Archivio della categoria: Ospiti

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Cosmologia del Branding: “Come dentro cosi fuori”

di Riccardo Trevisani

Perché sentiamo parlare sempre più spesso di Branding? Perché le aziende sembrano ossessionate dal capire come sono percepite dai clienti? E perché continuano a legare i risultati esclusivamente al posizionamento prezzi e alle promozioni?

Facciamo chiarezza: Branding non è marketing, Branding non è comunicazione. Branding è chi sei, come ti distingui,  la tua unicità, perché esisti e quale promessa lanci al mercato. Come sostiene Claire Lowson, mio ex capo alla Intelligence C di Londra, “il brand è la parte umana dell’azienda, la sua personalità e identità”.

Allargando la prospettiva, Branding è anche la connessione tra la tua identità, i tuoi valori e quelli del tuo cliente.

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Quindi per incrementare i risultati le aziende devono occuparsi anche di Branding? La risposta è si e, a tal proposito, è utile ricordare una frase dell’Executive di Coca Cola, nella quale si evince come il brand sia parte essenziale della creazione di valore.

Se Coca Cola perdesse tutti i suoi asset e i suoi prodotti in un disastro potrebbe comunque sopravvivere grazie al Brand. Al contrario se i consumatori avessero un’improvvisa amnesia e dimenticassero dalla sera alla mattina ogni cosa relativa alla nostra azienda, alla sua storia, ai suoi valori e alla sua immagine, non sopravviveremmo.

Ma se il Branding veicola il vero valore dell’azienda, come possiamo avere il controllo della percezione dei clienti?

Dal controllo alla responsabilità

riccardo-nuovaNon potremo mai avere il pieno controllo della percezione dei clienti ma abbiamo comunque la piena responsabilità dei messaggi che inviamo loro. Bisogna allora chiedersi quali sono i mezzi attraverso i quali esercitare questa responsabilità?

Per alcuni, erroneamente, Branding significa soltanto occuparsi del logo aziendale, del design dei prodotti, del sito… invece esso si riferisce all’essenza dell’azienda, alla sua parte più umana di cui grafica, design e comunicazione rappresentano solo un aspetto.

Ma come possiamo dare contenuto e rilevanza ai mezzi che utilizziamo per rappresentarci? Partendo da noi, dal nostro cuore, dalle nostre fondamenta e dal perché “siamo chi siamo e facciamo ciò che facciamo”.

Da noi a loro!

Partire da sé è quindi importante ma lo è anche capire cosa succede al di fuori di noi: un’attività fondamentale che può aiutarci a non commettere errori, a conoscere le esigenze dei clienti e ad imparare dai nostri competitors.

Attenzione però a rivolgere esclusivamente lo sguardo all’esterno: c’è il rischio di forzare una direzione, giustificata dal mercato, che però ci allontana dalla nostra natura.

Alcuni esempi? Il flop della Harley Davidson quando ha provato a lanciare il suo profumo o ancora il passo falso di Heinz, famosa marca di Ketchup, quando ha introdotto un prodotto per la pulizia della casa!

Qual è dunque il punto di equilibro tra opportunità di mercato e coerenza al brand? Identità aziendale e bisogni dei clienti si incontrano sul terreno comune dei valori condivisi: per questo oggi, invece di parlare di aziende “product oriented” (focalizzate su se stesse piuttosto che sulle richieste del mercato) ed aziende “market oriented”, gli esperti parlano di “value oriented company“, organizzazioni focalizzate a costruire valore condiviso.

Branding interno ed esterno: costruire valore condiviso

In una recente indagine per Forbes, Karl Moore ha evidenziato come le attuali generazioni desiderino sentirsi parte di qualcosa di più grande, condividere uno scopo comune, dare un senso al lavoro. Il Branding, e la sua capacità di costruire identità percepibile sia all’interno che all’esterno dell’azienda, diventa quindi un’attività fondamentale per assicurare successo e branding-700x467prosperità alle organizzazioni. Avere un brand efficace, con una promessa definita e condivisa, aiuta infatti ad ottenere il cosi detto “employee engagement”. Secondo alcuni studi fatti dalla società Nielsen inoltre, più della metà dei consumatori online, sono disposti a pagare di più prodotti e servizi di compagnie che hanno un impatto positivo sulla società e sull’ambiente.

Alla luce di quanto detto, analizziamo tre possibili scenari che ci chiariranno le conseguenze dell’attività di Branding su clienti e dipendenti.

1.  Non comunico un messaggio chiaro. Non ho definito chi sono!

In questo scenario abbiamo un’azienda che potrebbe produrre anche risultati positivi ma non si è mai posta la domanda sul “chi è e cosa offre”. Probabilmente essa preferisce lasciare parlare i propri prodotti, magari di innegabile qualità ma non adeguatamente supportati da un’identità e un messaggio condivisi. Internamente potremmo trovare persone che lavorano non avendo ben chiaro uno scopo e il contributo che stanno portando. Poco consapevoli e motivati essi non condividono lo spirito imprenditoriale e non si sentono responsabili dei risultati. Esternamente i clienti, non avendo una direzione e degli indizi per formarsi una chiara percezione del brand, decidono autonomamente come identificare e posizionare l’azienda.

2.  Comunico un messaggio non allineato con la mia identità. Non so se ho chiaro chi sono ma ho chiaro come vorrei essere.

In questo caso abbiamo un’azienda che sta cercando di implementare strategie di Branding, che si definisce “centrata sul cliente” ma si è dimenticata di allineare la promessa con i suoi prodotti, con la sua storia, la sua essenza.

Non facciamo l’errore di sottovalutare il nostro interlocutore: il cliente è preparato, il cliente testa e valuta, ha insomma precise aspettative. Forse questa strategia sembrerà inizialmente funzionare ma, come un castello di carta, alla prima promessa infranta il nostro brand crollerà e tra noi e il mercato si creerà un gap difficile da colmare.

Internamente, diversamente dalla prima situazione, il personale non solo lavorerà senza un obiettivo condiviso ma addirittura su una promessa falsa: una condizione che inquinerà il clima interno rendendo difficile le relazione e rallentando la produttività.

3.  Identità chiara e messaggio coerente, semplice e condiviso

Parliamo di un’azienda che sa chi è, che valore offre e soprattutto perché esiste e che contributo porta.

I suoi dipendenti condividono la promessa, lavorano per un obiettivo specifico, si sentono coinvolti e importanti, sono i primi portavoce del brand sposandone cultura e valori.

I clienti a loro volta sono guidati e facilitati nel capire l’unicità espressa dall’azienda, il posizionamento e il valore. Sono esattamente le persone che vuoi vedere bussare alla tua porta, che condividono una stessa visione e missione e sono formati per capire nel profondo il valore creato.

Perché allora, nonostante quest’ultimo approccio sia evidentemente più efficace, molte aziende persistono nell’adottare le prime due soluzioni?

Perché il terzo scenario fa paura! Fare una promessa chiara significa prendere una posizione e ciò può, in apparenza, precludere delle opportunità. Inoltre scegliere la terza soluzione significa lavorare al mantenimento della promessa e fare continuamente scelte coraggiose coerenti con la propria identità!

Se non siete ancora convinti ricordatevi che assicurare tutto a tutti, lanciare addirittura false promesse o evitare di schierarsi, sono atteggiamenti che, nel mercato odierno, difficilmente portano a risultati positivi.

La brutale verità è che se non saremo noi a decidere chi siamo, saranno gli altri a farlo e il risultato potrebbe non piacerci!

I 5 principi della comunicazione efficace

di Massimo Franceschetti

Che cosa si significa comunicare efficacemente e come si ottiene questo risultato? Lo abbiamo chiesto a Massimo Franceschetti docente presso la Bologna Business School ed esperto di comunicazione efficace. Ecco come ci ha risposto… 

comunicazione efficace
Per sviluppare comportamenti comunicativi efficaci dobbiamo tenere presenti 5 principi di base:
la consapevolezza, la responsabilità, il rispetto, la fiducia e la creatività.
Una comunicazione efficace dovrà misurarsi e verificarsi con essi, esploriamoli insieme.

 

  1. La consapevolezza. Intendo con “consapevolezza” la capacità di riflettere su ciò che si fa, di spiegarlo, dargli un nome e saperlo gestire. Una comunicazione efficace non può che essere consapevole. Un buon comunicatore non è una persona che sa parlare o sa ascoltare, ma una persona che sa spiegare cosa sta accadendo quando comunica, che sa imparare dai propri errori, preparare e orientare la propria comunicazione. Le persone consapevoli conoscono e hanno fatto l’esperienza personale di ciò di cui si parla. In caso di necessità hanno maggiore possibilità di trovare soluzioni efficaci. E soprattutto quando parlano hanno una autorevolezza naturale che rende la loro comunicazione efficace.
  2. La responsabilità. L’essere umano può decidere di orientare il suo comportamento in base ad elementi che non sono iscritti nel DNA. L’essere umano può decidere, scegliere deliberatamente, di compiere azioni praticamente di ogni tipo. Le possibilità possono non essere infinite, ma sono molteplici e risiedono tutte nella capacità di pensare alternative possibili. Per questo posso sempre assumermi la responsabilità delle mie scelte e posso sempre avere uno spazio di libertà nelle mie azioni. Se posso scegliere allora divento responsabile di ogni scelta. Anche di quelle che non compio. Dal punto di vista della comunicazione efficace, significa prendersi la responsabilità dei risultati della propria comunicazione. Solo così si può migliorare.
  3. rispetto fiducia creativitàIl rispetto. Il principio di conservazione della vita biologica si esprime attraverso il valore che è dovuto ad ogni essere vivente, così per gli esseri umani. Le persone sono un valore in se stesse, in quanto esistenti. In termini più quotidiani e pratici, il valore del vivente si esprime nelle persone nel bisogno di rispetto. Ogni persona ha bisogno di rispetto. “Rispettare” significa letteralmente “riguardare” ossia “guardare attentamente”. Ogni persona chiede un particolare sguardo rivolto a sé. Ha bisogno di ricevere e di dare rispetto. Il rispetto così inteso, è, inoltre, collegato alla nostra natura di esseri che vivono grazie all’interdipendenza tra gli uni e gli altri. La comunicazione efficace promuove il rispetto delle persone anche nei momenti in cui si tratta di dire cose spiacevoli, nei conflitti, nello scambio quotidiano.
  4. La fiducia. La fiducia è un “sentimento di sicurezza che deriva dal confidare in qualcuno o in qualcosa”. È quel sentimento di sicurezza che ci fa dire “dev’essere così”, “è possibile”, “accadrà”, anche se la prova certa non c’è (ancora). La fiducia ha la capacità di generare “fatti”. La fiducia è generativa, così come la sfiducia è distruttiva. La fiducia è tanto più potente tanto più si allea con l’immaginazione o creatività, supreme caratteristiche dell’essere umano. Ogni comunicazione efficace è fondata sulla fiducia, certamente anche quella tra cliente e venditore (n.d.r a questo proposito rileggete l’articolo sul Cerchio della Fiducia).
  5. La creatività. La creatività è la capacità di pensare diversamente, di collegare elementi distanti tra loro. E’ immaginazione: la capacità di creare nuove immagini della realtà. La comunicazione efficace è una comunicazione creativa, perché flessibile, aperta a nuove possibilità, aperta e flessibile difronte ai differenti contesti in cui si situa. La creatività è il risultato della felice dialettica tra omogeneità e differenza. Non si crea dal nulla, ma su una base già acquisita. Dovremmo guardare alla Natura, la quale è profondamente sperimentatrice e creativa. Si comporta sempre esplorando tutte le possibilità di una situazione e di un contesto. La Natura non ha paure, blocchi, ansie da prestazione, pregiudizi, giudizi categorici. La Natura non resta fissa, non s’irrigidisce, non si annoia, non si arrende. Quando questo capita alle persone (“Ho fatto di tutto!”, dicono) è perché hanno perso (magari solo per un momento, un periodo) fiducia nel potere generativo dell’immaginazione, hanno perso fiducia nella parte più peculiare e naturale dell’essere umano (la sfiducia si apprende e si alimenta).

comunicazione nella collettività

Qualsiasi forma di collettività o comunità umana può essere fonte di creatività, perché è il luogo della diversità. In questo sta la difficoltà e la meraviglia dello stare insieme. In questo connubio tra divergenza e convergenza, anticonformismo e conformismo, tra elementi comuni e differenze sta il segreto della produttività umana e della comunicazione efficace. La capacità di stare insieme ha garantito alla nostra specie possibilità di sopravvivenza straordinarie e una vita complessa e variegata. Un motivo in più, qualora ci fosse bisogno, per favorire una comunicazione efficace, che permetterà alla divergenza e alla creatività di emergere e sperimentarsi.

Brand Purpose: la Buona Causa dal punto di vista dell’impresa

di Paolo Celli & Elisabetta Casali

Perché perdere tempo a discutere di vision, mission, valori, quando bisogna correre ogni giorno per cogliere le poche occasioni offerte da un mercato in crisi?
L’azienda oggi punta su grande operatività, piedi per terra, rapidità di risposta e c’è meno posto per sogni e slanci in avanti. Tutto condivisibile, senonché il fatto di voler procedere sempre e comunque a tutta velocità, spesso “a fari spenti”, porta ad errori strategici molto gravi, a volte addirittura catastrofici.
Freniamo un attimo dunque e mettiamo a fuoco alcuni concetti che ci aiutino a fare le scelte giuste.

Il punto di partenza (valutare, capire)

Il punto di partenza è che l’impresa oggi per avere successo deve garantire valore non solo per i propri azionisti ma anche per tutti gli altri stakeholder: i clienti prima di tutto, ma anche le risorse interne e la comunità.
Non basta più deliziare il cliente con ottimi prodotti e un servizio attento: sempre di più viene premiata l’azienda che si dimostra capace di creare valore per un’ampia platea di persone, che la ripagheranno con buona reputazione, passaparola positivo, attenzione e condivisione degli obiettivi.
Questa proposta di valore o brand purpose da cosa deriva e come si mette a punto?
Si segue un processo assolutamente speculare a quello che si utilizza nel nonprofit per rielaborare la mission facendola diventare la Buona Causa, cioè il buon motivo per cui vale la pena farsi coinvolgere; si tratta insomma di partire dalla mission aziendale e di ripensarla. Non tradirla ma solo riformularla per renderla più adatta al nuovo contesto competitivo.

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L’obiettivo è far emergere aspetti meno auto-centrati e più condivisibili, in modo che l’azienda diventi un BRAND vicino e acquisisca contenuti e fini alti che lo aiutino a distinguersi, a posizionarsi, a essere d’ispirazione. Per dirla all’inglese dobbiamo fornire al nostro BRAND un BRAND PURPOSE che lo caratterizzi fortemente, cioè un WHY, un perché che non può essere solo quello di fare soldi.
Questo è il primo step per diventare ciò che alcuni autori chiamano “azienda guidata dagli ideali (led by ideals)” o “azienda in grado di creare valori condivisi (shared values)” e corrisponde al momento in cui si prende coscienza di ciò che ha valore per chi ci sta attorno, per il contesto in cui si opera. Si acquisisce la consapevolezza che dalla condivisione forte di obiettivi derivano il prosperare dell’organizzazione, la felicità dei singoli e il benessere della comunità di riferimento.

Il secondo step (allineare)

Dopo avere individuato il BRAND PURPOSE, cioè il nostro fine alto, inizia la fase di allineamento di tutta l’azienda rispetto ad esso. Abbiamo individuato la direzione, adesso dobbiamo attrezzarci per costruire un nuovo modello operativo.
Qui diventa fondamentale valorizzare i punti di forza aziendali, mettere storia, idee, know-how al servizio di un modo diverso di fare business.
• Cosa possiamo fare / sappiamo fare?
• Cosa ci distingue dagli altri?
• Cosa ci sentiamo portati a fare in modo sincero per la nostra comunità?
Orientamenti, idee, strumenti ma anche elementi concreti del business come gli investimenti, le infrastrutture, devono tutti essere allineati, coerenti in modo che dalla loro sinergia verso un unico fine derivi una proposta forte e distintiva.
Questo processo non implica solo creare una facciata “pulita” più spendibile e gradita ma cambiare veramente approccio e mentalità.

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Il terzo step (attivare, concretizzare)

A questo punto si passa all’attivazione interna ed esterna, cioè fare in modo che il percorso individuato si realizzi in azioni che in specifici punti di contatto (concreti, come un prodotto, o virtuali, come un’occasione d’incontro) permettano lo scambio valoriale.
Questi punti di contatto sono punti “sensibili”, sono gli oggetti, i momenti e i luoghi in cui la teoria diventa pratica e il posizionamento diventa effettivamente percepito perché agganciato a ciò che è rilevante per i nostri stakeholder.
In queste fasi la comunicazione è determinante perché il Brand Porpouse venga incorporato nella quotidianità delle persone.

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Wal-Mart, nota per la sua politica di prezzi, ha visto svuotarsi di valore la propria proposta nel momento in cui altri proponevano prezzi altrettanto bassi e la clientela iniziava a percepire in modo negativo l’azienda anche a causa del basso livello di soddisfazione del personale interno.
Riscoprendo i valori del fondatore Sam Walton, che in realtà collegava la politica dei prezzi bassi al fatto di lasciare più risorse a disposizione delle famiglie, non solo si è tornati a parlare in modo efficace alla clientela, ma si è anche ridato orgoglio al personale che oggi sa “perché è lì”.

Procedendo in questo modo può sembrar lungo arrivare al risultato atteso dall’azienda, cioè fare utili e svilupparsi. Di fatto però è un percorso obbligato: è l’evoluzione stessa del marketing che ci impone di passare dalla fase di focus su prodotti tangibili al focus sui servizi e sugli aspetti intangibili fino ad arrivare all’attenzione per i “perché”, i trend sociali, l’evoluzione dei bisogni.
Si tratta di un processo di ripensamento che riguarda tutta l’impresa, con una prima fase bottom-up, quando si recepiscono le aspettative, i bisogni, le idee degli stakeholder, e poi una seconda fase top-down quando la strategia viene prima concepita e poi implementata.
Complicato? Forse, ma necessario! È sempre più urgente individuare il nostro BRAND PURPOSE!

NOTA: Con Paolo e Elisabetta il 3 novembre prossimo saremo protagonisti di un webinar dal tema “Dalla Buona Causa alla Vendita Etica: nuovi paradigmi di successo”. Per maggiori informazioni e iscrizioni cliccate qui.

Conciliare lavoro e famiglia: dividersi per moltiplicarsi

di Alice Alessandri ed Enrica Maffi


Nelle ultime settimane ho riflettuto sulle difficoltà che tante persone incontrano nel tentativo di conciliare lavoro e famiglia al punto di rinunciare alla propria completa realizzazione. Ho chiesto così un parere a Enrica Maffi, voce “utorevole” sull’argomento: mamma di otto figli, eccellente psicologa e autrice del libro “Guida all’arrivo del Primo Figlio”. Ne è scaturita una piacevole e arricchente conversazione che ci auguriamo possa essere di aiuto a donne e uomini che stanno cercando la miscela “perfetta” tra individualità, lavoro e famiglia.

 

“Siamo tante cose”: dare voce a ogni nostra parte

La prima cosa su cui prendere consapevolezza, dice Enrica, è che siamo fatti di “tante parti”: ciascuno di noi è individuo, professionista, parte della coppia amorosa e mamma/papà quando si forma la famiglia. Quello che spesso capita alla donna è che, una volta diventata madre, poti i suoi rami concentrando tutto sul ruolo genitoriale, sopprimendo così i bisogni di realizzazione personale. Questo processo, nel lungo periodo, è dannoso per i figli che rischiano di restare incastrati nella famiglia, per la coppia dal momento che uno dei partner viene a mancare, e per la donna stessa che riduce la sua identità solo all’essere madre. Il ruolo dell’uomo è fondamentale per supportare la compagna nell’aprirsi alle opportunità: il lavoro diventa strumento per realizzare le proprie abilità, momento di rigenerazione e stimolo per mettere in circolo nuove energie e strategie anche all’interno della famiglia.

Attivare la creatività per trovare risorse

IMG_6969Come dividersi tra i diversi impegni? A chi affidare i figli? Secondo la nostra psicologa molte mamme si rifugiano nella convinzione di essere le uniche in grado di accudire bene i propri figli o rimangono immobili lamentandosi di non ricevere sufficienti aiuti dalle istituzioni pubbliche. Sicuramente sarebbero utili più asili, una maggiore copertura oraria dei servizi, bonus e incentivi; quando però ci si apre alle opportunità, allargando con creatività il proprio campo d’azione, si trovano altre soluzioni: coinvolgere nonni o zii, amici con figli coetanei con cui alternarsi nella cura dei bambini, condividere una baby sitter con altre famiglie creando piccoli “asili domestici”. I genitori di oggi sono spesso genitori-adolescenziali: molti adulti, infatti, hanno difficoltà a decidere in autonomia, seguendo i propri valori profondi e le proprie emozioni, e cercano ricette preconfezionate uniformandosi passivamente a quello che fanno gli altri.

Educare all’autonomia e alla pluralità di punti di vista

Educare all’autonomia e alla responsabilità diventa difficile per quei genitori che sono essi stessi afflitti da una profonda fragilità. Enrica conferma che l’ossatura psicologica, quella che ti fa resistere e superare le avversità, funziona e va allenata come quella fisica; per imparare a camminare i bambini cadono e si rialzano e nessun genitore se ne spaventa mentre nel versante psicologico/emotivo attivano un’eccessiva protezione non preparando adeguatamente i figli alla vita. Bisogna riabilitare la famiglia come sistema democratico-piramidale in cui allenarsi, in un ambiente protetto dall’amore che lega gli elementi, alla relazione con l’altro, alla ricerca dell’accordo attraverso anche il confronto e lo scontro. Questa palestra aiuta gli “adulti di domani” a fortificarsi, sviluppare la propria individualità e, attraverso anche gli errori e le incomprensioni, a sviluppare adeguate strategie di comunicazione e relazione con cui muoversi nella scuola prima e nel mondo del lavoro poi. I bambini hanno bisogno di ricevere una pluralità di messaggi e stimoli per poter sviluppare la propria capacità di analisi e lo spirito critico, comprendendo il vantaggio positivo di crescere nell’autonomia.

Dedicarsi tempo

AliceEnricaMaffiPer conciliare al meglio lavoro e famiglia è importante fermarsi e ricaricarsi. In una società iperattiva dove i bambini per primi sono stimolati più del necessario e hanno agende di impegni ottimizzate al minuto, si finisce per confondere il piacere con il dovere. Enrica consiglia di dedicarsi un tempo sacro, anche breve, di “piacere puro”, un tempo senza tempo, un fare cose che ci fanno stare bene e basta. Ognuno di noi ha una propria capacità di carico e di resistenza di cui spesso non siamo consapevoli perché ci si paragona agli altri e si pretende di avere le stesse performance: accettare i propri limiti e iniziare a coniugare più spesso il verbo “volere” anziché “dovere” sono due elementi fondamentali. Non esiste una ricetta che va bene per tutti ma prendendo consapevolezza della propria individualità con tutte le sue sfaccettature sarà più facile individuare il proprio stile per vivere a pieno, trovare risorse e aiuti, educare i figli all’autonomia e conciliare lavoro e famiglia. Ancora una volta alla base c’è prima di tutto una presa di responsabilità: salire sul palco della vita e recitare la propria parte fieri della nostra identità.
RiccardoLuca

Guardandoci dall’esterno, io ed Enrica siamo due esempi molto diversi di donne che con impegno, passione e gentilezza, cercano di conciliare lavoro e famiglia. Nonostante le diversità ci accomunano valori e affetti, gli stessi che legano anche i nostri figli. Riccardo, mio figlio, e Luca, figlio di Enrica, sono nati a un giorno di distanza, hanno studiato insieme e giocato a basket per oltre dieci anni nella stessa squadra, adesso condividono sogni e business (una startup) a Londra.

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Da Start-up a Stand-up: il vantaggio dell’italianità

da un colloquio con Fabio Pornaro

acrobatik pedia L_Fotor_CollageQual è il futuro delle aziende italiane? Si può coniugare il sapere artigiano, che ha sempre contraddistinto le nostre produzioni nazionali, con le dinamiche dei nuovi mercati? In cosa consiste davvero il vantaggio dell’italianità e come sfruttare al meglio il valore differenziante che ne deriva? O ancora La Bellezza salverà l’Italia? come recitava il titolo di in un articolo di qualche tempo fa. Lo abbiamo chiesto a Fabio Pornaro, imprenditore creativo socio fondatore di Acrobatik, che tra le sue tante attività segue anche le aziende nella fase di costruzione del modello di business e approccio al mercato, aiutandole in quel processo universalmente conosciuto come Start-up. Lasciamo quindi la parola a Fabio.

L’innovazione con la I maiuscola

“Anche nel nostro paese molti credono nel mito dell’innovazione a tutti i costi come se questa fosse lo scopo finale di ogni attività in azienda o la panacea per far ritrovare vigore all’economia affaticata. Io sono convinto invece che essa sia un mezzo per affermare il nostro valore differenziante e che per svolgere bene il suo ruolo debba rispettare altri due principi anch’essi contraddistinti da una “I” maiuscola: Italianità e Identità” afferma Pornaro. Le nostre aziende sono caratterizzate dal saper fare, dall’artigianalità, dalla cura dei processi e dalle tradizioni, tutte cose che vanno riconosciute e valorizzate per essere poi messe a sistema con quanto di più tecnologico e digitale oggi il mondo dell’innovazione può offrire.

Il Vantaggio dell’italianità

IMG_2521_Fotor_CollageLe tre categorie più ricercate all’estero, per quanto riguarda il Made in Italy, sono Fashion, Forniture e Food settori dove l’innovazione tecnologica è presente ma non è la sola protagonista. Le aziende che li popolano sicuramente hanno bisogno del mondo dei social e di Internet per divulgare prodotti e servizi, ma non è in questi strumenti che può risiede il vero vantaggio dell’italianità. “Una fattura eccellente di un mobile dal design particolare, una scarpa originale realizzata con maestria da una famiglia di calzolai che si tramandano il sapere da cinque generazioni, ecco quello che il mondo ci invidia e ci chiede!” dice Fabio. Non significa per forza rimanere artigiani legati a dinamiche da “old economy”: nel nostro caso il digitale deve essere uno strumento per cogliere le opportunità della “contemporaneità” che non esclude l’approccio analogico ma lo completa.

Da Start-up a Stand-up

“Chi investe oggi è alla ricerca dell’applicazione rivoluzionaria, dell’idea tecncologica geniale, del social del futuro in grado di moltiplicare in pochi mesi i suoi soldi, ma il vantaggio dell’italianità per trasformarsi in successo e in opportunità di guadagni, a mio avviso, richiede un altro approccio. Imprenditori e investitori italiani sono seduti su un tesoro di tradizioni, d’identità e saperi inestimabili, pochi però sembrano accorgersene”. E’ la stessa distrazione che non permette di valorizzare il nostro territorio ricco di paesaggi incredibili e capolavori artistici. Stiamo tutti cercando nel posto sbagliato insomma! “Gli investitori puntano a guadagni facili e veloci per questo sembrano solo interessati a scovare chi inventerà Facebook 3.0, cosa che in Italia probabilmente non accadrà”. Oltre che cercare dei novelli Steve Jobs in giro per i garage, i Venture Capitalist (coloro che hanno fondi da investire in nuove imprese n.d.r.) dovrebbero concentrarsi sulle imprese artigiane che popolano il nostro territorio, allora si che scoverebbero talenti fantastici nascosti nelle botteghe su cui vale la pena scommettere. “Per questo in Acrobatik parliamo più di Stand-up che di Start-up Company, intendendo aziende che già esistono ma che hanno solo bisogno di ridefinire il loro approccio al mercato adottando un mix fatto d’identità e strategia, pianificazione e finanza, comunicazione e comunità, allineamento e moltiplicazione. Ci crediamo così tanto che insieme ad altri imprenditori stiamo varando Piano-A un progetto che aiuterà concretamente le Stand-Up italiane ad aggredire il mercato globale”.

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Lo stile di Fabio ricalca le sue idee: provocatorio e intelligente, elegante e trasgressivo allo stesso tempo. Lui e la sua azienda non inseguono un modello precostituito e, coerentemente con questo approccio, anche ai loro clienti suggeriscono di tracciare nuove strade che mettano a sistema le loro peculiarità senza paure e senza compromessi. D’altronde, come abbiamo anche ricordato nell’articolo dedicato all’Analisi SWOT, anche i nostri difetti a volte possono diventare elementi d’identità e differenziazione.

Il talento come bussola per orientarsi nel lavoro

di Lorenzo Stabile

[l’autore consiglia di leggere l’articolo ascoltando il brano Noah degli Amber Run che trovate qui]

IMG_7069“Può cominciare domani”

Ad ogni curriculum che inviamo questa è la frase che vorremmo sentirci dire, sottovoce o ricca di punti esclamativi, accompagnata da qualche zero o semplicemente dalla possibilità di imparare. Perchè quando riusciremo a sederci alla scrivania del nostro nuovo ufficio, non abbracceremo solamente la consapevolezza di poter crescere professionalmente ma anche la possibilità di capire il significato di parole come “team” e “responsabilità”.

La forza del gruppo è ciò che rende possible realizzare un progetto e sapersi prendere la propria parte di responsabilità fa parte di quelle lezioni di vita che potremo riutilizzare in qualsiasi momento del nostro cammino professionale, e non solo.

L’iniziale e semplice condivisione di file, scartoffie e meeting potrà successivamente alimentare un rapporto di fiducia e intimità tra colleghi che renderà quelle scrivanie cornici di impegno e sorrisi. E giorno dopo giorno, attraverso concentrazione e forza di volontà, impareremo a gestire responsabilità alle quali non eravamo abituati, responsabilità che avranno effetti sulla nostra vita e quella degli altri, responsabilità che allargheranno la nostra capacità di immergerci nel mondo del lavoro. Ma questa è ancora solo una piccola fetta della torta da gustare.

“Sto bene con me stesso?”

Il regalo più prezioso che una prima, una seconda, una terza (ma anche la decima o la ventesima) opportunità di lavoro può offrirci è lo stimolo a porci questa semplice ma decisiva domanda.

Uno dei fattori determinanti che spesso accantoniamo è il  nostro talento, forse l’unico vero strumento che può realmente connetterci alla nostra unicità.

IMG_7075Lo accantoniamo perchè ci accontentiamo del lavoro che abbiamo ottenuto oppure perché ci sentiamo semplicemente impreparati o inesperti. Lo accantoniamo perchè non siamo sicuri se sia veramente quello il talento che vogliamo “indossare” o perchè, ahimè, dimentichiamo proprio il luogo in cui l’abbiamo accantonato. Ed è in questo preciso momento che le nuove esperienze lavorative possono salvarci. Dopo troppo tempo trascorso su quella vecchia scrivania, dietro il bancone di un bar, o dovunque il bisogno di lavorare ci abbia portato, il nostro innato istinto evolutivo ci prenderà per mano e, passeggiando in un parco con voce dolce ma insistente, ci farà quella domanda e ci indirizzerà ad una risposta …

 “Get busy living or get busy dying”

E’ una citazione presa dalla canzone degli Amber Run che forse stai ascoltando proprio in questo momento, letteralmente si traduce “Datti da fare vivendo o datti da fare morendo”. Forse quello che cerchiamo è altrove ed è meglio provare a darsi da fare vivendo! Rispolveriamo casa in cerca di ciò che avevamo accantonato, per inseguire il nostro progetto edificabile solamente attraverso il nostro talento. Ciò che prima poteva essere definito un sogno ora si è trasformato in un bisogno. Dallo scrivere al suonare, dal lavorare in banca al fare il medico, il desiderio di praticare quello che ci fa stare bene diventa indispensabile come respirare.

Tentare fa bene alla salute e sbagliare è il più ricco degli insegnamenti senza istruzioni prestabilite, il più prezioso consiglio senza frasi fatte, il miglior modo di crescere senza invecchiare.

IMG_7076Tutte le esperienze di lavoro che affrontiamo possono comunque aiutarci a capire qual è la nostra strada, suggerendoci se la posizione che abbiamo tanto bramato è quella giusta o accompagnandoci all’uscita dell’ufficio per cercare ciò che vogliamo inseguire. In entrambi i casi il consiglio è di tentare e provare sempre. Perché quando qualcuno ci porgerà la domanda: “Cosa fai nella vita?”, noi potremmo rispondere: “Sto bene con me stesso!”.

Un modello di business innovativo: concerti in salotto

di Riccardo Trevisani

Sofar Sounds è una comunità di “music lovers” (amanti della musica n.d.r.), ma è anche un modello di business efficiente e innovativo che funziona per promuovere musicisti emergenti.

IDEA INNOVATIVA

IMG_0228Ideato nel 2009 in un piccolo appartamento di Kilburn, a nord di Londra, da un gruppo di amici stufi dei concerti tradizionali, Sofar è a oggi presente in più di 100 citta in tutto il mondo ed è riconosciuta come la più grande comunità di ricercatori e amanti della musica dal vivo. L’idea è semplice: se hai uno spazio in casa adeguato, come ad esempio il salotto, sei eleggibile per ospitare un concerto Sofar durante il quale tre musicisti emergenti avranno l’opportunità di esibirsi ed essere notati. Una volta individuato il luogo, che sarà mantenuto segreto fino a circa una settimana prima, Sofar renderà visibile l’evento sul sito internet dedicato. Da quel momento i membri della comunità (iscriversi è facile e gratuito!) potranno fare richiesta di partecipazione, motivando le proprie intenzioni e incrociando le dita sperando di essere selezionati; data la particolarità delle location gli eventi sono infatti a numero chiuso. Lo scorso mese ho partecipato a uno di questi concerti e posso solo dire “amazing”, mi sono divertito ed emozionato moltissimo!

COSTRUIRE COMUNITA’

Per cominciare il pubblico era formato da persone con in comune una forte passione per la musica dal vivo. Questo ha facilitato il nascere di interessantissime conversazioni casuali con perfetti sconosciuti. Dopo i primi timidi passi all’interno dell’appartamento che ospitava l’evento, ho provato subito un forte senso di appartenenza. Prima del concerto gli organizzatori hanno scaldato la folla con attività coinvolgenti e hanno raccontato la storia della nascita di Sofar per poi spiegarne le tre regole fondamentali:

  • non andare via fino alla fine di tutte e tre le performance: sei qui per ascoltare i musicisti
  • non guardare continuamente il cellulare: goditi la musica e rispetta gli altri
  • diffondi, condividi e supporta i talenti emergenti: questa è la ragione ultima del tuo contributo.

IMG_0224ESPERIENZA POSITIVA

A questo punto lo spettacolo è incominciato e la musica è diventata la sola e vera protagonista della serata. Poiché, vista la peculiarità dell’organizzazione, non sai chi suonerà fino all’ultimo momento, quando le luci calano e si fa silenzio vieni divorato dalla curiosità e la tua predisposizione positiva verso l’artista sconosciuto diventa massima. Io mi sono trovato ad ascoltare un ecclettico giovane cantautore, una pianista classica che ha riarrangiato alcuni pezzi dei Nirvana e un accattivante duo elettronico. Dopo le tre intense e toccanti performance ho gironzolato per il salotto parlando con i musicisti o condividendo le mie emozioni, spesso solo attraverso sguardi fugaci e velati sorrisi di approvazione.

MODELLO DI BUSINESS

Ad una più attenta analisi Sofar è un esempio di modello di business innovativo ed efficiente, basato su tre logiche principali: Reciprocità, Comunità e Agilità.

  • Reciprocità – Chi partecipa è libero di decidere il prezzo del biglietto e durante la serata può fare la sua donazione per aiutare il team Sofar a creare il video della serata, necessario a  diffondere l’immagine dei talenti emergenti attraverso i social media, Youtube o altre piattaforme. Sicuramente qualcuno si godrà lo spettacolo gratuitamente ma la maggior parte sarà coinvolta attivamente sentendosi parte di un progetto comune.
  • Comunità – Sin da quando deciderai di fare domanda per partecipare all’evento, ti sentirai parte del processo di costruzione del valore condiviso tra il pubblico, gli artisti e Sofar: uno scambio chiaro, potenziante e soprattutto autentico finalizzato a supportare gli artisti emergenti e promuovere la cultura musicale.
  • Agilità – Il modello di business è facilmente replicabile e, grazie alla sua natura snella (il più avviene online), la diffusione è semplice e rapida, permettendo di raggiungere in poco tempo risultati eccezionali. I feedback da parte della comunità aiuteranno inoltre gli organizzatori a migliorare l’esperienza adattandola costantemente alle esigenze del pubblico.

IMG_0807Nel business contemporaneo queste tre forze sono alla base delle strategie delle aziende più innovative e dinamiche, per questa ragione quella che ho vissuto è stata un’esperienza appassionante sia come amante della musica sia come genuino esploratore dei market trend. Stay tuned!

Marketing e spazio di lavoro: farsi trovare dai clienti

di Marzia Mazzi

segnaletica3Vi sarà capitato di andare da un cliente e di aver provato, già nel percorso che collega il parcheggio all’ingresso della sua sede, tante sensazioni … magari vi ha colpito la cura e la piacevolezza dell’ambiente circostante; oppure vi siete innervositi perché non era chiaro dove dirigersi e solo dopo diversi tentativi avete trovato la porta d’accesso, arrivando al vostro appuntamento trafelati e in ritardo. Lo spazio parla, racconta chi siamo, come lavoriamo, la passione e l’intensità che mettiamo nelle nostre azioni quotidiane; racconta la qualità del prodotto-servizio che offriamo ai nostri clienti; rivela il clima e l’affiatamento che abbiamo costruito nel nostro team di lavoro… e tanto altro.

Quando parliamo di ambiente di lavoro tendiamo spesso a focalizzarci esclusivamente sugli interni dei locali, ma ancor prima del “dentro” esiste un “fuori” che crea le condizioni di base.

10527543_795531703810659_4362769058078482102_nMarketing e spazio di lavoro

L’ambiente è un fattore che il Marketing conosce bene, tanto che nel definire gli strumenti che renderanno operativa la strategia, riserva molto spazio a quelli dedicati al “farsi trovare”! Farsi trovare non dipende però solo dalla visibilità in termini d’immagine, pubblicità, web, ma anche dalla posizione e qualità del luogo di lavoro rispetto al contesto circostante. Per un negozio che senso ha investire nel rinnovamento di arredi e vetrine se il motivo di una scarsa affluenza dipende dalla visibilità dell’ingresso? Spesso semplicemente segnalando in maniera più efficace gli accessi o spostandoli (se è possibile) per renderli più evidenti e confortevoli il fatturato incrementa! Capita a volte che la visibilità sia ottima ma la posizione della cassa, alle spalle di una delle vetrine principali, trasmetta al cliente un senso di “rovesciamento” che crea confusione e lo scoraggia ad entrare. Ciò che accade “dentro” deve sempre essere messo in relazione a ciò che avviene “all’esterno”. Considerare il punto di vista ambientale significa fornire nuove possibilità di crescita al nostro lavoro.

Qualche consiglio pratico

Cosa fare quindi per verificare la visibilità? Una prima cosa importante è chiedersi da dove ci raggiungono i clienti. Ci sono più vie d’accesso o si arriva da un’unica strada? Dobbiamo per un momento trasformarci in esploratori e percorrere il tragitto (o i possibili itinerari, se sono più di uno) che compiono i nostri clienti per arrivare. Se dopo questo test vi rendete conto che l’ingresso non è poi così riconoscibile come immaginavate, come potrete migliorarlo? A volte basta semplicemente posizionare ai lati degli accessi degli elementi di richiamo: un totem colorato, una fioriera, un arredo o una scultura, delle luci. Oppure la poca riconoscibilità può essere dovuta ad un problema di posizionamento o design dell’insegna: troppo piccola o troppo affollata di contenuti.

supermercatoChiediamoci anche se l’ambiente esterno al nostro ingresso è piacevole o se ci sono elementi che “disturbano”: i cassonetti, ad esempio, sono la prima cosa da evitare! Mi è personalmente capitato di entrare in un centro estetico e di essere disturbata dalla vista di cumuli di immondizia…non è esattamente un buon biglietto da visita per un’attività che dovrebbe richiamare alla mente immagini collegate a salute, benessere e cura. Anche il supermercato (che vedete in foto) con al centro dell’ingresso un grande albero non invia un messaggio in linea con l’intento di attirare più clienti facilitando loro l’accesso!

Il dentro e il fuori devono inviare messaggi coerenti e essere entrambi oggetto della nostra attenzione progettuale perché come diceva il grande architetto F. L. Wright:

Ambiente e edificio sono una cosa sola. Piantare un albero nel terreno in termini di armonia con lo spazio abitativo ha la stessa importanza che arredare.

Innamoratevi del lavoro e non del posto di lavoro

di Monica Vitali

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Da anni stiamo assistendo alla riduzione delle tutele professionali, all’aumento del lavoro a progetto e delle partite IVA. Anche professioni storicamente considerate più sicure, quella del settore bancario ad esempio, fra commissariamenti, ristrutturazioni e disdetta del contratto nazionale, hanno visto saltare i requisiti della certezza. E anche il settore pubblico sta iniziando ad essere intaccato. Malgrado infatti i tanti maldestri tentativi da parte di partiti, sindacati e altri interessati al mantenimento dello status quo, il mondo professionale sta cambiando sempre di più.

Ma, nel futuro dei nostri figli, esisterà ancora la prospettiva del posto fisso, così come lo abbiamo inteso sino ad ora?

Personalmente credo che dovremo iniziare a pensare al mondo del lavoro, e a noi stessi in funzione di quel mondo, in modo completamente diverso.

Se è vero che la distinzione fra libera professione e lavoro dipendente sta velocemente scemando, allora nel prossimo futuro ciascuno di noi dovrà diventare, in un qualche modo, imprenditore di se stesso e concepire la propria professionalità in modo diverso. Sarà inoltre necessario distinguere nettamente i ruoli (quello che c’è scritto sul nostro biglietto da visita) dalle professioni (quello che realmente sappiamo fare). Questa distinzione può essere fonte di molte riflessioni.

Non ci si deve innamorare troppo del proprio ruolo in azienda, perché se per disgrazia si finisce per perderlo si rischia di mettere in discussione il proprio io più profondo.

Se, ad esempio, mi identifico totalmente con il mio ruolo di Responsabile Amministrativo all’interno di un’azienda, nel momento in cui lo perderò entrerà in crisi la mia identità, la mia autostima, la mia dignità. Se invece mi identifico con la professionalità che ho maturato, se questa mi appassiona e la coltivo al di fuori del mio orario di lavoro con letture e frequentazioni, se non guardo ad essa in modo disgiunto rispetto ai miei interessi e alle mie passioni personali, nel momento in cui perderò il posto di lavoro avrò certamente un problema di reddito, ma non d’identità! La mia azione di ricollocamento quindi non si trasformerà in ricerca spasmodica di “riabilitazione sociale” o di rivalsa, ma resterà semplicemente una ricerca di lavoro.

Forte della mia professionalità, avrò forse l’elasticità mentale per inventarmi un modo diverso per produrre reddito, creandomi il lavoro e non solo andandolo a cercare presso qualcuno.

IMGP2214Oggi tramite il web il mondo è davvero alla portata di un clic, e con un po’ di audacia e di fantasia si possono aprire delle possibilità che una volta erano inimmaginabili. All’estero non è inusuale che si possa effettuare un cambio nella propria vita professionale, con un passaggio da un settore ad un altro, anche completamente diversi. In Italia invece quando si percorre una strada professionale difficilmente si cambia, sia per i limiti burocratici e strutturali del nostro paese, sia soprattutto per la mentalità conservativa e cautelativa di cui siamo intrisi.

Per anni i partiti, le banche e i sindacati, hanno difeso e osannato il posto fisso presentandocelo come una meta assoluta da raggiungere ad ogni costo, anzi un diritto inalienabile sancito dalla Costituzione. Nessuno si è preoccupato minimamente di informarci che un ruolo deve corrispondere alle reali ispirazioni di chi lo ricopre. Il risultato è che oggi molte persone si sentono ingabbiate in un impiego che non le rappresenta, con conseguenze sulla produttività che dall’infelicità e dalla svogliatezza derivano.

Chi ne sta facendo le spese in questo momento è soprattutto il genere maschile, storicamente abituato a riconoscersi in funzione del ruolo sociale attribuito dalla propria professione. Nel momento in cui i nostri “gentleman” hanno visto vacillare il dogma del capo famiglia come principale fonte di reddito, si sono scardinati i loro atavici punti di riferimento e sono entrati in crisi profonda. Alle donne invece (multitasking per biologia o forse per necessità) costrette da sempre a fare i salti mortali per conciliare famiglia, lavoro e figli, la molteplicità ha portato in dono un innegabile vantaggio: il fatto di avere sempre pronto un piano B, ovvero una maggiore predisposizione mentale a realizzarsi in un ambito della propria vita diverso da quello su cui si è inizialmente puntato.

uomo e soleL’approccio vincente per gli uomini e le donne di domani sarà dunque quello di rompere gli schemi con i quali la nostra generazione è cresciuta, per non essere condannati alla preoccupazione e alla frustrazione di fronte alla perdita di tutele delle quali alcuni di noi ancora stanno godendo, ma che i nostri figli sicuramente non conosceranno.

A noi spetta il compito di agevolarli proponendo loro una chiave di lettura del mondo del lavoro diversa, incentrata sulla passione e sulla fiducia in sé stessi, prima che sulle tutele e sul riconoscimento sociale.  Affinché quelli che oggi possono sembrare dei limiti strutturali e delle ingiustizie di un sistema che sta implodendo, diventino invece un’opportunità da volgere a proprio favore, senza doversi accontentare.