevede che il cliente faccia qualcosa con il nostro prodotto, sperimentandone in anticipo i vantaggi. Il terzo livello, più avanzato, comporta un coinvolgimento molto più profondo che mette insieme i valori essenziali dell’azienda e del cliente per amplificarli e co-generare nuovo valore.

Ecco riproposta la trilogia di Ip Man: conoscere, fare, essere.

*Riccardo è il figlio 24enne di Alice. Chi volesse contattarlo può cercarlo, anche senza appuntamento (ancora per poco), su Facebook.

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