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Il cliente come promoter: attivare il passaparola positivo

di Alice Alessandri e Alberto Aleo

passaparolaÈ assodato che il passaparola sia uno degli strumenti di marketing più potenti e che non ci sia niente di meglio, per convincere un cliente a comparare, di far in modo che qualcuno, disinteressatamente, gli consigli la nostra azienda e i nostri prodotti. Questa segnalazione ci permette, infatti, di superare più velocemente la diffidenza del cliente: uno dei livelli più complessi da gestire del cerchio della fiducia. Ricordiamoci però che per poter mantenere intatta la sua “potenza”, il passaparola deve essere sincero e spontaneo.

Come incrementare le possibilità che il cliente parli bene di noi contribuendo al passaparola positivo?

Proviamo a rispondere nelle righe che seguono.

Il networking non è passaparola

Avere una numerosa rete di contatti non significa automaticamente che queste persone parlino bene di noi. Le statistiche ci dicono che il passaparola negativo viaggia più velocemente e profondamente di quello positivo: mediamente si considera che le persone scontente di noi lo trasmettano ad un numero 3 volte superiore rispetto a chi è soddisfatto. In certi casi aver allargato il propio bacino di contatti senza aver curato la qualità delle relazioni può essere un boomerang.

I fanatici dei social network a volte fanno l’errore di pensare che avere molti “amici” e molti “mi piace” significhi automaticamente avere una reputazione positiva ma non è così consequenziale. 

I 3 fattori principali che innescano il passaparola positivo sono: la soddisfazione del cliente, la sua fedeltà nel tempo e il nostro stile di relazione.

La soddisfazione: mantieni le promesse

passionSembra banale ma per soddisfare il cliente bisogna mantenere le promesse che inizialmente lo hanno attratto verso di noi. Il problema è che spesso aziende e professionisti non sono consapevoli di cosa stanno effettivamente promettendo ed infatti attraggono clienti che sembrano molto diversi dal profilo “ideale” che avevano in mente. A parte consigliarvi di rileggere l’articolo dedicato alla legge dell’attrazione vogliamo farvi riflettere su un aspetto:

Le esigenze e le motivazioni che portano il cliente a sentirsi “attratto” dalla nostra offerta molto spesso non sono note nemmeno a lui stesso, figuriamoci a noi!

Esigenze (cosa mi serve?) e motivazioni (perché mi serve?) sono le domande a cui il consumatore vuole trovare risposta nell’acquisto e, nonostante possano essere inconsapevoli, se non appagate deluderanno il cliente, minando la nostra reputazione e generando presto o tardi passaparola negativo. Come possiamo scoprirle e quindi soddisfarle? Iniziate ripassando l’articolo che abbiamo dedicato all’arte di ascoltare attivamente.

La fedeltà: dagli un motivo per stare con te

Un cliente fedele è un cliente che ritorna ad acquistare e parla bene di noi, quindi un attore importante del passaparola positivo. Ma quando possiamo davvero dire che un cliente ci è davvero fedele? Capita infatti che egli, davanti a un nostro errore, vada su tutte le furie e non sia disponibile a lasciar correre nulla. Il cerchio della fiducia ha infatti una strana e pericolosa caratteristica: per i primi 5 livelli è dotato di “inerzia negativa” e dunque ne verremo espulsi al primo test di fiducia non superato.

Solo quando avremmo raggiunto il livello della fiducia allargata e ripagata, l’inerzia diventerà positiva e il cliente sarà disposto a perdonarci anche qualche piccola imperfezione. 

Nella pratica commerciale questo ultimo livello della relazione con il cliente corrisponde al post vendita e a tutte le azioni che compiamo dopo che egli ha acquistato, in particolare alla gestione di reclami e risoluzione di problemi cui abbiamo dedicato un post specifico.

Lo stile: dare di più

socialA volte sprechiamo preziose occasioni per incentivare il passaparola positivo. Pensiamo ad esempio all’uso dei social network da parte di quelle aziende e persone che abusano di hashtag rendendo i propri comunicati incomprensibili o che alimentano un profilo virtuale incoerente con le proprie azioni. Ancora, c’è chi scrive solo in termini auto-referenziali dimenticandosi di coinvolgere chi legge e chi osserva la realtà da dietro la videocamera dello smartphone occupandosi più di “postare” ciò che sta accadendo anziché viverlo in relazione a chi gli è vicino. Qualsiasi sia il mezzo che utilizzi per dialogare con gli altri e stimolarli a parlar bene di te, ricordati che la comunicazione prima di tutto deve essere “umana” cioè tenere al centro le persone, rispettarle, comprenderle nella consapevolezza di ciò che ci lega a loro.

Le relazioni sono regolate dalla legge di reciprocità la quale ci insegna che prima di ricevere è necessario dare e, prima ancora, essere autenticamente se stessi. 

dare e ricevereVolete che si parli bene di voi? Ricambiate il favore prima di averlo ricevuto allora! Contribuite alla positività, alla piacevolezza e alla serenità delle relazioni nei gruppi reali o virtuali che frequentate. Evitate di giocare sempre il ruolo di “prime donne”, cedete invece il palco con generosità a chi ha qualcosa da dire. Se vi concentrerete sul dare piuttosto che sul ricevere, il vostro stile di comunicazione migliorerà spontaneamente, diventando più piacevole, umile e umano: tutte caratteristiche che favoriscono il passaparola positivo.

A noi di Passodue non piace il detto “bene o male, purché se ne parli” cui si ispira lo stile di comunicazione di questo periodo storico. La voglia di protagonismo e il sensazionalismo hanno portato una comunicazione antipatica ed ego-centrata. Riappropriamoci del gusto di ascoltare gli altri, lasciamogli spazio per parlare e prendiamoci cura della loro piena soddisfazione: creeremo così le condizioni ideali per favorire il passaparola e rinforzare la nostra reputazione.

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Cosmologia del Branding: “Come dentro cosi fuori”

di Riccardo Trevisani

Perché sentiamo parlare sempre più spesso di Branding? Perché le aziende sembrano ossessionate dal capire come sono percepite dai clienti? E perché continuano a legare i risultati esclusivamente al posizionamento prezzi e alle promozioni?

Facciamo chiarezza: Branding non è marketing, Branding non è comunicazione. Branding è chi sei, come ti distingui,  la tua unicità, perché esisti e quale promessa lanci al mercato. Come sostiene Claire Lowson, mio ex capo alla Intelligence C di Londra, “il brand è la parte umana dell’azienda, la sua personalità e identità”.

Allargando la prospettiva, Branding è anche la connessione tra la tua identità, i tuoi valori e quelli del tuo cliente.

branding

Quindi per incrementare i risultati le aziende devono occuparsi anche di Branding? La risposta è si e, a tal proposito, è utile ricordare una frase dell’Executive di Coca Cola, nella quale si evince come il brand sia parte essenziale della creazione di valore.

Se Coca Cola perdesse tutti i suoi asset e i suoi prodotti in un disastro potrebbe comunque sopravvivere grazie al Brand. Al contrario se i consumatori avessero un’improvvisa amnesia e dimenticassero dalla sera alla mattina ogni cosa relativa alla nostra azienda, alla sua storia, ai suoi valori e alla sua immagine, non sopravviveremmo.

Ma se il Branding veicola il vero valore dell’azienda, come possiamo avere il controllo della percezione dei clienti?

Dal controllo alla responsabilità

riccardo-nuovaNon potremo mai avere il pieno controllo della percezione dei clienti ma abbiamo comunque la piena responsabilità dei messaggi che inviamo loro. Bisogna allora chiedersi quali sono i mezzi attraverso i quali esercitare questa responsabilità?

Per alcuni, erroneamente, Branding significa soltanto occuparsi del logo aziendale, del design dei prodotti, del sito… invece esso si riferisce all’essenza dell’azienda, alla sua parte più umana di cui grafica, design e comunicazione rappresentano solo un aspetto.

Ma come possiamo dare contenuto e rilevanza ai mezzi che utilizziamo per rappresentarci? Partendo da noi, dal nostro cuore, dalle nostre fondamenta e dal perché “siamo chi siamo e facciamo ciò che facciamo”.

Da noi a loro!

Partire da sé è quindi importante ma lo è anche capire cosa succede al di fuori di noi: un’attività fondamentale che può aiutarci a non commettere errori, a conoscere le esigenze dei clienti e ad imparare dai nostri competitors.

Attenzione però a rivolgere esclusivamente lo sguardo all’esterno: c’è il rischio di forzare una direzione, giustificata dal mercato, che però ci allontana dalla nostra natura.

Alcuni esempi? Il flop della Harley Davidson quando ha provato a lanciare il suo profumo o ancora il passo falso di Heinz, famosa marca di Ketchup, quando ha introdotto un prodotto per la pulizia della casa!

Qual è dunque il punto di equilibro tra opportunità di mercato e coerenza al brand? Identità aziendale e bisogni dei clienti si incontrano sul terreno comune dei valori condivisi: per questo oggi, invece di parlare di aziende “product oriented” (focalizzate su se stesse piuttosto che sulle richieste del mercato) ed aziende “market oriented”, gli esperti parlano di “value oriented company“, organizzazioni focalizzate a costruire valore condiviso.

Branding interno ed esterno: costruire valore condiviso

In una recente indagine per Forbes, Karl Moore ha evidenziato come le attuali generazioni desiderino sentirsi parte di qualcosa di più grande, condividere uno scopo comune, dare un senso al lavoro. Il Branding, e la sua capacità di costruire identità percepibile sia all’interno che all’esterno dell’azienda, diventa quindi un’attività fondamentale per assicurare successo e branding-700x467prosperità alle organizzazioni. Avere un brand efficace, con una promessa definita e condivisa, aiuta infatti ad ottenere il cosi detto “employee engagement”. Secondo alcuni studi fatti dalla società Nielsen inoltre, più della metà dei consumatori online, sono disposti a pagare di più prodotti e servizi di compagnie che hanno un impatto positivo sulla società e sull’ambiente.

Alla luce di quanto detto, analizziamo tre possibili scenari che ci chiariranno le conseguenze dell’attività di Branding su clienti e dipendenti.

1.  Non comunico un messaggio chiaro. Non ho definito chi sono!

In questo scenario abbiamo un’azienda che potrebbe produrre anche risultati positivi ma non si è mai posta la domanda sul “chi è e cosa offre”. Probabilmente essa preferisce lasciare parlare i propri prodotti, magari di innegabile qualità ma non adeguatamente supportati da un’identità e un messaggio condivisi. Internamente potremmo trovare persone che lavorano non avendo ben chiaro uno scopo e il contributo che stanno portando. Poco consapevoli e motivati essi non condividono lo spirito imprenditoriale e non si sentono responsabili dei risultati. Esternamente i clienti, non avendo una direzione e degli indizi per formarsi una chiara percezione del brand, decidono autonomamente come identificare e posizionare l’azienda.

2.  Comunico un messaggio non allineato con la mia identità. Non so se ho chiaro chi sono ma ho chiaro come vorrei essere.

In questo caso abbiamo un’azienda che sta cercando di implementare strategie di Branding, che si definisce “centrata sul cliente” ma si è dimenticata di allineare la promessa con i suoi prodotti, con la sua storia, la sua essenza.

Non facciamo l’errore di sottovalutare il nostro interlocutore: il cliente è preparato, il cliente testa e valuta, ha insomma precise aspettative. Forse questa strategia sembrerà inizialmente funzionare ma, come un castello di carta, alla prima promessa infranta il nostro brand crollerà e tra noi e il mercato si creerà un gap difficile da colmare.

Internamente, diversamente dalla prima situazione, il personale non solo lavorerà senza un obiettivo condiviso ma addirittura su una promessa falsa: una condizione che inquinerà il clima interno rendendo difficile le relazione e rallentando la produttività.

3.  Identità chiara e messaggio coerente, semplice e condiviso

Parliamo di un’azienda che sa chi è, che valore offre e soprattutto perché esiste e che contributo porta.

I suoi dipendenti condividono la promessa, lavorano per un obiettivo specifico, si sentono coinvolti e importanti, sono i primi portavoce del brand sposandone cultura e valori.

I clienti a loro volta sono guidati e facilitati nel capire l’unicità espressa dall’azienda, il posizionamento e il valore. Sono esattamente le persone che vuoi vedere bussare alla tua porta, che condividono una stessa visione e missione e sono formati per capire nel profondo il valore creato.

Perché allora, nonostante quest’ultimo approccio sia evidentemente più efficace, molte aziende persistono nell’adottare le prime due soluzioni?

Perché il terzo scenario fa paura! Fare una promessa chiara significa prendere una posizione e ciò può, in apparenza, precludere delle opportunità. Inoltre scegliere la terza soluzione significa lavorare al mantenimento della promessa e fare continuamente scelte coraggiose coerenti con la propria identità!

Se non siete ancora convinti ricordatevi che assicurare tutto a tutti, lanciare addirittura false promesse o evitare di schierarsi, sono atteggiamenti che, nel mercato odierno, difficilmente portano a risultati positivi.

La brutale verità è che se non saremo noi a decidere chi siamo, saranno gli altri a farlo e il risultato potrebbe non piacerci!

Il Coraggio di Cambiare: la scelta di essere se stessi

di Serena Calderoni

“Il cambiamento fa parte dell’essenza del mondo e non c’è nulla che si ripeta in modo identico. In verità l’unica cosa immutabile è il mutamento stesso.” Gregory Bateson

Per molto tempo ho pensato che cambiare lavoro fosse un’opzione esclusiva per persone con obiettivi chiari (n.d.r. per le corrette regole di formazione di un obiettivo leggi qui) e idee precise, ma ogni volta che la domanda “cosa voglio fare da grande?” affiorava dentro di me non trovavo risposte, pur essendo già “grande” da un po’!

Quello che ho scoperto successivamente è che si può scegliere di cambiare perché la situazione in cui ci troviamo non fa più per noi, o semplicemente perché diventa forte il bisogno di fare cose diverse, di uscire da schemi già noti.

Insomma si può decidere di cambiare anche se non si ha chiaro dove andare. Perché, ora lo so, cambiare è un processo, i cui tempi e modalità all’inizio non ci sono noti.

Rendersi conto con chiarezza che ciò che facciamo non ci soddisfa più pienamente è l’inizio del viaggio.

Cambiare è un processo che parte da noi

“Ho lavorato in azienda per una vita…” è così che, a chi me lo chiedeva, iniziavo a descrivere i 16 anni trascorsi come dipendente nel settore dell’industria alimentare. Con quell’espressione “una vita” sottolineavo, più o meno consapevolmente, la percezione di un tempo lunghissimo, denso di tante esperienze che ormai mi stavano strette.

thumb_img_4034_1024Quando ho iniziato a lavorare in azienda, dopo l’università, dopo la famiglia e i figli, cercavo un modo per uscire dal guscio, per imparare cose nuove, entrare in relazione con altre persone e, non ultimo, guadagnarmi l’indipendenza economica. Nel tempo ho ricoperto vari ruoli perché l’azienda stessa si era trasformata:  un fattore positivo per me che ho sempre considerato i cambiamenti come opportunità.

Vivevo però un senso di insoddisfazione legato alla difficoltà di realizzare ciò che ero e ciò in cui credevo: le persone al centro dell’azienda, la valorizzazione dei talenti, il cliente come fulcro del business.

Troppo impegnata a seguire le sorti dell’organizzazione, che stava trasformandosi da storica azienda famigliare in multinazionale, rischiavo di perdere di vista il desiderio di cambiare che da tempo urlava in me e che intravedevo come da dietro a una tenda, senza mai trovare il tempo (questo è ciò che mi dicevo) di osservarlo da vicino.

Cambiare è accettare ciò che siamo

Per dare sfogo al bisogno di autenticità, qualche anno fa ho iniziato a seguire corsi sulla comunicazione e percorsi di consapevolezza (n.d.r. alcuni dei quali con Roberto Gavioli), ritagliandomi momenti che pensavo di non avere e avventurandomi in uno scenario totalmente nuovo.

Lavorare su di me nel tempo libero mi aiutava a scoprire parti di me stessa che non conoscevo e che potevo sperimentare anche nel contesto lavorativo. E’ così che il mio approccio in azienda si è trasformato:

Anziché continuare a sottolineare quanto poco sentissi di appartenere a quel mondo, e mettere continuamente in luce tutti i problemi e le difficoltà, ho iniziato a percepire che essere lì doveva avere un significato profondo nascosto da qualche parte!

In effetti non era poi tutto così negativo.  Anzi, guardandomi indietro mi rendo conto di quante competenze abbia acquisito, di quanti elementi di rinnovamento stessi apportando all’ambiente, favorendo la trasformazione dell’organizzazione per la quale lavoravo.

Cambiare è assumersi la responsabilità della nostra realizzazione

thumb_img_2358_1024Ciò che mi sorprende tuttora è la forza e la chiarezza con cui il Nuovo si presenta non appena i limiti imposti dalla mente si aprono: i “ma” e i “se” – pur continuando ad affiorare – restano inascoltati, grazie alla consapevolezza che aiuta a trasformare la mente da padrona in amica, rendendola un potente strumento di elaborazione e organizzazione di intuizioni e idee.

Questo atteggiamento di apertura e fiducia nei confronti di se stessi è fondamentale per allineare alla nuova identità tutti i livelli attraverso i quali il nostro essere si organizza: piano piano valori, convinzioni, capacità, comportamenti diventano coerenti con ciò che siamo e inaspettatamente anche dove prima esistevano dubbi e timori, iniziano a dipanarsi opportunità e soluzioni.

Ora ho la possibilità di trasmettere ad altri la mia esperienza e gli strumenti acquisiti, in aula e negli incontri individuali, parlando di comunicazione efficace, di consapevolezza o di relazione con il cliente, e di ricevere a mia volta nuova esperienza e arricchimento grazie allo scambio continuo che naturalmente si genera.

Non mi chiedo più “cosa voglio fare da grande” perché ora so che grandi, al di là dell’età anagrafica, si diventa ogni volta che si riesce a vedere il cambiamento come un’opportunità e che tentare di sottrarsi ad esso, per paura di perdere qualcosa o per timore di andare verso ciò che non conosciamo, ci rende solo più titubanti nell’assumerci la responsabilità della realizzazione di noi stessi.

Non importa quanto tempo è necessario per comprenderlo, né quanto è lunga la strada prima della svolta: il tempo non è quello della mente, è il tempo del “cuore” una dimensione interiore nella quale non serve pensare, pianificare, organizzare. Quando arriva il momento, quello giusto per noi, di compiere il secondo passo semplicemente ci alzeremo e partiremo verso il nuovo che ci attende con Fiducia e Gratitudine per ciò che siamo.

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I 5 principi della comunicazione efficace

di Massimo Franceschetti

Che cosa si significa comunicare efficacemente e come si ottiene questo risultato? Lo abbiamo chiesto a Massimo Franceschetti docente presso la Bologna Business School ed esperto di comunicazione efficace. Ecco come ci ha risposto… 

comunicazione efficace
Per sviluppare comportamenti comunicativi efficaci dobbiamo tenere presenti 5 principi di base:
la consapevolezza, la responsabilità, il rispetto, la fiducia e la creatività.
Una comunicazione efficace dovrà misurarsi e verificarsi con essi, esploriamoli insieme.

 

  1. La consapevolezza. Intendo con “consapevolezza” la capacità di riflettere su ciò che si fa, di spiegarlo, dargli un nome e saperlo gestire. Una comunicazione efficace non può che essere consapevole. Un buon comunicatore non è una persona che sa parlare o sa ascoltare, ma una persona che sa spiegare cosa sta accadendo quando comunica, che sa imparare dai propri errori, preparare e orientare la propria comunicazione. Le persone consapevoli conoscono e hanno fatto l’esperienza personale di ciò di cui si parla. In caso di necessità hanno maggiore possibilità di trovare soluzioni efficaci. E soprattutto quando parlano hanno una autorevolezza naturale che rende la loro comunicazione efficace.
  2. La responsabilità. L’essere umano può decidere di orientare il suo comportamento in base ad elementi che non sono iscritti nel DNA. L’essere umano può decidere, scegliere deliberatamente, di compiere azioni praticamente di ogni tipo. Le possibilità possono non essere infinite, ma sono molteplici e risiedono tutte nella capacità di pensare alternative possibili. Per questo posso sempre assumermi la responsabilità delle mie scelte e posso sempre avere uno spazio di libertà nelle mie azioni. Se posso scegliere allora divento responsabile di ogni scelta. Anche di quelle che non compio. Dal punto di vista della comunicazione efficace, significa prendersi la responsabilità dei risultati della propria comunicazione. Solo così si può migliorare.
  3. rispetto fiducia creativitàIl rispetto. Il principio di conservazione della vita biologica si esprime attraverso il valore che è dovuto ad ogni essere vivente, così per gli esseri umani. Le persone sono un valore in se stesse, in quanto esistenti. In termini più quotidiani e pratici, il valore del vivente si esprime nelle persone nel bisogno di rispetto. Ogni persona ha bisogno di rispetto. “Rispettare” significa letteralmente “riguardare” ossia “guardare attentamente”. Ogni persona chiede un particolare sguardo rivolto a sé. Ha bisogno di ricevere e di dare rispetto. Il rispetto così inteso, è, inoltre, collegato alla nostra natura di esseri che vivono grazie all’interdipendenza tra gli uni e gli altri. La comunicazione efficace promuove il rispetto delle persone anche nei momenti in cui si tratta di dire cose spiacevoli, nei conflitti, nello scambio quotidiano.
  4. La fiducia. La fiducia è un “sentimento di sicurezza che deriva dal confidare in qualcuno o in qualcosa”. È quel sentimento di sicurezza che ci fa dire “dev’essere così”, “è possibile”, “accadrà”, anche se la prova certa non c’è (ancora). La fiducia ha la capacità di generare “fatti”. La fiducia è generativa, così come la sfiducia è distruttiva. La fiducia è tanto più potente tanto più si allea con l’immaginazione o creatività, supreme caratteristiche dell’essere umano. Ogni comunicazione efficace è fondata sulla fiducia, certamente anche quella tra cliente e venditore (n.d.r a questo proposito rileggete l’articolo sul Cerchio della Fiducia).
  5. La creatività. La creatività è la capacità di pensare diversamente, di collegare elementi distanti tra loro. E’ immaginazione: la capacità di creare nuove immagini della realtà. La comunicazione efficace è una comunicazione creativa, perché flessibile, aperta a nuove possibilità, aperta e flessibile difronte ai differenti contesti in cui si situa. La creatività è il risultato della felice dialettica tra omogeneità e differenza. Non si crea dal nulla, ma su una base già acquisita. Dovremmo guardare alla Natura, la quale è profondamente sperimentatrice e creativa. Si comporta sempre esplorando tutte le possibilità di una situazione e di un contesto. La Natura non ha paure, blocchi, ansie da prestazione, pregiudizi, giudizi categorici. La Natura non resta fissa, non s’irrigidisce, non si annoia, non si arrende. Quando questo capita alle persone (“Ho fatto di tutto!”, dicono) è perché hanno perso (magari solo per un momento, un periodo) fiducia nel potere generativo dell’immaginazione, hanno perso fiducia nella parte più peculiare e naturale dell’essere umano (la sfiducia si apprende e si alimenta).

comunicazione nella collettività

Qualsiasi forma di collettività o comunità umana può essere fonte di creatività, perché è il luogo della diversità. In questo sta la difficoltà e la meraviglia dello stare insieme. In questo connubio tra divergenza e convergenza, anticonformismo e conformismo, tra elementi comuni e differenze sta il segreto della produttività umana e della comunicazione efficace. La capacità di stare insieme ha garantito alla nostra specie possibilità di sopravvivenza straordinarie e una vita complessa e variegata. Un motivo in più, qualora ci fosse bisogno, per favorire una comunicazione efficace, che permetterà alla divergenza e alla creatività di emergere e sperimentarsi.

Come lo spazio di lavoro migliora relazioni e risultati

di Alice Alessandri e Marzia Mazzi

spazio di lavoroLa spazio di lavoro, la nostra postazione, lo studio che abbiamo in casa, come incidono sulla produttività e sulla qualità delle nostre relazioni?

Ci siamo confrontati con l’amica ed esperta di architettura del benessere Marzia Mazzi che ci ha confermato la relazione biunivoca che lega ambiente e dinamiche relazionali, riassumibile in due punti fondamentali:

  1. lo spazio di lavoro enfatizza le modalità di relazione attive tra le persone che lo vivono.
  2. le relazioni possono essere modificate attraverso interventi specifici sullo spazio.

Approfondiamo quindi per capire come creare uno spazio di lavoro a sostegno dei nostri obiettivi.

Indagine sul proprio spazio di lavoro

La prima domanda che Marzia invita a farsi è molto semplice “Che cosa voglio ottenere dal luogo in cui lavoro? Concentrarmi maggiormente e focalizzarmi o controllare quello che avviene attorno a me interagendo con altri?”. Le azioni da intraprendere, infatti, dipendono dalle risposte che daremo, dal momento che la posizione che occupiamo nello spazio definisce il ruolo che abbiamo e la qualità delle relazioni che gestiamo.

Una regola importante per tutti è assicurarsi di avere le spalle coperte, niente porte aperte o grandi finestre dietro la schiena quindi. Il nostro istinto di mammiferi registra se siamo in una situazione di massima sicurezza (senza possibilità di “agguati alle spalle”) permettendoci così di dedicare tutte le energie a quello che stiamo facendo. La posizione del leader dovrà essere quella più sostenuta dall’ambiente: spalle coperte, lontana dalla porta ma con piena visibilità per garantire sicurezza e controllo. A questo proposito potete rileggervi l’articolo dedicato alle sale riunione.

Se l’obiettivo del gruppo è collaborare meglio che le scrivanie consentano il contatto visivo; il colore verde su alcune pareti o nei dettagli dell’arredamento supporta lo scambio e favorisce la progettualità ricordandoci gli stimoli della natura dove tutto è proteso alla crescita e all’espansione. Anche l’idea di open space va vista in un’ottica più ampia di interazione e produttività: alcune pareti mobili o trasparenti (ma oscurabili) possono aiutare a creare zone di maggiore privacy per facilitare concentrazione e lavoro in piccoli gruppi.

Come scegliere lo spazio di lavoro in casa

scegliere-spazio-lavoroI sistemi di comunicazione -internet, smartphone, pc portatili – hanno cambiato le dinamiche del lavoro e di conseguenza anche gli spazi ad esso dedicati. Cosa dire a chi ha scelto di lavorare da casa, ai tanti freelance che fanno della loro attività un’identità e una missione?

Anche a loro Marzia suggerisce di farsi una domanda la cui risposta fungerà da guida per le scelte ambientali: “Nello studio accolgo clienti/collaboratori o lavoro da solo?”.

Chi svolge la propria attività in autonomia è sicuramente più libero di scegliere anche di lavorare sul divano o sul tavolo della cucina, ma ricordiamoci che avere uno spazio dedicato aiuta a darsi ritmo, a “staccare” e a delimitare le aree.

Chi invece prevede di accogliere dei clienti o collaboratori dovrà predisporre in casa uno spazio dedicato, non prima di essersi chiarito circa la disponibilità a mostrare la propria vita privata. Chi sente il bisogno di proteggere la sua intimità può scegliere un’area vicina all’ingresso che non preveda l’attraversamento degli spazi famigliari.

Marzia invita a scegliere, per quanto possibile, uno spazio adeguato e non seminterrati, soffitte poco illuminate o stanze umide. Due sono le caratteristiche fondamentali che deve avere lo spazio di lavoro: luce naturale e interazione visiva con l’esterno per stimolare la connessione con il mondo (e il mercato).

Noi di Passodue, ad esempio, abbiamo scelto di avere lo studio in casa proprio perché crediamo nel valore dell’accogliere i clienti nel nostro ambiente famigliare e lasciar vivere in pienezza “chi siamo e cosa facciamo”. Analizzando i due spazi di lavoro che abbiamo realizzato è facile comprendere i diversi momenti di ciò che facciamo: uno studio con finestre piccole, un grande camino, caldo e avvolgente per quando scriviamo, studiamo e progettiamo i nostri interventi. Una sala più piccola ma luminosa e informale per tutte quelle attività che si rivolgono all’esterno e ci mettono in connessione con il mondo.

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Organizzare lo spazio per facilitare la comunicazione

E come comportarsi quando incontriamo un cliente, un fornitore o un candidato per un colloquio? Marzia ci ricorda l’importanza di creare le condizioni per facilitare il processo di scambio e comunicazione.

Cercate di mettervi sempre in una posizione sostenuta e di controllo riservando per l’altro uno spazio favorevole al dialogo, che gli consenta di tirar fuori il meglio di sé: no spalle alla porta aperta o alla parete trasparente magari con persone che passano dietro. Sconsigliato anche l’ “effetto commissione” con molte persone da una parte del tavolo e l’altra lasciata da sola su un lato.

Se la sala che utilizzate ha un chiaro riferimento all’identità dell’azienda – logo, mission, fotografie – ciò aiuterà i vostri ospiti a comprendere più facilmente lo spirito del vostro lavoro e sentirsi coinvolti come ci ha raccontato sempre Marzia nell’articolo dedicato a marketing e spazio di lavoro.

Aiuta moltissimo anche l’informazione e lo stimolo che passa attraverso il colore. In una stanza tutta rossa si diventa facilmente nervosi dal momento che il nostro intuito connette il rosso al pericolo. Se introdotto in piccole quantità o in complementi di arredo, esso invece stimola positivamente all’azione. Da evitare il bianco integrale che rimanda all’idea di un ambiente con forte controllo e assenza di vita; il bianco trasmette al corpo la sensazione di freddo portandolo istintivamente a contrarsi e rendendo così più difficile l’apertura alle relazioni e la comunicazione.

Lavorare in un ambiente bello, curato, che parli di noi, ci sostenga e ci rilassi permettendoci di dare il meglio, consentirà di sfruttare a pieno le nostre competenze e capacità. Nei prossimi giorni provate qualche piccolo esperimento e sentire le vostre emozioni rispetto allo spazio. Solo sapendo ascoltare i messaggi che ci arrivano dall’ambiente saremo in grado di apportare quei cambiamenti necessari al nostro spazio di lavoro che ci aiuteranno ad incrementare risultati e benessere!

PS: Vi aspettiamo in aula nella scuola di Marzia il 25 e 26 giugno per un corso dedicato ai liberi professionisti e freelance “Definire e presentare il prezzo dei propri servizi in modo etico ed efficace “.

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Reali non perfetti: il marketing dopo gli anni ’90

di Alberto Aleo

tumblr_n797tllHrv1t44icbo1_1280Avete presente il modello di bellezza maschile anni 90? Muscoli tirati, pelle abbronzata, carattere gentile ma deciso: insomma l’uomo perfetto! Se però provate a riguardare adesso una pubblicità o un film di quegli anni, li troverete semplici oltre la banalità e finti. Il gusto infatti è profondamente cambiato e Hollywood, che è da sempre un anticipatore ed influenzatore delle tendenze di marketing e comunicazione, ha sostituito al corpo perfetto di Schwarzenegger il molto più credibile fisico dell’uomo di tutti i giorni. La tendenza del marketing attuale è infatti proprio questa: essere reali non perfetti. Cerchiamo quindi di capire meglio cosa significa, traendone qualche consiglio utile per le scelte strategiche delle nostre aziende e più in generale del nostro lavoro.

Farsi scegliere e differenziarsi

Immaginatevi a cena con un potenziale partner. Se la persona che avete davanti inizia a decantare le sue doti, raccontandovi quanto è brava o quanto è capace: dopo un poco perderete interesse e probabilmente inizierete a pensare che non è la persona giusta per voi. Adesso riportate alla memoria la vostra relazione sentimentale più lunga, un amico o qualcuno cui volete bene da tanto tempo. Riflettete un attimo sulle cose cui siete maggiormente legati e vi renderete conto che, se agli occhi di chiunque altro potrebbero apparire come difetti, per voi sono proprio gli elementi più cari.

I difetti e i limiti avvicinano le persone, le rendono somiglianti ed umane, entrano a far parte della loro identità.

Per questo quando abbiamo parlato di Analisi SWOT abbiamo detto che è necessario studiare i nostri “difetti” per metterli a sistema facendoli diventare parte integrante della nostra immagine. Se le vostre imperfezioni non vi permetteranno di piacere a tutti, ricordatevi che oggi è proprio questo il segreto per farsi scegliere: decidere di essere reali non perfetti.

Una promessa da mantenere

Actor-pictures-arnold-schwarzenegger-wallpapers-hd-arnold-schwarzenegger-wallpaper-13Il patto tra consumatore e azienda è riassumibile in una promessa: saprò soddisfare i tuoi bisogni. Attraverso le varie fasi della relazione questa promessa deve essere lanciata, resa credibile e poi mantenuta. Troppe aziende sono ferme agli anni 90 e promettono ai loro clienti di essere perfette, credendo che questo le aiuti a farsi scegliere. Per rendersene conto basta aprire un qualsiasi sito internet: troverete all’interno della stessa frase parole come “qualità“, “economicità“, “servizio“; caratteristiche che chiunque abbia esperienza di mercato sa che difficilmente possono convivere dentro la stessa offerta.

Le aziende oggi devono fare promesse chiare, credibili e semplici. Reali e non perfette!

Devono dirci qualcosa di concreto come “I miei prodotti sono i più economici e la loro principale qualità è la convenienza” oppure “Abbiamo le performance più elevate e per questo il nostro prezzo è più alto” e così via. Scegliere una promessa chiara è un buon modo di stare sul mercato, sviluppare il proprio stile competitivo e farsi riconoscere. Tanto per darvi un’idea, un’agenzia americana ha recentemente svolto una ricerca sulle frasi più abusate nella comunicazione aziendale. Praticamente tutti usano descrizioni come “leader di mercato”, “eccellenza produttiva”, “servizio al cliente”, “innovazione all’avanguardia”: proprio ciò che scriviamo per renderci appetibili al cliente rischia di farci scivolare nel più noioso e generalizzato conformismo.

Entrare nel cerchio della fiducia

Come abbiamo scritto nell’articolo dedicato al Cerchio della Fiducia, uno dei primi “anelli” da superare per entrare in relazione con il cliente è la sua diffidenza. Egli spesso è prevenuto nella relazione con il venditore e l’azienda, pensa cioè che il suo interlocutore lo vorrà in qualche modo fregare. Questo atteggiamento lo porterà ad interrogarsi sulle nostre promesse, in modo da farsi un’idea preventiva sulla capacità o meno di mantenerle. Come pensate che possa reagire una persona diffidente ad una frase del tipo “Siamo i migliori, i più economici e i più gentili”? Si spaventerà pensando di trovarsi davanti all’ennesimo tuttologo affabulatore. Per superare la sua diffidenza invece ci servirà mostrarci come siamo, spiegargli che non possiamo fare tutto per lui ma poche cose, quelle però davvero al nostro meglio: ancora una volta reali non perfetti. Non si tratta di essere solo “bravi ragazzi” che dicono la verità ma ottimi strateghi del nuovo mercato, caratterizzato da una democratizzazione crescente dei sistemi di comunicazione, che ha portato ad apprezzare la trasparenza e ha reso fondamentale il ruolo della reputazione e del passaparola.

rocky-1Tornando ai modelli anni 90 quello che piaceva di più a me ed Alice era Stallone: un viso difettoso, una pronuncia terribile ed una storia da immigrato italiano in una degli ambienti più duri degli States. Sylvester era pieno di difetti ma ce l’ha fatta lo stesso perché aveva una sola importantissima qualità: non mollava mai. Su questa storia di difetti che diventano qualità differenzianti ci ha fatto pure un film; non so se avete mai sentito parlare di Rocky

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Dialogo transgenerazionale su Marketing, Branding e Comunicazione

di Alberto Aleo e Riccardo Trevisani

IMG_7293Due generazioni differenti, diverse anche le esperienze e i contesti ma entrambi si occupano di strategie e strumenti aziendali: Riccardo ha da poco concluso a Londra un master in Design management innovation (non fatevi ingannare dal nome perché si tratta di un corso dedicato a Marketing, Branding e Comunicazione) e sta iniziando una carriera da consulente junior a Boston, confrontandosi già con realtà aziendali e progetti in grande scala. Alberto per quasi 15 anni ha lavorato in azienda, dirigendo uffici marketing e commerciali, adesso fa il consulente aiutando le aziende a mettere strategia nel loro operato. Insieme si sono confrontati sui concetti di Marketing, Branding e Comunicazione indagandone le differenze e il campo di applicazione. Quello che segue è quanto scaturito da questa conversazione, il prosieguo di quella iniziata nel post Il Maestro di Kung-fu e lo Studente, utile – speriamo – a mettere chiarezza, consentendo di sfruttare il pieno potenziale di questi tre strumenti solo apparentemente simili.

Il mistero del Branding

Alberto – Oggi tutti parlano di Branding ma secondo te che cosa è e come si usa questo strumento?

Riccardo – Per me il brand definisce la personalità e l’identità di un’azienda. Detta le linee guida della sua organizzazione, i suoi valori, i suoi scopi e fa si che possa attirare un particolare tipo di cliente che in essa si riconoscerà. Gli strumenti di brand lavorano sulla percezione negli altri dell’azienda e dell’azienda in se stessa: un processo simile alla psicanalisi.

Alberto – Occuparsi del brand per me è un po’ come prendersi cura della propria cultura personale o fare pubbliche relazioni, non ti aspetti un ritorno immediato in termini di vendite (come invece succede con le attività di marketing) ma vuoi che si parli di te in un certo modo e che la tua identità venga fuori.

Riccardo – Quando si parla di brand bisogna sempre tenere presenti due punti di vista, quello interno e quello esterno. Adottare il primo significa porsi il problema di come attrarre e coinvolgere il target, mentre internamente significa orientare l’organizzazione verso valori comuni.

Il Marketing: Cenerentola in azienda

franchise_blog_15_billion_app_downloadsRiccardo – Sostituirei la parola marketing con peopling che oggi mi sembra più appropriata. Per me infatti il marketing si deve occupare di conoscere le persone più che i mercati. Dall’analisi quantitativa e qualitativa dei trend dovrebbe passare all’analisi del cuore e della mente della gente, dei loro bisogni.

Alberto – Per me il marketing è il grande assente nelle aziende Italiane, pochissimi sanno di cosa realmente si tratti, molti invece lo scambiano per un’attività creativa più vicina alla comunicazione che all’analisi di dati.

Riccardo – Il famoso economista Porter, che ha studiato la catena del valore delle aziende, relegava il marketing alla fine del processo che permette ad un’organizzazione di stare sul mercato, dopo ad esempio la produzione. Per me invece il marketing è al primo posto, ma per rivendicare questa leadership tra le varie funzioni aziendali deve elaborare nuovi sistemi d’indagine che scendano più in profondità.

Alberto – Il marketing è un disciplina basata sulla statistica. Prima di qualsiasi scelta bisogna infatti analizzare i dati provenienti dal mercato, dai clienti, dai concorrenti e dalla produzione. Agire solo d’istinto a mio avviso per un’azienda può essere molto pericoloso.

Comunicazione pervasiva

Alberto – Noi Italiani siamo comunicatori nati. I nostri progetti sono spesso già venduti prima ancora di essere passati in produzione. Questo sicuramente è un bene ma toglie concretezza e affidabilità alla nostra azione.

Riccardo – La comunicazione è uno strumento che dovrebbe essere a valle della strategia. Mentre ad esempio il brand risponde ai “perché?”, la comunicazione risponde al “come?” ottenere un certo risultato in termini d’immagine. Social media, passaparola e altre modalità comunicative sono canali per far capire al mercato chi siamo.

Alberto – La comunicazione è uno strumento utile sia al marketing che al branding. In ogni caso è sempre bene progettarne gli interventi dopo essersi posti alcune domande “Quali valori esprime la mia identità?”, “In cosa voglio differenziarmi?”, “A chi è dedicata questa iniziativa e che risultati mi aspetto?”. Senza idee chiare e un obiettivo preciso non si va da nessuna parte e anche l’iniziativa promozionale più creativa può rivelarsi inutile e sbagliata.

Riccardo – Oggi c’è una grande democratizzazione nel mondo della comunicazione. Chiunque può parlare direttamente con l’azienda e questo riduce la necessità di esercitare pressione eccessiva sui canali di comunicazione. Apple e altre multinazionali lasciano che la loro comunicazione sia popolata d’immagini e parole create dai clienti, curando soltanto che siano coerenti con i loro valori. Per gestire la tua immagine quindi non devi più puntare tanto allo strumento quanto alla relazione, saranno poi gli altri a parlare di te.

IMG_7286_Fotor_CollageMarketing, Branding e Comunicazione sono dunque tre strumenti diversi applicati in vari momenti della vita di una azienda ma tutti funzionali al suo successo. Senza la capacità di analisi del marketing non potremmo effettuare scelte razionali, ma senza l’identità e i valori che il branding contribuisce a costruire, nessuno ci riconoscerebbe e non sapremo differenziarci. La comunicazione “confeziona” gli strumenti dell’uno e dell’altro perché raggiungano il cliente nel modo più corretto, rapido ed efficace possibile. D’altronde, come ricordato anche nel post dedicato al Personal BrandingPiero Angela sostiene che “ci vuole un bel contenitore per consegnare un messaggio importante”.

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Dall’Informazione alla Comunicazione, il mio metodo di lavoro

di Alice Alessandri

ScienzeInformazioneQualche mese fa abbiamo scritto del valore dei percorsi professionali non convenzionali: oggi vi racconto ciò che ho imparato dalla mia storia e come ho creato il mio metodo di lavoro. Nel 1995 mi sono laureata in Scienze dell’Informazione che, superficialmente, può essere scambiata con una facoltà inerente al giornalismo o ai media. Eravamo invece all’interno del dipartimento di Scienze matematiche fisiche e naturali, infatti oggi questo corso di laurea viene più chiaramente denominato Scienze e tecnologie informatiche. A scuola ho sempre amato le materie scientifiche, così quando nel 1989 venne inaugurata a Cesena questa facoltà diventò subito un’ottima opportunità per me che ero da pochissimi mesi diventata mamma. Già durante i primi anni da universitaria avevo colto alcuni segnali rivelatori di ciò che sarebbe stato il mio fantasioso percorso professionale e personale: i professori mi dicevano “lei è un informatico anomalo” probabilmente perchè ero solare in un mondo popolato da tenerissimi ma solitari “nerd” dediti alla tecnologia più che alle relazioni umane. Inoltre nella programmazione amavo occuparmi della progettazione dell’interfaccia con l’utente più che di quello che avveniva all’interno dei microprocessori. Le esperienze lavorative post laurea mi hanno poi portato a privilegiare la comunicazione interpersonale alle tecnologie dell’informazione, ma siamo sicuri che siano concetti così differenti?

Tutto serve per costruire competenze e capacità

Cercando sul vocabolario la parola “comunicazione” scopriamo che ha a che fare con la trasmissione di un messaggio e con lo scambio di informazioni. Uno tra gli esami che ho sostenuto si chiamava proprio Teoria delle informazioni attraverso il quale ho compreso che la complessità della trasmissione e ricezione di messaggi si regge su regole matematiche. Se lo scambio è complesso tra macchine immaginate quanto lo sia tra esseri umani regolati da “software” di cui spesso sono inconsapevoli e oltretutto in continua evoluzione: a volte riuscire a capirsi sembra davvero un miracolo! Programmare calcolatori mi ha quindi aiutato ad affrontare la complessità della comunicazione, permettendomi di identificare poche ma fondamentali regole applicabili anche a noi. Anche l’ostico esame di Statistica (che ho dovuto ripetere ben tre volte) mi ha permesso di fondare su precise competenze analitiche le valutazioni di marketing che poi avrei dovuto affrontare nella professione. Da qui il primo pilastro del mio metodo di lavoro (e di vita): tutto serve, ogni esperienza contribuisce a create il nostro prezioso bagaglio di competenze e capacità, sviluppando il nostro talento.

Scomporre i problemi e definire i passi di lavoro

MetodoLavoroCapita a volte di dover risolvere problemi o affrontare attività così complesse da bloccarci. Una buona strategia che ho appreso durante i miei studi informatici è di suddividere l’obiettivo finale in sotto obiettivi più semplici e più facilmente raggiungibili. Quando ho un grosso progetto da realizzare lo divido sempre in passi piccoli e specifici, organizzati in un flusso di lavoro (flowchart per noi informatici). Se è possibile parto dagli argomenti più semplici: la buona riuscita mi darà l’entusiasmo per affrontare obiettivi via via più complessi. La scomposizione di un progetto/problema in azioni specifiche e misurabili consente inoltre di coinvolgere nell’iter di realizzazione anche altre persone, permettendo al gruppo di lavorare in modo uniforme, pianificato e focalizzato. Per i calcoli della mia tesi di laurea utilizzai il mainframe del Cineca di Bologna, un cervellone informatico composto da più processori che lavoravano in parallelo su uno stesso problema per semplificare e velocizzare la complessità di calcolo: un esempio perfetto del potere del lavoro di squadra.

Lavorare per approssimazioni successive

Sempre grazie al lavoro sulla testi (dedicata all’Analisi numerica, una particolare branca della Matematica applicata) ho imparato il metodo delle approssimazioni successive. Utilizzo spessissimo nella mia professione attuale questo metodo di lavoro che consente di giungere alla soluzione di un problema applicando in fasi successive lo stesso procedimento reiterato. Quando realizzo qualcosa non punto quindi immediatamente al risultato perfetto: inizialmente imposto il lavoro grossolanamente, poi lo rivedo più volte fino a raggiungere una forma finale che sia il più possibile di soddisfazione per me e per chi ne dovrà usufruire. Ad esempio quando preparo una mail commerciale prima la scrivo d’istinto, poi la rileggo una prima volta per affinare concetti e struttura del discorso, l’analizzo quindi per valutare l’efficacia delle parole e la chiarezza e incisività, infine se mi soddisfa la spedisco. Questo metodo mi aiuta ad mantenere sempre la visione d’insieme, affinando il risultato alla luce della prospettiva complessiva e non della singola frase. In aula, quando parlo di negoziazione, prima inquadro la vendita nelle sue fasi, poi le approfondisco singolarmente avendo cura di rimanere all’interno di una cornice chiara e definita.

PietroEvangelistiGli anni di studio sono dunque confluiti nella mia attività di formatrice e consulente, nel metodo di lavoro che utilizzo e nei contenuti che in Passodue condividiamo con aziende e  professionisti. Da piccola sognavo di fare lo scienziato e di inventare cose nuove, oggi  – ibridando le esperienze di lavoro e di studio e mescolando le mie capacità e competenze con quelle di altri – ho contribuito a creare un nuovo metodo di vendita basato sull’etica. Ho recuperato dunque una parte dei miei “sogni nel cassetto”, così come vi abbiamo invitato a fare nell’omonimo post. [Dedicato al nostro amico Pietro Evangelisti compagno di studi, di progetti e di sogni.]

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Personal Branding: costruire la propria immagine

di Alberto Aleo

individualità

Se Harvard e il Mit oggi puntano a formare imprenditori piuttosto che manager una ragione c’è: il futuro delle nostre economie sarà sempre di più affidato all’iniziativa individuale. Anche in Italia concetti come “posto fisso” e “stipendio certo” vanno sostituiti con idee più dinamiche. Premesso che il desiderio di sicurezza economica, connesso all’istinto di sopravvivenza, è innato in ogni essere umano, come potremmo tutelarci in uno scenario che vede messa in discussione la tradizionale idea di lavoro? Sviluppando e rivendicando il proprio Personal Branding!

Che siate dei freelance, impiegati, manager o imprenditori per sentirvi sicuri e confidenti in un futuro economicamente roseo sarà necessario fare affidamento, oltre che su una reale professionalità, sulla vostra reputazione e riconoscibilità.

Il Personal Branding

Intorno al tema del personal branding si è scritto tanto; quello che vi proponiamo è ciò che abbiamo imparato durante il nostro percorso. Una premessa è d’obbligo: io e Alice non distinguiamo tra l’immagine come persone e quella come professionisti. Siamo infatti convinti che non possano esistere differenze tra “chi si è” e “cosa si fa”, perché è proprio questo allineamento che getta le basi di una solida reputazione. Troppo spesso sui profili social, i siti internet o più in generale nei contenuti della comunicazione di aziende e professionisti si trovano parole come “qualità”, “eccellenza del servizio”, “orientamento al cliente”, “professionalità”, “convenienza” o altre espressioni generiche, totalmente inutili per perorare la causa della differenziazione e della riconoscibilità. I clienti non cercano in noi la perfezione ma la verità e la sincerità, figlie del mostrarsi come si è veramente.

Il Networking

Costruirsi un network di supporto, fatto di clienti e colleghi, è necessario per rinforzare la propria immagine e sostenere la reputazione. La nostra strategia è quella che abbiamo descritto nell’articolo Strategie per fare rete e che potremmo riassumere nell’adottare un comportamento da giver: regalate (si avete letto bene) un po’ del vostro tempo a chi se lo merita e sa utilizzarlo senza per forza aspettarvi un tornaconto diretto e immediato. Molte negoziazioni, così come molte relazioni professionali e personali, naufragano appunto perché si cerca di capitalizzare troppo in fretta i risultati. Se avrete saputo creare legami sinceri basati su valori condivisi, attirerete naturalmente nel vostro network persone che vi assomiglieranno e i cui comportamenti parleranno di voi meglio di qualsiasi strumento di comunicazione.

La Comunicazione

originalitàInvestite in comunicazione in modo mirato, cercando di far emergere la vostra originalità come professionisti e persone. Date quindi evidenza a quell’elemento della vostra offerta non replicabile che siete proprio voi stessi. Ciò che i clienti compreranno sono i valori, le idee, la visione e i vostri obiettivi se riconosceranno in essi un progetto che li coinvolge e li appassiona. Per avere una guida su come definire le vostre mete potete rileggere il post Che regalo vuoi?.  Poiché come dice Piero Angela “ci vuole una bella confezione per consegnare un contenuto interessante” vi consigliamo di curare la forma: che si tratti di un colloquio, di una riunione, di uno slide show o del vostro profilo social, non perdete occasione per essere riconoscibili e autentici.

Lo Stile

Il nostro percorso non è stato e non è sempre facile e lineare, le decisioni non sono indolori e la libertà ha un prezzo che pretende di essere pagato. Quello che abbiamo imparato è che anche nei momenti duri mantenersi ottimisti e cordiali aiuta. La gentilezza non è solo uno stile ma anche un atteggiamento tattico che permette a noi stessi e agli altri di ritrovare serenità. A proposito di stile, lavorate per sviluppare il vostro e fatelo rispettando quello che siete non solo quello che il mercato vi chiede. Gli unici ingredienti davvero irrinunciabili con i quali vi consigliamo di condire il vostro Personal Branding sono i sorrisi e la puntualità. Dettagli semplici che parlano di rispetto e sono in grado di fare la differenza.

sopravvivenzaPer sviluppare il proprio personal branding è utile ragionare sui principi e gli obiettivi intorno  ai quali incentriamo la nostra vita, provando a ristrutturarli in modo più efficace. Riflettendo ad esempio sul concetto di sopravvivenza o sicurezza economica, in nome del quale spesso giustifichiamo scelte professionali lontane dalla nostra vera identità e quindi pericolose per la nostra immagine, pensate ad essa come la parola composta “vivere sopra”, innalzare la propria esistenza, innovare e migliorare. Davanti ad una scelta professionale di compromesso chiedetevi allora se state davvero assicurandovi la sopravvivenza o state invece indebolendo il vostro personal branding allontanando così quella stessa sicurezza che vorreste raggiungere: investire sulla propria identità è infatti il modo più efficace di assicurarsi un futuro felice.

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LeggenDO per il diario: “Il talento del comunicatore” di Enrico Cogno

di Dolores Carnemolla

LibroEcco una guida pratica, da leggere sotto l’ombrellone, utile ad orientarsi nell’avvincente pianeta della comunicazione che individua aspetti chiave per svolgere il mestiere di Communication Manager in contesti complessi, suggerendo spunti di riflessione efficaci.

L’autore utilizza un espediente per dipanare il filo del discorso: simula le prime due settimane di stage di un giovane neolaureato che viene preparato al ruolo di  manager della comunicazione. La sua ragazza invece è in tirocinio presso un’agenzia di pubblicità: sono due ‘precari’ capaci di imparare moltissime cose da tutto quello che accade intorno a loro, giorno dopo giorno.

Le regole della Comunicazione Non Convenzionale, la gestione di un piano di comunicazione nel mondo del profit e del non profit, la creatività pubblicitaria, il potere del marketing, le relazioni pubbliche, i social media ed il moderno passaparola: ognuno di questi aspetti è affrontato in prima persona dai due stagisti e la loro esperienza diventa quella del lettore.

tumblr_n7fgaogdzA1st5lhmo1_1280Al Communication manager vengono richieste molte capacità e competenze: padroneggiare la scrittura, parlare in pubblico, negoziare, risolvere criticità offrendo innovazione, carisma e e capacità di delegare, rendere efficaci le riunioni. Una professionalità articolata e complessa in cui creatività, metodo, precisone e chiarezza tendono a confluire in un’unica figura.

Il suo obiettivo etico ed umano è molto ambizioso, analogo a quello di un leader: riuscire a creare un mondo al quale tutti vorrebbero appartenere.

L’autore del testo è Enrico Cogno, sociologo, docente di Economia della Comunicazione (Università di Perugia, Luiss, UniNettuno), ex Vicepresidente della Ferpi (Federazione Italiana Relazioni Pubbliche), fondatore del Centrostudi Comunicazione Cogno Associati. Ha svolto attività manageriali presso imprese multinazionali, agenzie di pubblicità e istituti di formazione. Attualmente si occupa di formazione e consulenza per le principali organizzazioni nazionali.

E. Cogno, Il talento del comunicatore – manuale per diventare comunication manager di successo, Ed. Franco Angeli

IMG_0728_FotorNota del diario: con i consigli di lettura di Dolores, noi del Diario vi auguriamo buone vacanze. Nei prossimi giorni ci attendono il New Hampshire, il Maine e Martha’s Vineyard dove assisteremo ad un evento TED. Nell’articolo del 25 Agosto vi racconteremo come è andata. Buon relax e buon divertimento a tutti!